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 2020  novembre 21 Sabato calendario


Intervista a Jo Nesbø

Jo Nesbø , 60 anni, 40 milioni di copie vendute, tradotto in 50 paesi, 3 lavori prima di diventare quasi trentenne lo scrittore che è, cioè uno degli autori più di successo al mondo di crime fiction o «hard boiled» se vogliamo essere più letterari (fa più Raymond Chandler, Dashiell Hammett, Jim Thompson). È uno dei re del noir scandinavo, insomma. Vive a Oslo, dove è nato e dove dice di volere rimanere per il resto dei suoi giorni, perché l’unica volta che si è trasferito in una cittadina sulla costa, cioè dai 9 agli 11 anni per il lavoro del padre, ha così sofferto la lontananza e la solitudine che proprio lì ha iniziato a immaginare storie, per tenersi compagnia. Sempre nel paesino, perché si facesse degli amici, lo avevano mandato a giocare a calcio. E lui, che certamente è uno che pensa in grande, decise che voleva solo diventare un calciatore professionista, ma un campione da nazionale norvegese e poi andare al Tottenham, la sua squadra del cuore. A 19 anni un infortunio ai legamenti del ginocchio gli ha troncato le belle speranze (intanto era già arrivato a livello nazionale). Così si è iscritto a economia e nel frattempo ha fondato una rock band, la Di Derre, dove tutt’ora suona. Tipino deciso e fortunato. Va da sé che la band è stata da subito un successo formidabile, quattro album pubblicati di cui due bestseller in patria. Lui era chitarrista, voce e anche autore dei testi. Ma nel frattempo, laureato in economia, era anche diventato agente di borsa e quindi mentre gli altri della band erano musicisti a tempo pieno, lui lo faceva negli avanzi di tempo.
Cosa c’entra tutto questo con la scrittura? Poco, ma spiega parecchio del personaggio Jo Nesbø , di cui non è chiaro se sia uno dai mille talenti o uno molto determinato. O forse, molto probabilmente, una combinazione delle due cose.
Lei ha sette vite, come i gatti. Come fa a far tutto?
«Sono pigro. Per questo trovo difficile fare cose che non mi piacciono. Così faccio solo quelle che mi piacciono - come lo scrivere - e quindi non mi pesa. Inoltre, elimino dalla mia vita tutto ciò mi fa perdere tempo. Per esempio, non ho una macchina. Quindi non devo pagare l’assicurazione, parcheggiare, fare le revisioni. Ho una bicicletta che rende tutto più semplice. E quando mi serve per andare fuori Oslo, l’auto la affitto».
Era un broker e guadagnava un sacco di soldi. Aveva la band, e si divertiva e aveva successo. Perché si è messo a scrivere?
«Perché ho capito che era quello che volevo e che se vuoi fare una cosa non devi rimandare. Mio padre è morto a 72 anni e non ha mai scritto il libro autobiografico che aveva sempre desiderato scrivere. Questa cosa mi è stata di lezione. Ho pensato: non rimandare mai quello che vuoi fare veramente. Non ero ricco, ma avevo già fatto abbastanza soldi che potevo vivere per un po’ senza guadagnare. Avevo 27 anni. E ho iniziato a scrivere il mio primo romanzo. Allora ho capito che stavo aspettando quel momento da quando avevo 18, 19 anni. È stato come svegliarsi, e iniziare a fare quello per cui mi stavo preparando da anni, senza saperlo. In fondo anche con le canzoni raccontavo storie. L’unico mio scopo, all’inizio, era essere pubblicato. Non avrei mai pensato di tirar fuori dalla scrittura dei soldi per vivere».
Il libro "Il Pipistrello", il primo della serie del poliziotto Harry Hole, non solo è stato pubblicato ma è diventato addirittura un bestseller internazionale. Da cui sono stati tratti anche film (Michael Fassbender ha dato il volto a Harry).
«Sono stato molto fortunato. Adesso faccio il miglior mestiere del mondo (a mio parere). Trascorrere il tempo a raccontare storie che la gente paga per leggere».
Talento o determinazione?
«Da quando sono piccolo ho sempre pensato delle cose: quanto sarà duro. Ma quando poi le provavo il mio motto diventava: come può essere facile. Ho un approccio ingenuo, è la mia attitudine. Per esempio, ora la mia grande passione è l’arrampicata: ho iniziato a 50 anni, molto tardi. Amici che hanno iniziato con me sono molto più dotati ma io sopperisco alla mancanza di talento con la passione e mi piace sfidarmi in qualcosa in cui non sono bravo».
Quindi cosa è la scrittura per lei?
«Non possono pensare alla scrittura senza parlare di lettura. Per me sono il tentativo di concatenare gli eventi, che noi trattiamo come se la vita avesse un significato. Cerchiamo uno schema che non c’è. Scrivere è cercare un senso, come con la musica, con la danza».
Lei è un narratore allo stato puro. Quali sono gli strumenti indispensabili per un narratore?
