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 2020  ottobre 17 Sabato calendario


Biografia di Domenico Starnone raccontata da lui medesimo

Incrociai per la prima volta la vita artistica di Domenico Starnone quando uscì Via Gemito. Più o meno venti anni fa. Dentro quel romanzo dormiva un vulcano che improvvisamente si era risvegliato. Con discrezione, quasi controvoglia. Non come quelle eruzioni che ti spiazzano e ti riducono in cenere solo perché la montagna è arrabbiata, scossa e vuole fare tutto e subito. Per poi ripiombare nella profondità della sua cuccia. No, quel libro, quel romanzo bellissimo per quanto mi inteneriva il protagonista narratore, era davvero un “gemito”, un dolce spasmo, quasi a volersi scusare di quella lava di ricordi che scendeva lenta dalle pendici della memoria. A dire il vero, con Starnone ci si era frequentati un po’ per caso, un’estate di molti anni prima, durante una vacanza. E ricordo quest’uomo tranquillo che avrebbe potuto essere un botanico o magari un osservatore di uccelli e invece era allora un insegnante che dopo un po’ si era dato alla scrittura. Lui ricorda discorsi molto intelligenti. Io non ho memoria di tutto questo. Però mi colpiva quel suo modo di parlare come se dietro a ogni suono ci fosse la curiosità sincera verso l’altro. Ecco, nel suo ritrarsi Starnone mi ha sempre fatto pensare a una disponibilità gentile, che è insieme distanza e partecipazione. E ora tutto questo mi torna dopo una rilettura di Via Gemito (ripubblicato da Einaudi) con cui vinse lo Strega e il premio Napoli. E resta un gran bel romanzo che tiene il tempo e non sbiadisce nella sua patina. Con l’autore ci sentiamo per telefono. E mentre ascolto quello che dice, so che dovrei chiedergli della Ferrante: sei o non sei quella scrittrice che ormai ha un successo planetario? Ma non me la sento. Non voglio. Perché conosco già la risposta. Però una cosa gliela devo chiedere.

Caro Domenico dopo tutto quello che ti ha combinato, la Ferrante si è mai scusata per l’imbarazzo in cui ti ha messo? Per le noie che involontariamente ti ha procurato? Per gli agguati giornalistici che hai dovuto subire?
«Che ti devo dire? Sono stato perseguitato da questa storia. Ma non mi sento colpito e infastidito.
Oltretutto, mi piacciono a tal punto le scelte radicali di Ferrante, che non l’ho mai sentita in torto nei miei confronti. Lei sicuramente sì, lo ha dichiarato, ma secondo me non ne ha motivo. È il gioco dei media che mi ha spesso disturbato. Ma ormai sono passati tanti anni, non me ne importa più».
Però gli anni che sono trascorsi non ti hanno tolto la voglia di ritornare a “Via Gemito”. Perché il bisogno di ripubblicarlo?
«La cosa ti sembrerà strana, lo ripubblico per mettere in copertina I bevitori, il quadro di mio padre che è al centro della seconda parte del libro.
Mentre scrivevo, alla fine degli anni ’90, lo credevo perso come tante altre sue opere. Ma a sorpresa, subito dopo lo Strega, un giornalista del Corriere del Mezzogiorno, mi pare, lo ritrovò nei magazzini del comune di Positano e ci fece su una pagina. Mi vergognai un po’. Mio padre aveva sempre sostenuto che il quadro era esposto nella sala consiliare di Positano, e io non gli avevo creduto».
Se quella storia la scrivessi oggi, con quali occhi
la racconteresti?
«Con gli occhi dello storico o del biografo. Via Gemito è una costruzione letteraria. Ci sono un padre e un figlio. Il primo è una grande narratore ma del tutto inaffidabile. Il secondo è un testimone incerto, considera i ricordi la prima menzogna che ci raccontiamo. La verità di Via Gemito è quella della letteratura».
