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 2020  novembre 21 Sabato calendario


La natura ci salverà. Se noi la salveremo

Tra città e campagna la differenza sostanziale, e macroscopica, è la densità umana. Viene prima di tutte le altre, che sono tante, e sulle quali storici, filosofi e pensatori ragionano e litigano da secoli. Ce l’ha ricordata bruscamente il Covid, questa differenza, rilanciando a sorpresa la rarefazione dei corpi come un bene prezioso. Addirittura vitale.
Nei boschi, nei campi, nei casali isolati, intorno agli sparsi borghi di pietra appiccicati alla montagna, non c’è rischio di movida, non esiste folla, lo shopping non chiama all’adunata generale. L’uomo non è quasi mai la spiegazione del paesaggio, come nelle metropoli, è solo una presenza tra tante – il bosco, il fiume, la frana, la siccità, la pioggia, la vita selvatica sono i coartefici. Il distanziamento non è una scelta virtuosa, è un dato di fatto. Si respira lo spazio. E il coprifuoco, a parte qualche benedetta taverna di fondovalle, magari ribattezzata pub, vige da secoli, senza che nessuna autorità abbia intimato di liberare boulevard che non ci sono da gente che non c’è.
Meglio sgomberare il campo, subito, dalla tentazione dell’idillio. In certe sere d’inverno la solitudine è brutale. Lo spazio intorno è solo buio, freddo e assenza. I cani, fortunati loro, si parlano nella notte, grazie all’antichissimo web dell’abbaio a distanza (ci sono voci di cani che arrivano da chilometri, specie se la nebbia le propaga, come fa il mare con il fischio dei cetacei). Da qualche anno interferisce l’ululato dei lupi, sempre meno raro. Dice la voce ufficiale che sarebbero circa tremila, i lupi in Italia, ma credete a me: sono molti di più.
La campagna, dunque, grazie a quell’indesiderato pierre che è il contagio, è tornata “di moda”, ma all’umanità inurbata, che è quella egemone nel mondo intero, non sarà così facile recuperarne l’uso e, direi, la comprensione. Perché la campagna è diventata, nei lunghi decenni dell’industrializzazione, il rimosso per eccellenza: è ciò che siamo (natura) e non sappiamo più di essere. Una specie di inconscio a cielo aperto, ben visibile eppure inascoltato – se non quando l’ululato del lupo ravviva, come in sogno, memorie di libertà sconfinata e di fuga affannata, memorie di caccia e di tana.
È nostra contemporanea, la campagna, però affidata d’ufficio al passato, il passato contadino sepolto vivo sotto lo strato spesso, e grasso, del benessere industriale. Il processo galoppante di tecno-industrializzazione del cibo, porzioni incellofanate che con la terra e le bestie non hanno più alcun rapporto di causa-effetto, ha se possibile acuito la millenaria distanza tra le due condizioni, quella urbana e quella rurale. È cibo “alienato” quello che puoi mangiare a volontà senza avere mai visto un’aratura, nutrito una gallina, aspirato una zaffata di stallatico. Più la filiera è lunga, più città e campagna si allontanano. Non è un giudizio. È una constatazione.
Quando si dice «in questo paese dell’Appennino vivevano, fino agli anni Cinquanta, mille persone, ora i residenti sono cinquanta», significa che i novecentocinquanta mancanti non sono scomparsi: hanno cambiato razza. Sono diventati gente diversa con una cultura diversa e una prassi ancora più diversa, cittadini, e per loro “campagna”, nonostante il casale dei nonni da ristruttare, è solo il nome di qualcosa che non ha più attinenza con il lavoro, la vita sociale, la politica, i media (quante pagine sull’agricoltura ci sono, nei quotidiani europei?). Al massimo la campagna ha un ruolo significativo nella ricreazione, nello svago, nella vacanza. E non è la stessa cosa.
Mi è capitato di dire al telefono «scusa se non ti ho risposto prima, ero sul trattore», i miei interlocutori rispondono divertiti, pensano a un hobby, una stravaganza, una battuta, nessuno pensa alla ordinaria necessità di tenere puliti i campi, pervi i fossi, trasportare la legna fuori dal bosco. Che vale quanto asfaltare le strade, lavorare al tornio, fare una call-conference su Zoom, scrivere questo articolo al computer, partecipare al Festival di Sanremo, disegnare un trilocale, aprire e chiudere gli ombrelloni su una spiaggia, preparare un cocktail dietro il bancone di un bar, maneggiare provette in un laboratorio. Ma non viene più messa nel conto come attività quotidiana “normale”, moderna, la vita di campagna quella vera. Abitarci, lavorarci, credere nella sua divina indifferenza ai telegiornali, sopportare la sua rozza mancanza di urbanità (e conseguente vocazione reazionaria) vuol dire ricongiungersi al ventre del mondo, forse anche alla sua anima, ma al tempo stesso scomparire dallo sguardo pubblico. È la non-polis, la campagna, lo è da quando Parigi e la Vandea si odiavano, lo è da molto prima.
Ora si tratta di capire se i due grandi eventi in corso (uno è l’accidente pandemico, l’altro la fantastica, tremenda rivoluzione tecnologica) sono davvero in grado di rimescolare le carte, mitigando o addirittura sovvertendo una delle dicotomie classiche della civiltà – dai tempi del topo di città e del topo di campagna, fiaba di Esopo; dai tempi in cui Orazio, tal quale un milanese o un londinese dei nostri giorni, scriveva agli amici «lasciate Roma, i suoi traffici, i suoi affanni (lo stress, diremmo noi), venite qui da me in campagna a dimenticare tutto, ridere e bere del buon vino». Per dire che la turbinosa centralità urbana, e la dispersa perifericità della campagna, sono paradigmi che hanno perlomeno duemila anni.
Lavorare a distanza è, per la cultura urbana, un ossimoro. Il lavoro è vicinanza, è fabbrica, ufficio, negozio, riunione. Ma per la campagna il lavoro a distanza è invece una liberazione, un’esplosione di nuova vita, perché il secolare isolamento fisico, e psicologico, che abbrutì i nostri avi e li spinse alla fuga di massa verso le città di pianura o altri continenti, può essere sovvertito con un semplice clic (uno dei business del futuro, mi permetto di dire, saranno le connessioni capillari, milioni di case sparse chiedono di diventare una metropoli digitale…). Quanto al cittadino, l’idea fino a ieri utopica di uniformare lavoro e natura, aria aperta e produzione del reddito, diventa molto più di una tentazione: è una possibilità concreta. Con il Covid che ti spinge alle spalle, incominci a guardare a quel vasto esterno che si apre dopo i raccordi anulari come a un luogo abitabile anche al di fuori del tempo canonico del weekend.
Chissà che agli urbanisti non si affianchino dei “paganisti”, per progettare con raziocinio l’abitabilità del pagus, i luoghi rurali che chiedono infrastrutture (non solo digitali) e potrebbero, in un domani a noi vicino, rendere perfino redditizio, non più puramente assistenziale, destinare risorse pubbliche alla campagna. E chissà che i cittadini, riavvicinandosi fisicamente alla terra, alla produzione materiale del cibo, al regime delle acque, al mistero della vita selvatica e della predazione, non mutino in meglio, profondamente in meglio, la loro percezione, ormai così sbiadita, di quella natura che così spesso nominiamo invano, all’oscuro dei suoi meccanismi, salvo poi ritrovarci in ostaggio (anche nei grattacieli risplendenti) di un virus che ha colonizzato il mondo partendo dal morso di un pipistrello o da un arrosto di pangolino.