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 2020  novembre 21 Sabato calendario


Biografia di Rudolph Giuliani

Rudy non è Schumi. «Schumacher non suda mai», dicevano i suoi amici. Mentre gli avversari uscivano lavati da un gran premio, lui sembrava uscito dall’asciugatrice. Rudy Giuliani non è come Schumi: immobile l’altro giorno durante la conferenza stampa al quartier generale del partito repubblicano a Washington, due rivoli gli scendevano sulle guance. Povero ex sindaco di New York, eroe delle Torri Gemelle diventato avvocato di Donald Trump e adesso responsabile della sua squadra ricorsi: i rivoli erano neri. «Giuliani literally melting down» hanno titolato su YouTube. «Giuliani si sta letteralmente squagliando». Mentre Rudy parlava, per un’interferenza nello streaming qualcuno dello staff certificava il sospetto e l’orrore: «La tinta gli cola sulla faccia».
Dal melting down delle Torri Gemelle a quello della tintura delle basette, dai pilastri disciolti nell’inferno di Ground Zero al buco nero della democrazia americana. Naturale che il paragone suoni esagerato, fuori luogo. Un salto impossibile, così come la parabola dell’eroe dell’11 settembre, il sindaco poliziotto niente chiacchiere e distintivo: nato a Brooklyn, il papà Angelo gestore di bische clandestine, i nonni Rodolfo ed Evangelina originari di Marliana, provincia di Pistoia, due lauree, duro e simpatico, dall’83 «procuratore di Ferro» (nominato da Ronald Reagan) nel South District di New York, collaboratore di Falcone e Borsellino nelle inchieste di mafia, eletto sindaco nel ’93, mister «tolleranza zero» contro il crimine (e contro il tumore che poi lo costringerà a lasciare la corsa verso il Senato). La fermezza e la carezza: dopo l’11 settembre è in prima linea per far ripartire la città ferita, e Time lo nomina «uomo dell’anno». Sembrava il trampolino per una grande carriera che mai decollerà, chiusa con la disfatta alle primarie repubblicane del 2008.
Classe 1944, Giuliani nel 2016 sposa la causa di Donald Trump. Nel 2018 diventa uno degli avvocati personali del presidente. L’anno dopo emerge il suo ruolo di inviato nei meandri della vicenda Usa-Ucraina, i contatti e le pressioni per macchiare la fedina di Joe Biden. Ma l’Ucraina è lontana, e Rudy si muove dietro le quinte, senza un incarico ufficiale, senza preoccuparsi troppo di ciò che dice e di come si tinge. Il finale del 2020 è un’altra storia: Rudy ci mette la faccia, parole e smentite (compresa quella secondo cui avrebbe chiesto a The Donald 20 mila dollari al giorno per il disturbo). Dice e si contraddice: in Pennsylvania urla pubblicamente che quella contro il suo capo è «chiaramente una frode elettorale», salvo poi ammettere davanti a un magistrato che «non si tratta affatto di frode». Nel silenzio di tanta parte del partito repubblicano, sudando e accusando, Giuliani parla sotto i riflettori. Si lascia andare ad arditi paragoni cinematografici: l’altro giorno si è esibito con l’accento di Joe Pesci in «Mio cugino Vincenzo», «uno dei miei attori preferiti perché di Brooklyn come me». Giuliani che recita Pesci, con la tinta che cola, è un film oltre il film: Rudy nella parte dell’avvocato della difesa che chiede alla donna ipovedente, teste chiave in un processo per omicidio, «Quante sono queste?». Lui mostra le dita. E lei si sbaglia. Ecco, per Giuliani «questa gente» (gli osservatori alle urne) erano molto più lontani dalle schede elettorali di quanto fosse «il cugino Vincenzo dalla testimone del film». È il livello zero della difesa di Rudy. E quando il rivolo nero lo costringe ad abbandonare la scena toccandosi la fronte (in attesa di un buon consiglio dal parrucchiere del capo), l’avvocata che lo sostituisce non è da meno: Sidney Powell sostiene di avere identificato «interferenze nelle elezioni, a causa di un massiccio flusso di denaro comunista proveniente da Venezuela, Cuba e probabilmente Cina». Nessuna prova, giù il sipario. E la prossima volta un controllo maggiore, più che sulle fonti, sulle tinte.