Ma tu dai del bugiardo a tuo padre. Quest’uomo implacabile che fa il ferroviere per vivere e l’artista per sognare. Non arretri davanti ai suoi numerosi difetti: violento, geloso, egocentrico, competitivo, invadente, sgradevole, scontento in tutto. Da che cosa ti sei liberato raccontandolo?
«Da niente, credo. I racconti mettono ordine e l’ordine è sempre provvisorio. Non ti liberi, al massimo per un po’ ti acquieti».
Ti descrivi come timido e introverso, da bambino. E aggiungi che avresti desiderato un padre diverso.
«Da ragazzino ho desiderato un padre a norma, il mio mi pareva insopportabilmente eccessivo. Oggi non baratterei quel padre con nessun padre “normale”. Mi impoverirei».
Eppure ti aveva così profondamente esasperato che meditavi perfino di ucciderlo. Hai mai pensato di portare, almeno simbolicamente, a compimento quel gesto?
«Credo di sì. Subito dopo la morte di mia madre, ho fatto in modo che la mia vita mettesse tra parentesi la sua».
L’hai come ingabbiata per non farti aggredire?
«Più o meno è così».
Ma anche lui si sentiva in gabbia.
«Davanti al cavalletto, con la sua tela e i colori si sentiva libero. Gli passava la stanchezza delle ore trascorse in ferrovia, e smetteva di lagnarsi. Era come se cancellasse l’intera famiglia.
Contemporaneamente, quello stesso atteggiamento mi sembrava un insulto, una forma di disprezzo. Pensavo che avrebbe potuto benissimo fare a meno di tutti. E certe volte lo diceva».
Negli anni in cui dipingeva, a Napoli era forte l’egemonia comunista. Ha dovuto farci i conti?
«Ti devo dire che credo poco all’egemonia culturale comunista. La guerra fredda è stata lunghissima, i blocchi si sono ferocemente scontrati per oltre quarant’anni su tutti i piani. Ma si sono anche reciprocamente influenzati, mescolando tutto e il contrario di tutto. La vita dei singoli, in quel clima, la vita dei fragili intellettuali e artisti di mezza cultura che cercavano un loro piccolo spazio saltabeccando qua e là, è ancora tutta da raccontare».
È un invito agli altri o a te stesso?
«Raccontare certe storie e certe persone solo perché animate da buoni sentimenti e da convinte ideologie non mi interessa. Certe cose per me diventano autentiche solo quando mostrano la loro opacità».
Gli anni in cui tuo padre dipinge coincidono in parte con il grande rinnovamento della pittura a Napoli. Gli artisti più interessanti, influenzati dal di fuori, rompono con la tradizione figurativa. Tuo padre ne resta dentro.
«Mio padre è stato un autodidatta. Apparteneva a quella generazione la cui formazione era avvenuta tutta sotto il regime fascista. Ha dovuto reinventarsi di sana pianta, e lo ha fatto senza scuola, con quel poco che gli capitava sotto mano. La sua idea dell’arte era semplice: se sai disegnare una mano, poi ti può prendere il lusso di ridurla a una chiazza di colore; se non lo sai fare, la chiazza di colore è solo tale. Nel corso della sua lunga vita è passato attraverso le suggestioni più diverse, ma da quella convinzione non è mai uscito».
Che cosa pensi della sua pittura?
«Aveva uno straordinario talento naturale che per tutta la vita ha coltivato come poteva e con una dedizione stupefacente, se si tiene conto che faceva il ferroviere. Ha dipinto moltissimo e tuttavia oggi si trova poco della sua opera. È un peccato. I lavori degli anni Quaranta, Cinquanta, Sessanta, sono di notevole qualità».
Accennavi prima alla morte di tua madre che descrivi come una specie di martire. Cosa è stata per te?
«È stata molto affettuosa. Di certo non una martire, si difendeva bene. Ma mio padre, come ti ho detto, era un uomo particolarmente difficile. E poi, con gli anni, mi sono convinto che lei lo amasse molto e che lui tanto più la rendesse infelice, quanto più a tratti sapeva renderla felice. Fu un rapporto complicato».
