Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2020  ottobre 18 Domenica calendario


QQAN20 Houellebecq: Addio ai saggi, solo romanzi

QQAN20

Sulla quarta di copertina della raccolta appena uscita in Francia Interventions 2020, Michel Houellebecq dà l’addio a una forma espressiva nella quale ha saputo dare il meglio di sé, ovvero l’articolo o il breve saggio. «Non prometto affatto di smettere di pensare ma almeno di non comunicare più i miei pensieri e le mie opinioni al pubblico», scrive il romanziere, poeta, fotografo, attore, regista, musicista e – ormai non più – saggista. Peccato.
Perché già dal perentorio e ormai celebre titolo del primo testo — Jacques Prevert è un coglione (1992) – è apparso indiscutibile il talento di Houellebecq per la critica letteraria, sociale e politica e per le formule destinate a rimanere. Si poteva essere d’accordo con le conclusioni oppure no («Donald Trump mi sembra uno dei migliori presidenti che l’America abbia mai avuto», ha scritto qualche mese fa) ma il piacere della lettura rimaneva intatto.
Dopo la decisione di non rilasciare più interviste – l’ultima è quella dell’ottobre 2017 a «Der Spiegel» — ora Houellebecq fa un ulteriore passo indietro, e si allontana dal dibattito pubblico. Uscito un anno fa il settimo romanzo Serotonina (La nave di Teseo), il grande autore francese ha scritto alcuni interventi sul collega Emmanuel Carrère, Donald Trump, il caso del tetraplegico Vincent Lambert e infine sul lockdown (via via tradotti in Italia dal «Corriere della Sera»), raccolti adesso in questo Interventions 2020 che è la nuova edizione di una raccolta cominciata nel 1998.
«Il 55% di questo volume figurava già nella seconda edizione, apparsa nel 2009. Questa terza edizione comporta dunque il 45% di nuovi testi», spiega con minuzia lo stesso Houellebecq. E, «benché io non desideri essere un “artista impegnato”, mi sono sforzato in questi testi di convincere i miei lettori della validità dei miei punti di vista, raramente sul piano politico, su diversi “temi di società” più spesso, sul piano letterario di tanto in tanto». Ma «non ci sarà una quarta edizione», annuncia l’autore, perché non scriverà nuovi testi da raccogliere, «tranne in casi di urgenza morale grave, per esempio una legalizzazione dell’eutanasia (non penso che possano presentarsene altri, nel tempo che mi resta da vivere)».

Che differenza con un’altra quarta di copertina, quella della prima edizione, nel 1998, nella quale Houellebecq esponeva l’idea di un «libro unico»: «Le “riflessioni teoriche” mi sembrano un materiale da romanzo buono come un altro. Lo stesso vale per le discussioni, le interviste, i dibattiti... E vale ancora di più per la critica letteraria, artistica o musicale. Tutto dovrebbe in fondo potersi trasformare in un libro unico, da scrivere fino all’approssimarsi della morte; mi pare una maniera di vivere ragionevole, felice, forse anche da prendere in considerazione nella pratica».
Oltre vent’anni dopo quelle parole, Houellebecq cambia idea e sceglie di affidare la sua visione del mondo alla sola letteratura. Non è un addio polemico, le sue recenti prese di posizione sui giornali hanno suscitato interesse ma non scandalo: lo scrittore si dichiara contrario all’Unione europea, favorevole alla democrazia diretta e non più a quella rappresentativa, apprezza il presidente Donald Trump per l’atteggiamento America First e stima il pluricondannato polemista francese Eric Zemmour per la libertà di tono e di espressione. Ma questo non ha impedito a Houellebecq di essere invitato con la moglie Qianyun Lysis Li all’Eliseo, un anno fa, e di essere insignito della Legion d’Onore dal presidente Emmanuel Macron, sicuramente più europeista che trumpiano ma anche grande e affettuoso ammiratore di Houellebecq.
In quell’occasione il presidente ha reso omaggio alla capigliatura «sapientemente trascurata» dello scrittore e soprattutto al suo essere «un romantico in un mondo diventato materialista», riuscendo comunque a «cogliere l’epoca come nessun altro».
Questa straordinaria capacità di cogliere, spesso anticipare, lo spirito del tempo, Houellebecq l’ha dimostrata anche nei testi brevi. Per esempio quello che «la Lettura» pubblica in queste pagine per gentile concessione dell’autore e della casa editrice Flammarion, prefazione all’opera del fotografo Marc Lathuillière nel 2014 e formidabile descrizione «dei Francesi che hanno accettato di recitare la loro parte di Francesi» per la più grande gioia del turismo internazionale.
Oppure, nel 1997, ecco il racconto di una visita al secondo Salone dei video a luci rosse di Parigi, la constatazione dello spazio sempre maggiore dato alla violenza nei film pornografici, e quindi la frase «per la prima volta nella mia vita, comincio a provare una vaga simpatia per le femministe americane». In seguito al caso Dutroux, nel 1997, la rivista «L’Infini» di Philippe Sollers gli sottopone alcune domande sulla pedofilia. «Attraverso il modo in cui sono formulate le vostre domande, sento un invito sottile a pronunciare frasi politicamente scorrette – magari evocando supposte pulsioni sessuali che sarebbero presenti nell’infanzia; è una strada che non prenderò. Le pulsioni sessuali dell’infanzia, in realtà, non esistono; è un’invenzione pura e semplice. In tutti i casi riportati dai media in modo così compiaciuto, il bambino è assolutamente, totalmente una vittima».

Su un tono più divertito c’è poi l’articolo, scritto nello stesso periodo per «Les Inrockuptibles», dal magnifico titolo Il Tedesco: ovvero, un popolo riassunto in quattro pagine (l’esercizio verrà poi ripetuto con gli olandesi in Serotonina). «Come la cicogna in inverno, come l’hippy di epoche più antiche, come l’Israeliano adepto del Goa trance, il Tedesco sessantenne parte per il Sud. Lo si ritrova in Spagna, spesso sulla costa fra Cartagena e Valencia. Alcuni esemplari (di un ambiente socio-culturale di solito più agiato) sono stati segnalati alle Canarie o a Madera». Sostiene Houellebecq che la vita di un tedesco è simile a quella di un lavoratore immigrato in Germania, ripartita tra un Paese A e un Paese B: «Il Paese A è il luogo dove si lavora: tutto è funzionale, noioso e preciso. Il Paese B è quello del tempo libero: le vacanze, la pensione... L’opinione del tedesco sul suo Paese natale finisce per essere uguale a quella del turco. Era la nostra rubrica “La parità franco-marco, il modello economico tedesco”. Buonanotte a tutti».
Tra le rarità, l’autoironico racconto della vittoria del premio Café de Flore, che nel 1996 ha fatto di lui «uno scrittore normale»: «Un fotografo si è avvicinato. Senza interrompere la conversazione ho leggermente volto la sguardo verso di lui, ho accennato un sorriso: non mi dava alcun fastidio. Da molto tempo ero alla ricerca di un modo di vivere. Ed ecco qua, l’avevo trovato: sarei diventato una star».
Quel divertimento, più che nei saggi, Houellebecq oggi lo ritrova forse nella carriera di attore. Dopo Il rapimento di Michel Houellebecq e poi Thalasso dell’anno scorso, co-protagonista al fianco di Gérard Depardieu, in questi giorni Houellebecq è negli studi cinematografici di Bry sur Marne, fuori Parigi, per interpretare il ruolo di un medico in Rumba Therapy, commedia di Franck Dubosc che uscirà a Natale del 2021.