Robinson, 7 novembre 2020
Perché leggere Dostoevskij ora
Per misurare le radici del Male (senza illudersi di trovare le sue ragioni) bisogna andare un’altra volta a prendere Rodion Romanovich Raskolnikov al numero 19 di via Grazhdanskaja, proprio all’angolo col vicolo Stoljarnyj, in cima ai tredici gradini che sta scendendo per l’eternità dalla sua soffitta fino al quinto piano. È ancora libero, ma ha già deciso, scegliendo la dannazione. Tra poco sbucherà sotto l’arco del cortile, attraverserà il portone, passerà davanti alle 22 bettole aperte sulla via, arriverà al ponte Kokushkin e poco dopo si troverà davanti il numero 104 del canale Griboedov. Sono 730 passi, li aveva contati più volte mentre camminava nei percorsi di prova, prima senza crederci, poi via via sempre più impigliato nelle sue fantasticherie mostruose, di cui scopriva l’oscura seduzione. Adesso l’ultima pausa, solo un attimo, mentre guarda i due androni e i cortili, la scala di destra su cui sta per infilarsi fino al terzo piano, dove premerà il campanello con un suono debole e spento, che sembra di latta e non di ottone. Ma prima, davanti alla casa, ha tempo per mettersi la mano destra sul cuore, che batte troppo forte. Appesa a un cappio cucito all’interno del soprabito, sotto l’ascella sinistra, è pronta l’accetta con cui lassù spaccherà la testa alla vecchia usuraia Alena Ivanovna e a sua sorella Lizaveta, in un delitto di pochi minuti che per 690 pagine inseguirà il suo castigo.
Tutt’attorno c’è San Pietroburgo, lurida nelle immondizie gettate nel canale, luminosa nel ghiaccio, mobile nelle acque, gelida nella pietra, insincera «perché qui tutto è inganno – come avverte Gogol —, e la città mente a ogni ora». Lo scenario perfetto per disperdere nei vicoli e nelle piazze la solitudine e la sofferenza in cui si muove il mondo di Fëdor Dostoevskij: anzi, qualcosa di più, perché i suoi romanzi scelgono di “Piter” solo le parti più buie e più spoglie, quasi a cercare nel paesaggio urbano un’eco dolorante all’angoscia dei suoi personaggi: lo squallore trafelato di piazza Sennaya col mercato del fieno che arriva dai barconi, mentre le taverne riempiono i cortili degli odori di zuppa e carne salata al rafano in Delitto e castigo; la giornata autunnale «grigia, fosca, torbida e agra» già alle otto del mattino quando Jakob Petrovic Goljadkin sbadiglia svegliandosi nel Sosia tra il verde sudicio delle pareti affumicate e polverose di via Sestilavosnaja; i singhiozzi soffocati che Makar Devushkin sente una sera dietro l’uscio dell’unica stanza dove vive una famiglia con tre bambini in Povera gente; quel tempo «così umido e nebbioso che a stento si era fatto giorno» mentre il treno da Varsavia sta arrivando a tutto vapore a Pietroburgo nell’Idiota. Come se la città dettasse uno stato d’animo, o fosse nata dall’acqua per specchiare e ingigantire quell’angoscia, con il vento che prima di sera viene a gemere sotto i ponti. Per contrasto, nei Fratelli Karamazov il colloquio in carcere del cardinale Grande Inquisitore con Cristo che è sceso nuovamente a camminare nelle «torride strade» per manifestarsi almeno un istante al popolo sofferente – ed è stato subito arrestato – si apre sulla «buia, calda, esanime notte di Siviglia, dove l’aria profuma di lauri e limoni», dopo che quindici secoli sono trascorsi «da quando i cieli smisero di offrire certezze all’uomo».
Dunque «non danno più pegni i cieli». E allora tre forze dominano questo orizzonte abbandonato nella solitudine e nell’oppressione dentro il quale Dostoevskij vede dibattersi la vita umana: il mistero, l’autorità e il miracolo, come le tre tentazioni che lo “Spirito tremendo” propone a Gesù nel deserto. Il primo mistero è proprio il Male, la ragione ultima della sofferenza, l’ingiustizia del dolore che attraversa la letteratura russa fin dal Cantare delle gesta di Igor ( «Di pena si piega l’erba/ a terra si è prostrato/ l’albero per il tormento» ), che veniva recitato davanti al trono di Vladimir il Sole nella lontananza dell’antica Rus’di Kiev, quando con il battesimo cristiano del popolo nelle acque sacre del Dniepr vennero abbattuti tutti e sei gli idoli delle tribù che dalla collina di Boricev vegliavano sul palazzo del Principe: e non per caso si salvò soltanto Perùn terribile, signore del fulmine e del tuono, che non voleva affondare nel fiume e sopravvisse per sempre nella sua minaccia distruttiva, perenne perché originaria. Poi di fronte al Male c’è il silenzio di Blok dopo la rivoluzione ( «Tutti i suoni sono cessati. Soffoco, il poeta muore perché non ha più nulla da respirare» ), l’interrogativo di Osip Mandel’stam ( «Mio secolo, mia belva, chi saprà guardare nelle tue pupille?»), il Requiem definitivo di Anna Achmatova ( «Di morte sopra noi stavano stelle/ e innocente la Rus’si contorceva/ calpestata da stivali sanguinosi»), fino al ritratto minimo ma intimo, a tu per tu, di Nina Berberova: «Voglio guarire ma non ci riesco. Non riesco a estirpare questo male nero, non riesco a resuscitare. Mi sposto senza sapere dove vado, giro in tondo, vivo in luoghi che mi rimangono estranei. Sono anch’io come uno specchio che non riflette più nulla».
