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 2020  ottobre 17 Sabato calendario


6QQAFA12 Simone De Beauvoir ritrovata

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Due fanciulle di cento anni fa: di buona famiglia, molto religiose, lettrici appassionate, prime della classe, ubbidienti, sottomesse: mute, infelici ribelli. Sono Andrée e Sylvie, le Inseparabili: nella vita, Sylvie è Simone de Beauvoir che noi signore non dovremmo mai dimenticare, leggere e rileggere, perché dalla sua vita, dai suoi libri, capiamo molto di cosa voglia dire essere donna, di cosa siamo state, di cosa dovremmo essere. Di cosa siamo state private, e perché è ancora così difficile essere noi. Adesso c’è questa opportunità di un nuovo suo scritto, nuovo nel senso che è un inedito. Di solito si è diffidenti verso questi scavi nei rifiuti degli autori stessi, perché avranno avuto le loro ragioni e li si immagina, magari ridotti in polvere da secoli, seccati per lesa maestà Però chi ama un autore e non ne sarebbe mai sazio (i libri sono ancora una parte fondamentale della vita di molte carbonare e soci), non si stupirebbe di sorprese dall’oltretomba. Non so quanto stiano fremendo gli intellettuali maschi in attesa di un nuovo Simone de Beauvoir, per la loro solita inclinazione a privilegiare Sartre (errore!), ma le femmine studiose, femministe, filosofe, soprattutto se di età avanzata, guardano in libreria quell’attraente volumetto con 154 pagine di testo stampato in grande, 18 pagine di foto e documenti, 7 lettere, 17 pagine di postfazione: le firma Sylvie Le Bon de Beauvoir, 79 anni, professore di filosofia, a 17 anni sedotta dalla sua insegnante Simone (che ne aveva 57) e da lei, come altre, intimamente inserita nel legame con Sartre, formando così un amoroso triangolo detto esistenzialista, poi adottata e nominata sola esecutrice testamentaria. Ma è la copertina ad affascinare, una foto sfuocata datata 1928 di due ragazze coi capelli corti, vestite di bianco e sedute su un prato, una di faccia all’altra, con le ginocchia che si sfiorano. Una è la signorina Elisabeth Lacoin, 21 anni, l’altra la signorina Simone de Beauvoir, 20 anni: qualche altra foto all’interno ci mostra finalmente la nostra patrona irraggiungibile, giovane e graziosa, e non quel monumento alla cultura e all’impegno politico che da sempre ci insegue, orrida pettinatura nazibolscevica, viso severo tutto un pensiero critico e morale, adatto ai suoi scritti ma meno alla sua vita, no marito, no figli, amanti ambosessi piuttosto frequenti.
Il manoscritto conservato dall’autrice non aveva titolo, ma al libro pubblicato ne hanno dato uno perfetto, appunto Le inseparabili, storia dell’amicizia tra Elisabeth e Simone bambine, adolescenti, ragazze coi nomi di Andrée e Sylvie. Scritto nel 1954, solo adesso possiamo leggerlo, anche se già l’abbiamo letto: perché come racconta anche la postfazione, qualche anno dopo, nel 1958, il racconto, o la novella, diventa il primo dei quattro volumi dell’autobiografia della scrittrice: Memorie di una ragazza per bene, prima versione italiana 1960 (più continue ristampe), Einaudi, 368 pagine (più la montagna degli altri volumi, un lavoro impressionante). Quindi non è vero, come la necessità di stupideggiare tutto mormora, che Le inseparabili non fu pubblicato in vita perché sporcaccioncello (se consideriamo tale il libro di preghiere), ma solo perché quel legame, quel tempo della sua vita, erano stati immensamente importanti, una fiamma inestinguibile e crudelmente spenta, non bastava evocarli in un piccolo romanzo, dovevano espandersi nella compiutezza dei ricordi essenziali di quegli anni, nella sua vera storia: e così è stato. Certo noi devote di quella irraggiungibile regina appartenevamo a una specie di cui tutti predicono l’estinzione; se non correvamo inutilmente dietro a bei ragazzi che neanche ci vedevano, leggevamo, non avevamo altro da fare, leggevamo di tutto compresa, non tutta certo, la Beauvoir, come del resto facevano i personaggi veri o finti nei suoi libri. Ma rileggendo adesso Memorie d’una ragazza perbene, riesce difficile immaginare masse di ventenni di oggi che lo affrontano spensieratamente, mentre Le inseparabili che racconta stringatamente della stessa appassionata amicizia, con la stessa perfezione letteraria, forse può conquistare le trentenni di oggi, che per un nuovo femminismo molto separatista e talvolta vuoi ingiusto vuoi autopunitivo, leggono solo cose scritte da femmine e scrivono moltissime cose loro con una certa leggerezza, con altrettanta leggerezza pubblicate. La protagonista della novella è Andrée, che nelle Memorie ha il suo vero nome, Elisabeth, e il suo vero soprannome, Zazà, e il compito che ha Sylvie-Simone, è quello di raccontare questa meravigliosa creatura di cui è certa non potrà più vivere senza.