«Non lo so. Forse non ci sono. È come spiegare perché una bella donna è una bella donna. Non è che per forza deve essere bionda o avere certe caratteristiche. Per me è più una sensazione. A un certo punto so che ho in mente una storia giusta e che è pronta per essere scritta».
Quando inizia sa già la fine della storia?
«Sì. Sono come il capitano di una nave che parte e sa dove andare e sa anche che sarà un viaggio bellissimo. Quando scrivo canzoni invece è diverso, sono un capitano che si lascia trasportare dalle onde».
Lei dice che la sua unica routine è non avere una routine. Come fa a scrivere un libro l’anno senza avere regole?
«La mia scrittura è organizzata intorno alle cose che devo fare. I concerti, la band, le arrampicate. Scrivere è qualcosa che faccio quando non ho altro da fare. Non succede mai che dica: oggi non posso venire a suonare o a scalare perché devo scrivere».
Non è possibile. I suoi sono libri di centinaia di pagine.
«È così. Però cerco di scrivere almeno una mezz’ora ogni giorno. Per non interrompere il flusso».
In questo suo ultimo libro c’è un rapporto complicato tra padre e figlio. È stato il suo caso?
«Proprio l’opposto. Io ho avuto un rapporto bellissimo con mio padre. Ci parlavo come se fosse un mio amico. Lo consideravo un amico».
Quando ha scoperto che durante la guerra suo padre ha combattuto accanto ai nazisti, cosa ha pensato?
«Me lo ha detto lui quando io avevo quindici anni. Tutto il mio mondo è collassato. Ci ho messo del tempo per capire. Ne abbiamo parlato molto e la nostra relazione è diventata ancora più solida, perché sono riuscito a mettere quella scelta nel contesto di allora. E cioè che lui, a diciannove anni, pensava che il nazismo fosse la forza buona per combattere contro la forza cattiva, cioè il comunismo».
La atavica paura norvegese dei russi. Lei la descrive bene anche nella serie tv "Occupied".
«Bisogna sempre contestualizzare le scelte. Cosa è giusto e cosa è sbagliato? Le persone compiono di continuo scelte morali sbagliati, ma non sempre è colpa loro. Per questo ho smesso di giudicare mio padre quando ho capito perché aveva fatto quella scelta sbagliata».
Il dilemma morale è molto presente anche nei suoi libri pieni di assassini. Buoni che si rivelano cattivi e viceversa. Come se il male fosse una entità fluida. Esistono dei limiti etici all’agire umano?
«Non credo alla morale generale. Piuttosto credo che le società si organizzino secondo regole pratiche. Prendiamo i dieci comandamenti: sono comuni a molte delle religioni perché sono regole che permettono agli uomini di convivere senza scannarsi. Ma la moralità è più flessibile di quello che pensiamo. Pensiamo all’omosessualità: negli anni ‘50, ’60 e anche ’70 la società la condannava come crimine. Poi è stata depenalizzata perché l’omosessualità non ha controindicazioni pratiche, ossia non è una minaccia per la società. La moralità cambia: nel caso del Mee Too certi comportamenti prima tollerati alla morale comune, da un certo punto in poi non lo sono più stati».
Anche ne "Il Fratello" parla di stupro. Ricorre spesso nei suoi libri. Perché?
«Perché è un crimine che invade l’individuo non solo fisicamente ma anche mentalmente e a cui molte persone possono relazionarsi, per conoscenza diretta o indiretta. Più di una rapina, per esempio, che tocca da vicino meno persone. Mi spiego: ricordo che una volta passeggiavo di sera in un parco di Oslo e davanti a me c’era una ragazza. Quando mi ha visto ha aumentato il passo e ho percepito la sua paura. Questa è una vera ingiustizia: solo perché è una donna e io un uomo non si sentiva sicura. E non c’era niente che io potessi fare per rassicurarla. Non l’avevo mai considerata da questo punto di vista. Mi sono fermato e ho cambiato strada solo per non spaventarla».
In questo suo ultimo libro c’è anche un rapporto tra due fratelli. Quanto di autobiografico?
«Il luogo dove si svolge è di finzione, ma mi sono ispirato ai paesini di montagna dove passavo le estati nelle case dei nonni materni e paterni. Ho due fratelli, uno più grande e uno più piccolo, che è morto di cancro sette anni fa, molto giovane. Eravamo molto legati, era il mio fratellino – come nel libro. Dormivamo nel letto a castello, eravamo un team, molto leali uno con l’altro».
Senza rivelare troppo della trama, lei avrebbe ucciso per salvare suo fratello?
Prima della risposta un lungo silenzio. Lungo al punto che penso la domanda non andasse e che abbia attaccato. Poi arriva la voce: «Non ci avevo mai riflettuto a fondo, mi ci ha fatto pensare lei ora. La risposta ce l’ho, ma non la posso dire. Anche perché se la dicessi rivelerei troppo del libro».
Io credo di aver capito. Voi leggete il suo ultimo libro e provate a capire.