L’impossibilità di capire dove nasce questa condanna è l’ossessione di Dostoevskij. Certo, ci sono cause naturali, quando il male coincide con la malattia, spiegabile con le leggi della medicina: anche se nella febbre e negli incubi della Settimana Santa Raskolnikov vede la malattia dilatarsi e ingigantirsi «come se tutto il mondo fosse condannato a rimaner vittima d’una epidemia mortale mai vista né sentita, che dal profondo dell’Asia avanzava in Europa. Erano comparsi degli esseri microscopici che si annidavano nel corpo della gente. Interi villaggi, intere città e popolazioni erano stati contagiati ed erano impazziti. Avevano interrotto i mestieri più usuali, l’agricoltura si era fermata. Perivano tutti e tutto. L’epidemia cresceva e avanzava sempre più. In tutto il mondo si potevano salvare solamente alcune persone, erano i puri e gli eletti, predestinati a rinnovare e purificare la terra: ma nessuno e in nessun dove aveva visto quelle persone, nessuno aveva sentito le loro voci e le loro parole».
Mentre le campane suonano a stormo tutto il giorno, «venivano convocati tutti, ma nessuno sapeva chi e perché li convocasse», Dostoevskij scende nel profondo del mistero cercando il male dell’anima, la sua spiegazione, perché «io non voglio e non posso credere che il male sia lo stato normale degli uomini». Per sapere se la causa è l’inferno interroga il diavolo, che appare all’improvviso seduto sul divano davanti a Ivan Karamazov con la camicia piuttosto sudicia, la larga sciarpa molto logora, i pantaloni a quadretti, una giacca color cannella e un po’ di brina nei capelli scuri e nella barba a punta: senza orologio, ma con un anello d’oro e un opale di poco prezzo al dito medio della mano destra. È un diavolo coi reumatismi, affezionato al vapore dei bagni pubblici dove si strofina con sale e miele in mezzo ai mercanti, e alzando l’occhialetto di tartaruga verso Ivan gli toglie l’ultima illusione: «Per una qualche predestinazione fatta prima che il tempo avesse inizio, io sono costretto a negare, mi hanno scelto come capro espiatorio. Per me chiedo semplicemente l’annientamento. No, vivi, mi dicono, perché senza di te non ci sarebbe niente. Se sulla terra tutto fosse sensato, allora non succederebbe un bel nulla. Perché la sofferenza è vita e senza di te non ci sarebbero avvenimenti, e invece è necessario che ce ne siano. E così io presto il mio servizio a malincuore affinché ci siano avvenimenti, e su ordinazione creo l’insensato».
Questa mancanza di senso del Male, con il dolore che spiega se stesso e nient’altro, porta Dostoevskij a cercare il significato nell’uomo, in quella libertà che lo opprime perché lo costringe a prendere sulle sue spalle quella che l’Inquisitore chiama «la maledizione del discernimento tra il bene e il male». È Dmitrij Karamazov che svela il mistero, quando comprende che «il diavolo lotta con Dio e il campo di battaglia è il cuore dell’uomo». Ma allora nell’uomo si può cercare con la causa anche il rimedio. Così come la colpa va oltre la giustizia e dura nell’animo più della condanna, per Dostoevskij la pena può essere vissuta moralmente come castigo e la sofferenza può riscattarsi in redenzione, accettando il dolore che nasce dall’errore: soprattutto il dolore degli altri, secondo il precetto dello spirito russo, per cui dall’umiliazione e dal sacrificio viene la purificazione. L’uomo nella sua finitezza che tende all’infinito diventa così la vera unità di misura del Male che affligge il mondo, e l’unica sua spiegazione.
E si capisce Herman Hesse, il suo consiglio: «Dobbiamo leggere Dostoevskij quando stiamo male, quando abbiamo sofferto fino al limite della sopportazione e quando sentiamo la vita come un’unica, bruciante e ardente ferita. Allora non siamo più spettatori, bensì dei poveri fratelli in mezzo a tutti i poveri diavoli delle sue creazioni, e riusciamo a cogliere la sua musica, la sua consolazione, il significato mirabile del suo mondo spaventoso e spesso così infernale».