Un pomeriggio in cucina, mentre Zazà prepara una torta, perché lei sa fare tutto, l’amica le confida, «lei non l’ha mai saputo, dal giorno in cui l’ho incontrata lei è stata tutto per me, avrei rinunciato a tutto per non perderla». Sin da bambine le amiche si danno del voi, il nostro lei, perché così si fa nella buona società francese, quella cattolica, tradizionalista, persino monarchica e un po’ fascista: ma il privilegio culturale e sociale in cui vive Zazà è la sua massima prigione, sorvegliata crudelmente dai genitori che non le concedono un momento di libertà anche quando ormai è una ragazza. La madre che lei venera, l’ha messa al servizio totale della famiglia (nella realtà nove tra fratelli e sorelle, nella novella sette) non lasciandole tempo per ciò che lei ama, il violino, la lettura, la compagnia di Sylvie. Essere donna è una servitù, la sua condanna essere sempre colpevole, peccatrice nel pensiero, nel corpo, nei desideri. La mamma la colpevolizza, e lei si sente colpevole, anche perché talvolta in segreto ha disubbidito, perché a 15 anni ha baciato un cugino, ed era un bacio vero, perché arrivata a vent’anni si è innamorata e vuole sposarsi per seguire i suoi desideri carnali cui ha il terrore di cedere prima compiendo un peccato imperdonabile. Ma anche Pascal, il suo ragazzo, vuole mantenersi casto, non l’ha mai baciata: a Sylvie spiega perché anche se Zazà è disperata, lui non si fidanzerà: «L’intimità di un fidanzamento non è facile da vivere per un cristiano. Andrée è una donna vera, una donna di carne. Anche se non vi cediamo, le tentazioni saranno presenti in noi a ogni istante. Questo genere di ossessione è già di per sé stesso un peccato». Ed è credo a sé che pensa, alla sua paura del peccato, questo bel giovanotto che sarà poi Maurice Merleau-Ponty, filosofo, importante esponente della fenomenologia francese, amico di Sartre e de Beauvoir. La scrittura di Simone inquieta, quel modo doloroso di vivere la femminilità, la famiglia, l’amore, le ambizioni, il destino, che può apparire ingiusto e assurdo, in qualche modo obbliga a farsi domande, a chiedersi perché per secoli le donne hanno accettato di essere usate come strumenti, soppresse come persone, condannate perché corpo. E se davvero oggi, con la vita capovolta, abbiano raggiunto una soluzione, ottenuto giustizia. Elisabeth Andrée è morta pare di encefalite virale il 25 novembre 1929, un mese prima di compiere 22 anni. Scrive Sylvie Le Bon Beauvoir: Simone avrebbe detto «è morta per essere stata eccezionale. L’hanno assassinata, la sua morte è stata un “crimine spiritualista”». Una delle ragioni per cui la giovane Simone sfuggirà al matrimonio combinato, e quindi alla sua negazione, e potrà essere se stessa, fu la sua mancanza di dote: senza denaro, quindi senza valore, nessuno di famiglia dabbene l’avrebbe sposata.