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 2020  ottobre 18 Domenica calendario


QQAN68 1QQAN40 Intervista a Crlo Ginzburg

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«La lettura si configura sempre come una serie di scatole cinesi», scrive Carlo Ginzburg nella postfazione alla nuova edizione del suo famoso saggio I benandanti (Adelphi), dedicato ai membri di un culto sciamanico diffuso in Friuli che si proclamavano difensori della fertilità dei campi dai malefici della stregoneria. Leggendo un libro di Ginzburg se ne leggono contemporaneamente molti altri, riecheggiati, ricordati o riferiti. Anche per questa ragione, I benandanti (pubblicato per la prima volta da Einaudi nel 1966) apparve un’opera rivoluzionaria che affascinò non solo gli storici, ma anche letterati come Giorgio Manganelli. Segnò l’inizio fulminante della carriera dello storico italiano attualmente più noto a livello internazionale, le cui opere sono tradotte in 29 lingue.
Il suo incontro con Menichino, il bovaro benandante di Latisana, in Friuli, avvenne tuttavia per caso all’inzio degli anni Sessanta.
«Sì, avvenne per caso: ma un caso che era frutto di una scelta deliberata. Mi ero messo a studiare i processi di stregoneria partendo dall’ipotesi (un ingenuo miscuglio di Antonio Gramsci e Jules Michelet) che in essi si nascondesse una forma rudimentale di lotta di classe. Poco dopo trovai, nel fondo Inquisizione conservato nell’archivio di Stato di Modena, un documento che mi parve confermare la mia ipotesi: un processo celebrato nel 1519 contro una contadina del modenese, Chiara Signorini, accusata di aver gettato una malìa contro la padrona che l’aveva cacciata dal fondo. Ricordo ancora la mia delusione: una conferma così rapida dimostrava, pensai, che l’ipotesi da cui ero partito era poco interessante. A questo punto (era il 1962, mi ero laureato da poco) decisi di girare l’Italia alla ricerca di fondi archivistici in cui erano conservati processi di stregoneria. Cominciai da Venezia. Del grande fondo di processi inquisitoriali conservato in quell’archivio esiste un inventario manoscritto, che elenca i processi distinguendo quelli per eresia da quelli per magia, stregoneria, superstizioni. Partendo da questa classificazione rudimentale cominciai a chiedere buste a caso, usando quella che chiamai retrospettivamente “roulette veneziana”. E così incontrai Menichino, il benandante: una parola a me ignota, come lo era all’inquisitore che lo interrogava. Riflettendo su quell’incontro, a distanza di decenni, capii che l’uso sistematico del caso ci permette di essere colti di sorpresa, di trovare qualcosa di inaspettato».
L’imprevisto come scintilla che accende la ricerca?
«L’ho detto molte volte ai miei studenti: trovare quello che si cerca, non basta. Ora, internet ha moltiplicato le possibilità di questa produzione sistematica del caso. Il “rumore”, che i tecnici di internet cercano di evitare, può diventare uno strumento di ricerca. Naturalmente il caso non agisce meccanicamente: mi sono chiesto più volte in che modo altri studiosi avrebbero reagito imbattendosi nella testimonianza di Menichino. Le sue descrizioni delle battaglie combattute dai benandanti contro le streghe, in spirito, per la fertilità dei campi, costituivano senza dubbio un’anomalia. Perché, di fronte a quest’anomalia, mi parve di avere fatto una vera scoperta? Cercando di rispondere, retrospettivamente, a questa domanda, ho scoperto a poco a poco l’importanza che la criptomemoria – la memoria nascosta, inconscia – ha nella ricerca».

