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 2020  ottobre 17 Sabato calendario


Giolitti lo statista imperfetto

C’è una battuta che non gli è stata mai perdonata, principale capo d’accusa contro il suo cinismo. È contenuta nella lettera di Giolitti alla figlia Enrichetta, scritta nel marzo del 1896. «Mettiti in testa che gli uomini sono quello che sono, in tutti i tempi e in tutti i luoghi, con i loro vizi, con i loro difetti, con le loro passioni e debolezze. E il governo deve essere adatto agli uomini così come sono. Il sarto che ha da vestire un gobbo, se non tiene conto della gobba, non riesce». Figlia mia, anche l’abito deve avere la gobba. La perfezione astratta non esiste.
L’episodio viene ricordato da Massimo Salvadori nel suo nuovo prezioso saggio dedicato a «una delle grandi polemiche del Novecento italiano». L’uomo che incarna questo imperituro débat, esecrato come un “dittatore” od osannato quale Cavour redivivo, è Giovanni Giolitti, ripetutamente presidente del Consiglio nel trentennio tra il 1892 e 1921. Al suo nome è legato un paradosso che lo storico tenta in questo libro di sciogliere. Nonostante l’indiscusso profilo di statista, nonostante l’incontestabile crescita economica e l’inoppugnabile progresso sociale della cosiddetta “primavera italiana”, Giolitti è destinato a rimanere a lungo nella storia politica del nostro paese come uno dei personaggi più controversi, bersaglio d’un florilegio di invettive che rimbalzano nel lessico contemporaneo.
“Despota illuminato”. “Cinico ribaldo”. “Boss d’Italia”. “Brigante”. “Figura porca”. “Mago dei trasformismi”. “Manutengolo del fascismo”. “Giovanni Battista di Mussolini”. E, in ultimo, “ministro della mala vita”, il più celebre degli epiteti ancora in circolo nell’attuale scena politica. Il copyright per lo più appartiene al talento espressivo di Gaetano Salvemini, un fervente storico e polemista che credeva nella democrazia. Ma alcuni degli argomenti usati contro il leader piemontese furono condivisi da un arco vastissimo che teneva insieme socialisti massimalisti, destra reazionaria, cattolici intransigenti, nazionalisti guerrafondai, intellettuali liberisti. E avrebbero segnato il bilancio storiografico e politico del suo operato fino alla fine del Novecento.
Una figura divisiva, che evoca una stagione di forti contrapposizioni: è in questa immagine che Salvadori rintraccia un tratto permanente della storia italiana, restia a comporsi intorno un patto di coesione nazionale. Tra i principali meriti di Giolitti fu aprire lo Stato liberale alla democrazia, istituendo nel 1912 il quasi suffragio universale (mancava ancora il voto delle donne). Ma la democrazia si porta dietro una dose inevitabile di conflittualità che lo statista di Dronero non riuscì più a governare. L’errore più grave fu non riconoscere nel 1921 il carattere eversivo del fascismo, nell’illusione di contenerlo dentro il perimetro istituzionale. Ma fu un errore – interviene in sua difesa Salvadori – condiviso con la classe dirigente liberale, con i cattolici popolari e con i comunisti che guardavano alle camicie nere come a un fuoco di paglia destinato a essere soffocato dalla rivoluzione. Quello dopo la Marcia su Roma fu il periodo più buio: arrivò a cedere al famoso discorso di Mussolini sul Parlamento ridotto a “bivacco di manipoli”. Ma nel marzo del 1928 il suo ultimo discorso parlamentare apparve come inequivocabile atto d’accusa contro il regime. Sarebbe morto nel luglio successivo, a 86 anni, dopo essersi finto addormentato al cospetto di Benedetto Croce e degli amici liberali in visita a Cavour. «La vita politica è una gran brutta cosa», aveva scritto a Corradini l’anno precedente. «Io vi entrai senza volerlo: ma se dovessi nascere un’altra volta mi farei frate».
In realtà Giolitti incarnò la politica nelle sue forme più alte, non a caso rivalutato da Togliatti che imputò ai socialisti di primo Novecento l’errore di non avere appoggiato, contro le forze reazionarie, «il leader che più s’era spinto in avanti nel riconoscere i bisogni delle masse popolari». Quella del segretario comunista rappresentò una netta inversione di tendenza rispetto alle invettive di Antonio Gramsci (“corruttore d’Italia”), di Piero Gobetti (“una nullità politica”) e di una robusta squadra di meridionalisti arrabbiati. Quanto all’accusa di trasformismo, ricorrente tra i detrattori di destra e di sinistra, sarebbe toccato allo storico Giuliano Procacci chiarire che in realtà «Giolitti non faceva nulla di più (forse qualcosa di meno) di quello che avevano fatto i suoi predecessori. Ma a differenza di molti di essi possedeva convinzioni politiche e ideali molto salde».
Anche Salvemini, il suo principale accusatore insieme a Sturzo, nel secondo dopoguerra ci avrebbe ripensato. «Mentre noi riformatori assalivamo Giolitti da sinistra, accusandolo di essere – ed era – un corruttore della democrazia in cammino, altri lo assalivano da destra, perché era anche troppo democratico per i loro gusti. Le nostre critiche favorirono la vittoria dei gruppi militaristi, nazionalisti e reazionari che trovarono la democrazia di Giolitti anche troppo perfetta. A chi va in cerca del meglio, può capitare di non raggiungere il meglio, ma di precipitare nel peggio». È un errore su cui vale la pena meditare anche oggi. Di Giolitti non se ne vedono più in giro, ma il sarto è sempre alle prese con la gobba.