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 2020  novembre 21 Sabato calendario


L’epica vegana del film Gunda

Sguardi pensosi, passi meditati, momenti di disperazione e altri di gioia, consumati alzando lo sguardo verso il cielo e respirando aria di libertà. Non siamo gli unici a provare emozioni e, se non abbandoneremo presto la nostra abitudine ad uccidere, non riusciremo mai a liberarci delle guerre e delle sofferenze. Più che un film, Gunda è un manifesto, un fenomeno, un evento che modifica il sentire di chi lo vede. Alla fine della proiezione, addentare una bistecca o una coscia di pollo appare impresa ardua e, soprattutto, iniqua: «Tutto il nostro modo di trattare gli animali – dice il regista Victor Kossakovsky – è basato su un equivoco. In alcuni Paesi ci sono addirittura leggi che suggellano la convinzione secondo cui gli animali non soffrono. Questo è assurdo. Chiunque si trovi ad essere in contatto diretto con loro sa benissimo che essi sono coscienti e provano emozioni. Sappiamo che questa è la verità, ma tacitamente accettiamo di ignorarla».
In cartellone al Tff che si è inaugurato ieri, nel segno della resistenza anti-Covid e con particolare attenzione ai talenti femminili, Gunda, in corsa per i prossimi «European Film Awards», pronto per uscire in Francia, Polonia, Scandinavia, Germania e Usa dove è già partita la promozione con obiettivo Oscar, ruota intorno a protagonisti indimenticabili, la scrofa del titolo, due «mucche ingegnose» e una gallina con una gamba sola. Un cast che ha convinto il premio Oscar Joaquin Phoenix a diventare produttore esecutivo del documentario: «"Gunda” – dichiara l’attore – offre una prospettiva stupefacente sulla sensibilità delle specie animali, un aspetto che normalmente, e forse volutamente, viene occultato. Le immagini di orgoglio, divertimento, beatitudine e poi di panico e disperazione davanti a una crudeltà difficile da immaginare, sono la prova di come tutte le specie animali reagiscano allo stesso modo agli eventi delle loro esistenze. Kossalovsky ha realizzato una meditazione viscerale sulla vita, il suo è un film di profonda importanza artistica». L’entusiasmo di Phoenix ha contagiato Paul Thomas Anderson che parla di «cinema puro», perché Gunda, girato in bianco e nero, rinunciando a spiegazioni e interventi umani, trae la sua forza anche dalla coerenza dell’aspetto formale: «Per me – chiarisce Kossakovsky – l’essenza del cinema è mostrare, non dire. Faccio film nel desiderio che il pubblico veda una determinata cosa e tragga le proprie conclusioni».
Alla base dell’impresa c’è un trauma infantile: «Quando avevo 4 anni ho vissuto per un po’ in campagna, è lì che ho incontrato il mio amico Vasya, era più giovane di me, aveva poche settimane, ma ci siamo molto legati e il tempo passato insieme fa parte dei miei migliori ricordi d’infanzia. Un giorno Vasya è stato ammazzato e servito in tavola. Ero devastato. Sono diventato immediatamente il primo ragazzino vegetariano dell’Unione Sovietica». Un Paese in cui, fino a poco tempo fa, non mangiare carne era pratica rara: «La mia famiglia ha preso malissimo la mia scelta, per loro è stato un disastro, non riuscivano a capire perché lo facessi. Nel mio Paese c’è sempre un dualismo che riguarda un po’ tutto, da una parte si sa che il governo non agisce bene, dall’altra si pensa che, per vivere meglio, sia meglio non esprimere critiche». Un’incoerenza diffusa ovunque, ben oltre i confini nazionali: «Sappiamo che gli animali vengono torturati ogni giorno, ma non ci preoccupiamo di agire affinché tutto questo finisca». In Gunda, fa notare l’autore, si vede una mucca in età e già questo è un evento eccezionale: «Sembra folle, ma nessuno ha mai visto mucche anziane, in genere vengono uccise molto prima, quando hanno 3 o 4 anni, anche se potrebbero vivere almeno fino a 20. Se pensiamo che gli esseri umani abbiano un’anima, dobbiamo convenire che sia così anche per gli animali».
Tornare a uno stile di vita essenziale è la regola del regista, anche durante il difficile periodo della pandemia: «Credo sia stato importante realizzare che possiamo tutti morire da un momento all’altro e che, proprio per questo, dobbiamo dare senso alla nostra vita, a quello che facciamo». Non uccidere animali, secondo Kossakovsky, è il primo, imprescindibile passo verso la pace mondiale: «Dobbiamo capire che l’atto stesso di uccidere è terribile, a prescindere dalla specie verso cui è rivolto. Quando l’avremo compreso, la guerra sparirà. Tolstoj l’aveva scritto 120 anni fa, adesso sarebbe il momento buono per ricordarlo».