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 2020  novembre 21 Sabato calendario


Intervista a Ludovico Einaudi

C’è chi si sveglia di buonora e si rivolge al contesto con occhi positivi: sono le otto di mattina e la voce di Ludovico Einaudi suona limpida e ottimista. «Questa pandemia si risolverà, come tutte quelle che l’hanno preceduta nella Storia», sostiene. «Tra breve ne usciremo: io sono fiducioso».
Il compositore più applaudito del presente sta guidando nei paesaggi delle Langhe («porto mia figlia a scuola») e descrive i raggi di sole che sezionano un leggero manto di nebbia. È una trama colma di promesse. «Qui ho una casa dove mi sono rifugiato con la famiglia quando i miei concerti sono stati cancellati», racconta. «Mi spiace per il mio staff e per i tanti artisti fermi col lavoro, ma confesso di star bene in questa sosta e di godermi con gioia la natura, che mi appaga. Una pausa è benvenuta dopo anni di tour intensissimi».
In effetti il più classicamente pop fra i musicisti è anche il compositore vivente più diffuso al mondo. Lungo tre decenni ha conquistato una capillarità planetaria divenendo l’artista “classico” più ascoltato in streaming, oltre un milione di stream al giorno e 2,4 miliardi di stream complessivi. Un fenomeno senza confronti. Ogni sua esecuzione, in tutti i continenti, ottiene un sold out, e i suoi album sono bestseller.
Ieri è uscito, in un’edizione ricca e lussuosa, il cofanetto dei suoi “Seven Days Walking”, con sette cd, due lp, riproduzioni dei suoi schizzi musicali, disegni, foto delle camminate in montagna da cui è scaturita la musica…
«Oltre ai dischi ci sono materiali che permettono un approccio ravvicinato al procedimento creativo da cui è nato il progetto.
Ho scelto diverse modalità dei miei appunti di composizione e li ho integrati con immagini e fotografie su pellicola. Operazione fuori moda che mi piace molto. Possiedo una collezione di vecchi apparecchi, scovati in negozi specializzati che cerco quando viaggio, e li uso a rotazione. Ho raccolto forme, colori e luci nei Seven Days , corrispondenti a sette album editi in sette mesi e riuniti in questa pubblicazione. Sono sette ore di musica: ogni disco dura più o meno un’ora. Ho usato sempre lo stesso trio: pianoforte, violoncello e violino. Nell’ultimo disco c’è solo il pianoforte: è la mia passeggiata in solitario».
Come può un itinerario trasformarsi in musica?
«Ho seguito la stessa pista mostrando come tutto cambia pur trattandosi del medesimo luogo. Di volta in volta l’esperienza si modifica in funzione di fattori quali il clima, la stagione, il proprio mood, l’incontro con una persona o un animale. Così in ciascun episodio musicale i temi subiscono variazioni. Se li si ascolta in sequenza si troverà un percorso solo, che però contempla mutazioni da una puntata all’altra. Torno negli stessi posti e vedo come cambiano. Sono ripetitivo e metodico».
Ci invita all’approfondimento?
«Se guardi e riguardi, scopri i segreti più sottili delle cose».
Ha creato musiche nel periodo del lockdown?
«In primavera ho realizzato le 12 Songs from Home , registrate a casa con un piano verticale scordato e destinate ad ascolti in rete. Facevo concerti improvvisati su Instagram e la gente sembrava gradire. Per ricordare quei momenti li ho riprodotti in una testimonianza disponibile in formato digitale».
È stato definito impressionista, new age, minimalista,ambient...
«Respingo i cliché: alzano muri. Il mio unico obiettivo è comunicare».
Innegabile che la sua musica abbia una qualità ambientale, facendosi ascoltare non come oggetto riverito, ma come sfondo che consente riflessioni e attività pure al di là di un ascolto esclusivo.
«Bella l’idea che la musica lasci uno spazio dove si abita con la mente, senza dare imposizioni. È come quando attraversi un bosco. Puoi avanzare tra gli alberi, osservare e anche pensare ad altro».