Il suo primo libro ha innescato un esercizio di autoanalisi, che continua tuttora, sull’elemento inconscio ed emotivo del suo modo di intendere il mestiere di storico.
«Sottolineare l’elemento emotivo e passionale nella ricerca non è una novità: l’aveva già fatto, per citare un precedente illustre, Benedetto Croce. Mi pare invece che l’importanza dell’elemento inconscio non sia stata analizzata da vicino. Ma la consapevolezza del peso che hanno i pregiudizi, consci e inconsci, nella ricerca, deve accompagnarsi alla consapevolezza dell’importanza di provare, nei limiti del possibile, i risultati raggiunti. Nata da impulsi (anche) irrazionali, la ricerca storica deve essere sottoposta a una verifica razionale. L’importanza che le prove hanno nel mestiere dello storico risale all’antiquaria, come dimostrò Arnaldo Momigliano in un saggio famoso. Si tratta di prove falsificabili, certo».
Ma come funziona la falsificazione di un’affermazione storica?
«Una domanda del genere, in un mondo invaso dalle fake news, è più che mai attuale. Anche la negazione del Covid-19 è una fake news, nata dal pregiudizio ideologico e dal disprezzo nei confronti delle prove di fatto. Analizzare attraverso casi specifici l’intreccio di elementi irrazionali e razionali, di pregiudizi e di prove, che costituisce la trama della ricerca, approfittando della coincidenza anagrafica tra quello che siamo oggi e quello che eravamo una volta, mi pare, oggi più che mai, un esercizio indispensabile».
In un mondo globalizzato, cosa può insegnarci la microstoria dei bovari friulani di molti secoli fa?
«L’idea che la storia sia “maestra di vita”, come sostenevano gli antichi, rinvia a una concezione monumentale della storiografia che non ha resistito alla critica di Friedrich Nietzsche. Ma una ricerca come quella sui benandanti può insegnare ad afferrare le voci dei colonizzati nell’enorme quantità di documenti prodotti dal colonialismo europeo in Africa, in Asia, nelle Americhe. È questo solo un esempio del contributo che la microstoria, intesa come storia basata su casi analizzati in una prospettiva sperimentale, può dare alla storia globale. Di fronte a una storia puramente quantitativa, basata sui Big Data, è importante sottolineare il valore cognitivo delle anomalie. Ma le anomalie rinviano alle norme: la microstoria, nel senso che si è detto, è lontanissima dal gusto estetizzante per il frammento».

Protagonisti dei suoi studi sono personaggi agli estremi opposti della società: il mugnaio Menocchio e Piero della Francesca, il distillatore-buffone Costantino Saccardino e Niccolò Machiavelli, la contadina Chiara Signorini e Thomas Hobbes... Esiste una continuità di temi nella sua opera.
«Continuità di temi, non direi proprio. La varietà che lei sottolinea è frutto di un impulso irresistibile a inoltrarmi in territori che non conosco, ripartendo continuamente da zero. Mi trovo a mio agio nella parte dell’estraneo (rispetto a una disciplina, rispetto a una tradizione di studi). Le riflessioni che ho fatto sulla fecondità conoscitiva dello straniamento, a partire dal famoso saggio di Viktor Shklovsky, partono di lì. Sui risultati di questa scelta ripetuta lascio la parola a chi mi legge».
Ma questa discontinuità potrebbe nascondere un filo rosso, una continuità sotterranea?
«Non lo escludo. Voltandomi indietro penso alla mia traiettoria di ricerca come a una partita a scacchi (un gioco che mi affascina, anche se non lo pratico quasi mai). I pezzi sono diversi e si muovono secondo regole diverse, ma ogni mossa condiziona, in maniera difficile da descrivere, la successiva. E da ogni mossa s’impara: per analogia, ma non solo, perché i pezzi sono diversi. Il modo in cui Menocchio leggeva i libri mi ha insegnato (anche) a capire come li leggeva Dante».
«Lo storico è come l’orco della fiaba: là dove fiuta odore di carne umana, là sa che è la sua preda», scriveva il grande storico francese Marc Bloch. Che cosa significa per lei questa affermazione?
«In questa metafora leggerei un invito a trascurare gli steccati disciplinari. Nei documenti (di qualunque genere) si nascondono uomini e donne in carne e ossa: dobbiamo scoprirli. Nella stessa direzione, usando una metafora molto più debole, mi è capitato di dire che la storia non è una fortezza ma un aeroporto. Di fronte a un problema dobbiamo essere disposti a partire in tutte le direzioni, esplorando i risultati prodotti all’interno di varie discipline, e analizzando i metodi che li hanno prodotti. Supporre che tra i problemi in cui ci imbattiamo (magari in maniera imprevista) e le discipline accademiche consolidate esista un’armonia prestabilita è senza dubbio ingenuo: ma si tratta di un’ingenuità molto diffusa».

