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 2020  ottobre 18 Domenica calendario


Genesi di "Petrolio" di Pier Paolo Pasolini

Nella primavera-estate del 1972, si fa strada in Pasolini l’idea di scrivere un romanzo dal titolo Petrolio dopo aver letto quella parola in un articolo forse dell’Unità. Petrolio diventerà poi il progetto più importante sulla scrivania di Pasolini fino all’assassinio del 2 novembre 1975.
Strettamente intrecciato, come idea, agli articoli raccolti negli Scritti corsari, Petrolio è l’altra faccia, narrativa e smisurata, del famoso editoriale che inizia con «Io so». In Petrolio, Pasolini vuole fare i nomi, o almeno provarci, del nuovo Potere, solo all’apparenza senza volto, che sta provocando una mutazione antropologica dall’impatto paragonabile «alla prima semina» nella storia dell’umanità. La rivoluzione della scienza applicata (alle telecomunicazioni, soprattutto) cambierà per sempre l’essere umano, tenendo a battesimo una società in cui saremo tutti felici di essere borghesi, omologati, conformisti. Felici ma non liberi: il nuovo, sorridente Potere sarà il più repressivo della storia, senza averne l’aria.
L’opera si compone di capitoli mobili, che Pasolini chiama Appunti. Questo struttura aperta rende il romanzo un mostro continuamente in fieri, con lunghe Visioni e digressioni spesso dalla funzione di exempla morali. Dantesco e postmoderno, Petrolio è inafferrabile, abissale, eppure chiaro. Meraviglioso, e perfetto, anche se incompiuto. Stupefacente per profondità di vedute, Pasolini non ha voluto usare la forza necessaria per superare il linguaggio vetusto del fascismo/antifascismo, contrapposizione appartenente al passato, come Petrolio stesso illustra benissimo. La forza, comunque, Pasolini ce l’aveva: si potrebbero citare decine di passi in cui il fascismo non è più il fascismo ma qualcosa di peggiore. Lo scrittore non volle abbandonare del tutto quel modo di esprimersi, forse, per timore di risultare ambiguo e di prestarsi a strumentalizzazioni da destra. Pasolini in realtà era andato molto oltre e ci ha affidato la sua spaventosa scoperta, che parte dalla lotta politica per andare infinitamente più lontano: è in arrivo l’apocalisse, non il nuovo duce, in gioco ci sono migliaia di anni di storia, non il prossimo presidente del consiglio.
Il personaggio principale è Carlo Valletti, ingegnere dell’Eni, l’azienda petrolifera italiana intorno alla quale ruotano il potere e i misteri del potere, a partire dall’omicidio di Enrico Mattei, il carismatico presidente precipitato in aereo nel 1962. Un velivolo manomesso, come poi è stato accertato. Da chi? In Petrolio si accavallano due tesi. La prima. Dalla mafia su commissione di americani e francesi, infastiditi dall’attivismo di Mattei in Africa e in Medio Oriente; da Eugenio Cefis, il vero successore di Mattei, manager e imprenditore legato alla corrente democristiana di Amintore Fanfani. Carlo, scelto per il suo ingenuo idealismo, sarà la foglia di fico dell’Eni. Poi c’è un’altra trama, qui meno importante. Carlo si sdoppia, ci sono un Carlo buono e un Carlo cattivo, dalle sconvolgenti esperienze sessuali.
Il Carlo buono, in origine, nasce a Ravenna e cresce a Bologna, ma quando Pasolini, nella primavera del 1973 si imbatte sui giornali nella storia di Francesco Forte, l’economista vicepresidente dell’Eni che rifiutò di firmare i bilanci perché opachi, decise di correggere. Carlo ora nasce ad Alessandria e cresce a Torino. Non dimentichiamo che Forte è lombardo ma è sempre stato famoso per essere stato il successore di Luigi Einaudi all’università di Torino.
Molti sono i rimandi diretti a Forte, in particolare, oltre all’apertura, nell’Appunto 97 e nella serie di Appunti contrassegnata col numero 129. Due luoghi decisivi del libro. Ci sono riferimenti ad articoli di cronaca dell’epoca riguardanti il professore. Tali articoli, per altro, sono conservati presso l’Archivio Vieusseux, insieme al dattiloscritto di Petrolio. Erano tra le carte preparatorie del romanzo. In uno di essi, troviamo anche una immagine grande di Forte, forse utilizzata da Pasolini per descrivere «Carlo». Molte sono i passi soppressi (momentaneamente o definitivamente) che riguardano Forte, ancora inedite proprio perché estromesse dal testo al momento della morte di Pasolini. È Carlo infatti a capire il nuovo aspetto del potere. In qualche caso, le cancellature non sembrano vere soppressioni: sono rimozioni in attesa di probabile riscrittura. Questo riguarda, in particolare, i passi che talvolta ricordano (molto) gli articoli che Pasolini scrisse nel 1973-1974 in prevalenza sul Corriere della Sera. Ma l’analisi di questo gruppo di correzioni in questa sede conta fino a un certo punto: per ora basterà sapere che ci sono.
La visione del dattiloscritto di Petrolio rende subito l’idea delle difficoltà enormi che i prossimi editori del testo (Maria Careri, Graziella Chiarcossi, Walter Siti) devono affrontare. Non solo per la natura mobile dei vari Appunti, ma anche per la stratigrafia delle correzioni a mano (con correlato accavallarsi di inchiostri) a cui bisogna aggiungere il cambiamento di nastri della macchina per scrivere. Ciò nonostante, non risultano compromessi né il senso ultimo né la drammaturgia dei singoli episodi, al netto di qualche inevitabile incongruenza. Sulla morte di Pasolini si è detto di tutto. Niente però è definitivo quanto scritto da Pasolini stesso all’inizio di Petrolio, riferendosi a Carlo: «Non avrebbe mai accettato di fingere di essere uno se in realtà era spaccato in due. Avrebbe potuto anche lasciarsi ammazzare, pur di essere coerente con questa sua realtà». E pur di essere coerente, Pasolini, che era spaccato in due, lo scrittore e l’avventuriero, l’italiano e il friulano, l’intellettuale e il popolano, il comunista e il reazionario, si lasciò ammazzare davvero.