È strano.
«Cosa?».
Come quest’uomo ti abbia segnato. Se invece
dell’ossessione della pittura avesse avuto quella della scrittura, che cosa avresti fatto?
«Se invece che dipingere avesse scritto, io non avrei prodotto una riga. Sai, mio padre avrebbe potuto fare tutto, imparava a grande velocità e non si tirava mai indietro. E voleva essere un grandissimo pittore».
Quando hai pensato che la scrittura fosse per te una strada percorribile?
«Dopo la morte di mia madre. Ma cambiai presto idea, non mi è sembrato di essere davvero all’altezza delle mie ambizioni».
Quelle del grandissimo scrittore?
«Già, e poi ho scoperto che mi piaceva insegnare. La scrittura è tornata in una veste diversa alla fine degli anni Settanta con la collaborazione al Manifesto. Ed è riesplosa a metà anni Ottanta, ma senza le grandi ambizioni che avevo da ragazzo, con il successo di Ex cattedra ».
Che posto occupa la scrittura nella tua vita?
«Beh, piano piano la vita me l’ha occupata tutta. Mi sono adoperato in tutti i modi perché scrivere non diventasse come era stato dipingere per mio padre: ho raffreddato la passione di inventare, ho soffocato progetti che mi parevano eccessivi. Ma alla fine è successo. La scrittura è una signora particolarmente esigente».
Perché la leghi alla morte di tua madre?
«La morte di mia madre è stata l’irruzione imprevedibile di una forza estranea. Ho scoperto l’orrore delle malattie che allora erano definite “inesorabili” e ho constatato che se lei era veramente mortale lo ero anch’io. Essere vivo mentre lei era morta mi è sembrato a lungo una colpa. La morte di mio padre è stata invece come guardarsi in uno specchio senza troppe sorprese».
Ma questa “forza estranea”, come la chiami, non è una specie di dolore speciale che apre alla scrittura?
«Non un dolore speciale, ma il dolore per tutte le volte che scrivi di ciò che muore. È una specie di mancamento. Le parole diventano insufficienti, prevale la perdita di senso. Ciò che detesto di più è dover scrivere messaggi di condoglianze, necrologi o commemorazioni. Sei davvero addolorato, ma le parole anche ben scelte suonano false. O si riesce a dire il dolore di getto, con poche frasi immediate, o è meglio tacere».
Alla morte di tua madre, tuo padre abbandona Napoli, va al Nord, in Svizzera, si risposa. Scorre quasi un trentennio tra vecchi e nuovi sogni. Come racconteresti il seguito di “Via Gemito”?
«Non so. Le volte che l’ho visto era sempre lo stesso. Invecchiava ma resisteva quel suo scontento combattivo. Eppure nei miei occhi c’è anche il ricordo di un uomo molto simpatico. Non gli sarebbero bastate mille vite per mettersi seduto in un angolo senza dipingere e rassegnarsi».
La tua vecchiaia come la percepisci e la vivi?
«Ho una vecchiaia senza smanie, senza rimpianti, ma forse perché ho avuto una vita abbastanza lunga e tutto sommato soddisfacente».
Nonostante tuo padre, sei stato un bambino educato nella più classica educazione cattolica.
Tua nonna paragonava l’aldilà a un trito di prezzemolo mentre lo preparava. Pensi davvero che non ci sia nulla dopo la morte?
«Resta il resto di niente, bellissima, densa espressione napoletana che fa da titolo a un libro famoso di Enzo Striano».
Hai lasciato Napoli per Roma. È possibile un confronto?
«Nessuno. La Napoli di oggi la conosco poco. Come tutte le città complicate, per parlarne sul serio bisogna viverci».
Cosa sono state per te le radici e cosa sono diventate?
«Le ho volute tagliare di netto, a vent’anni, e l’ho fatto, ma poi sono ricresciute obliquamente. Faccio finta che non ci siano e invece sono lì, le ritrovo soprattutto quando scrivo».