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 2020  novembre 21 Sabato calendario


22QQAFM10 Su “L’uomo con la vestaglia rossa” di Julian Barnes (Einaudi)

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Qualcuno forse rammenta Il pappagallo di Flaubert, che negli anni Ottanta introdusse Julian Barnes nel novero dei massimi scrittori odierni. Estroso e spiazzante, quel romanzo conteneva alcuni ingredienti che attraversano pure L’uomo con la vestaglia rossa, ultima opera di Barnes, pronta ad uscire in Italia per Einaudi. Vizi e magie della cultura francese, trame di adulteri tossiche o spassose, l’intrufolarsi dello spettro di Flaubert, la curiosità per la scienza medica… Sono spunti che evidentemente affascinano lo scrittore inglese, ed è infatti ad essi (ma non solo) che s’affidano le quasi 300 pagine de L’uomo con la vestaglia rossa, frutto pregiato di un Barnes amabile, dinamico e pettegolo in modo generoso e sublime. Un po’ come lo era Oscar Wilde, che riteneva «deliziosa» l’attività del gossip e ben diversa dalla diffamazione, «che è un pettegolezzo reso noioso dalla morale». Non a caso Wilde s’affaccia spesso nell’affresco della Belle Époque dipinto da L’uomo con la vestaglia rossa, il cui registro narrativo è lontano da quello mnemonico e fatale de Il senso di una fine, con cui Barnes vinse nel 2011 il Man Booker Prize. Qui l’autore è piuttosto uno "spettatore della Storia” che ne propone i paesaggi, completi di angoli e fondali, pescando in un bagaglio sterminato di epistole, diari, articoli, verbali di processi, saggi, fiction e illustrazioni, molte delle quali sono inserite nel volume. Amalgamata con ironia e spessore, questa copiosa materia sbalza da un tessuto di scrittura che oscilla tra lo spirito archivistico e l’elaborazione romanzata dei documenti.
Il tipo in veste da camera scarlatta che spicca sulla copertina è il ginecologo francese Samuel- Jean Pozzi, figura socialmente ben piazzata nel suo tempo, ma senz’altro di secondo piano. La scelta di un protagonista davvero esistito e ampiamente dimenticato è un segno dell’intraprendenza di Barnes, che si dimostra un acrobatico detective: sarebbe troppo facile indagare su individui famosi. Medico di straordinario successo, Pozzi fu un esperto bibliofilo e un conversatore brillante, oltre che un infallibile dongiovanni. Il pittore John Singer Sargent lo immortalò in un quadro del 1881, Dottor Pozzi a casa, dove possiamo scorgere un signore barbuto e snello, d’indubbia avvenenza. Le mani affusolate, nota Barnes, ci inducono a immaginare i virtuosismi di un pianista e danno un tocco di mistero alla sua posa eroica. È stato tale contrasto a incuriosirlo fino a fargli percorrere un erudito e intenso viaggio letterario che dal focus del “personaggio-persona” Pozzi si dirama in un mondo ridondante di narcisi e intellettuali, musicisti e dive del palcoscenico, esteti di frenetico edonismo e favolosi dandy, geni come Flaubert (l’immancabile fantasma) e cultori di Darwin.
L’avventura parte dal resoconto di una trasferta a Londra, con scopi di shopping” decorativo”, compiuta nel 1885 da Pozzi insieme al conte Robert de Montesquieou- Fezensac e al principe Edmond de Polignac, entrambi nobili e sfrenatamente omosessuali. Invece Pozzi era borghese ed etero- orientato, e si dilettò ad accumulare un catalogo di dame prestigioso e folto. Tra le sue amanti più devote ci fu Sarah Bernhardt, che lo chiamava” Doctor Dieu” e lo frequentò per cinquant’anni. Colma di gratificanti incontri ( per esempio con Henry James), la gita londinese dello strano trio funge da porta d’ingresso al racconto di un periodo adorato da Barnes, che descrive questa fase pacifica, politicamente instabile e culturalmente” isterica” ( l’aggettivo è suo), tramite un arazzo che intreccia con un andamento denso e tumultuoso episodi e caratteri. Non tutte le apparizioni sono delle celebrità. Da Edmond de Goncourt, Paul Valéry, Joris- Karl Huysmans ( che firma À rebours, romanzo citatissimo da Barnes), Marcel Proust e Dreyfus ( Pozzi fu un dreyfusiano impegnato), può accadere di passare a nomi irrilevanti come quello del drammaturgo e giornalista Jean Lorrain, che incarnò gli aspetti più decadenti e anarchici dell’Epoca Bella. Erotomane e malalingua, incline a droghe e a travestimenti assurdi, Lorrain spaventava, col volto disgustosamente impomatato, la piccola Catherine Pozzi, figlia dell’Uomo con la vestaglia rossa, la cui moglie Thérèse, mamma di Catherine (gelosa del padre più della sua genitrice), venne tradita dal coniuge con martellante assiduità. Ma il razionalista Pozzi non fu solo un donnaiolo e un abile stratega della propria ascesa. A Barnes piace ritrarlo anche come un valido scienziato che immise nuovi standard nelle pratiche antisettiche della chirurgia e che volle lavorare in ospedali pubblici sebbene avesse il “tout Paris” ai suoi piedi. Mirabile è la disinvoltura con cui il libro vola dal sondaggio della rimozione di una cisti ovarica a divagazioni eleganti sulle differenze tra inglesi e francesi nei gusti erotici e pittorici.