Quali sono stati gli incontri reali o gli interlocutori mentali che giudica maggiormente influenti nella sua formazione?
«Senza dubbio è stato l’incontro con gli scritti di Bloch a spingermi verso il mestiere dello storico. Ma poi ho imparato moltissimo da storici in carne e ossa: grandi studiosi come Delio Cantimori, Arnaldo Momigliano, Arsenio Frugoni, Augusto Campana. E poi da persone che non erano storici di professione – penso a Felice Balbo, a Vittorio Foa, a Cesare Garboli, a Sebastiano Timpanaro, a Francesco Orlando. Persone a me carissime, che non ci sono più. Da ognuna di loro, nella loro straordinaria diversità, ho imparato qualcosa di insostituibile. Sono stato molto fortunato. Ma la statura intellettuale e morale delle persone che ho citato non deve trarre in inganno: ho l’impressione di imparare qualcosa continuamente, nella vita di ogni giorno. Le moi est haïssable, l’io è odioso, disse Pascal; ma io aggiungerei anche ennuyeux, noioso. È il rapporto con gli altri – persone vere o immaginarie, persone reali oppure incontrate sui libri, sullo schermo del computer eccetera – che ci consente di sottrarci al provincialismo ossessivo del nostro io. Ma per fortuna, come mi venne fatto di dire una volta, l’io è poroso».
Carlo Ginzburg è un intellettuale globale. A consolidare questa dimensione internazionale ha contribuito la scelta di andare a insegnare negli Stati Uniti. Come fu l’impatto con quell’universo culturale?
«Il primo incontro con il mondo accademico statunitense si verificò nel 1973, quando fui invitato al Davis Center di Princeton, allora diretto da Lawrence Stone. Mi trovai di fronte a uno stile di discussione al quale non ero abituato: estremamente analitico, talvolta aspro, anche se privo di aggressività personale. Credetti ingenuamente che quello fosse lo stile dominante nelle università nordamericane: in realtà era di origine inglese (il pugilato come noble art). Lì presentai la prima versione, in francese (dato che il mio inglese era molto carente) de Il formaggio e i vermi».

Stone sosteneva la necessità di un «ritorno al racconto», nacque allora la sua attenzione alla dimensione narrativa della storia?
«La passione per la narrazione era già evidente ne I benandanti. È una passione che associo a mia madre, Natalia Ginzburg, e, per quanto riguarda la narrazione storica, alla traduzione di Guerra e pace rivista da mio padre negli anni del confino e uscita nel 1942 (la sua prefazione, trattandosi di un ebreo, era siglata da un asterisco). La rivelazione della libertà offerta dal saggio come genere letterario, che scoprii scrivendo il saggio Spie (1979), ha un’origine diversa: il cinema, gli stacchi bruschi resi possibili dal montaggio (lessi Tecnica del cinema di Sergey Eisenstein quando avevo undici anni, prima di vedere i suoi film, capendo pochissimo: un’esperienza indimenticabile). Tra le virtù del saggio come forma c’è la traducibilità, e la possibilità di comprimere la comunicazione in un tempo molto breve. Ce ne accorgiamo oggi, in tempo di Covid-19 e di lezioni a distanza».
Come ha vissuto il periodo del lockdown?
«Molte letture, molte interviste e lezioni online qua e là. Una situazione di privilegio, circondato da una tragedia mondiale che continua».