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 2020  novembre 21 Sabato calendario


La parabola di Nicola Morra

Nicola Morra ha ragione. Non deve dimettersi per ciò che ha detto su Jole Santelli. Per quello dovrebbe vergognarsi. Il vero motivo per dimettersi è la pervicacia con cui ha sostenuto la nomina e la gestione della sanità in Calabria del generale Saverio Cotticelli, l’uomo che non si riconosce in se stesso, per poi tentare di scaricare le sue responsabilità su chi non c’è più.
Una squallida manovra per cercare di coprire le proprie tracce. E pensare che i consulenti della commissione Antimafia di cui è presidente lo chiamano Platone. Perché il 57enne senatore grillino nato a Genova e trapiantato a Cosenza, nel privato ci tiene a sfoggiare l’eloquenza da insegnante di filosofia. In pubblico, però, preferisce la posa da Robespierre. Gettare fango nel ventilatore senza badare troppo alla consistenza delle accuse, è il suo metodo fin da quando si faceva strada nella politica cosentina. Allora seppelliva la procuratrice aggiunta Marisa Manzini di esposti contro il sindaco Mario Occhiuto mai approdati a nulla. Ma come poteva essere un problema per uno disposto a sostenere che il tarlo della giustizia sono «i troppi avvocati», che in Calabria «chi ostenta il rosario manda messaggi in codice alla ’ndrangheta». E che il presidente Mattarella «proviene simbolicamente da una tradizione che in relazione alla mafia ha tanto da chiarire e farsi perdonare». Già, la tradizione di chi ha avuto un fratello ucciso da Cosa Nostra.
Ma negli ultimi giorni si è superato. Morra sostiene da un lato che, poiché si sapeva che la presidente della Calabria «fosse una grave malata oncologica», se «ai calabresi questo è piaciuto, è la democrazia, ognuno dev’essere responsabile delle proprie scelte». Se ne desume che per il senatore i malati oncologici, pur senza una prognosi funesta, dovrebbero farsi da parte e attendere il trapasso, rinunciando all’elettorato passivo, magari iscritti nelle liste degli impresentabili che lui stila in quanto presidente della Commissione Antimafia.
L’altra parte del suo impresentabile ragionamento, è che se la Calabria è senza guida in piena bufera Covid, «se l’è andata cercando», per citare una famosa e sfortunata frase di Giulio Andreotti. Ed è qui che Morra inciampa nella più incredibile delle contraddizioni. Perché la guida della sanità in Calabria era in realtà affidata al commissario ad acta Saverio Cotticelli, prima che venisse messo alla porta dopo la figuraccia televisiva che ne ha rivelato i preoccupanti limiti. Dunque la prima responsabilità politica del vuoto di potere che contribuisce a mantenere in zona rossa una regione con un livello di contagio contenuto è di chi Cotticelli lo ha mandato a svolgere un ruolo di cui non era all’altezza.
E qui bisogna guardare proprio in direzione di Nicola Morra che, confida una parlamentare grillina, ha sempre appoggiato Cotticelli «all’interno e all’esterno del Movimento». A nominare il generale commissario della sanità calabrese fu l’allora ministro della Salute Giulia Grillo, presentandolo come simbolo di «legalità, trasparenza e competenza». Un ritratto sobrio, al confronto delle lodi sperticate di Morra che salutò così un accordo stretto da Cotticelli per stabilizzare alcuni operatori del 118: «Oggi è un buon giorno per la sanità». E poi, esaltandone il «certosino lavoro», concluse entusiasta: «Grazie al generale Cotticelli anche in Calabria si iniziano ad intravedere spiragli di luce». Più che altro, spiragli di Istituto Luce, che Morra ha cercato goffamente di coprire precipitandosi a decapitare per primo il commissario una volta caduto in disgrazia: «L’era del commissariamento Cotticelli si deve considerare conclusa».
Attaccando gli avversari politici calabresi Morra ha sentenziato che «ogni popolo ha la classe politica che si merita». E anche lui è stato eletto in Calabria. Forse non servirebbe dire altro.