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 2020  ottobre 17 Sabato calendario


12QQAFA40 Intervista al disegnatore Chris Ware

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Questo libro è la storia normale di alcuni personaggi normali. Il piccolo Rusty Brown che dà il titolo al volume, suo padre Woody Brown, Jordan Lint, il bullo e Joanna Cole, insegnante afroamericana in una scuola di studenti quasi tutti bianchi. E i nuovi arrivati nella classe: un altro bambino, Chalky White, e sua sorella più grande, Alison. E poi c’è Franklin Christenson Ware. L’autore. Considerato uno dei più grandi di tutti i tempi (ha vinto più premi di qualsiasi altro), paragonato a James Joyce per la complessità delle sue opere (e di Joyce appaiono qua e là tra le sue pagine diverse citazioni). Quella di Ware è una narrazione molto complessa, fatta di salti temporali continui ma capace di toccare il cuore. Parla di noi. Delle nostre vite. Delle nostre solitudini. Del sesso, della morte. Di qualche momento di insperata felicità. E della neve. Lo potete leggere quante volte volete: c’è sempre qualche cosa di nuovo. Si piange.
Qualche volta si può sorridere. Si pensa molto, anche perché ci vuole attenzione per cogliere i collegamenti delle storie all’interno di una struttura perfetta, quasi maniacale, frammentata in immagini grandi, medie, piccole, piccolissime. Il massimo: 177 vignette in una sola tavola. Insomma, siamo di fronte a un’opera immensa.
Quanto tempo c’è voluto per realizzare un lavoro così denso e curato in ogni minimo dettaglio?
«Ho lavorato su Rusty Brown negli ultimi diciannove anni mentre mi dedicavo anche ad altre cose e mi sento quasi umiliato nel dire che temo che avverrà la stessa cosa anche per la prossima decade: questa è solo la prima parte del libro, ci sono altri personaggi da raccontare.
Una delle idee da cui nasce questo libro comprendeva il fatto che contenesse non solo grandi e piccoli pezzi di storie di alcuni personaggi ma anche della mia vita . C’è questo strano fenomeno nei fumetti per cui i disegni cambiano nel tempo in maniera sottile. L’esempio più evidente è quello di Tintin che muta fisicamente man mano che Hergé matura. Di solito gli artisti cercano di correggere queste difformità, ma io, al contrario, le ho lasciate, se non incoraggiate. Questo fenomeno viene chiamato “stile” ma io credo che sia qualcosa di molto più strano e complicato, che riesce a raccontare sentimenti difficili da spiegare con le parole ma che il lettore può facilmente percepire. Oppure forse io sono completamente pazzo e cerco solamente di razionalizzare la ridicola quantità di tempo che ho impiegato per disegnare la prima metà di quest’opera».
Lei dice che il romanzo è in parte autobiografico: lei è stato davvero un insegnante?
«Sì ho insegnato ma è stata un’esperienza piuttosto breve e profondamente estenuante dal punto di vista emotivo.
Molti dei miei più cari amici e mia moglie stessa sono insegnanti ed è una professione che riverisco sopra ogni altra, non solo perché voglio piacere ai miei amici ma anche perché senza scuola non c’è civilizzazione. Quasi tutti ricordano un insegnante che ha cambiato in meglio la loro vita. Così, il fatto che in America sia considerata una delle professioni di livello più basso, è una fonte di grande frustrazione per me. L’idea che “chiunque può insegnare” semplicemente non è vera. In realtà pochissimi sono in grado di farlo. Io sono l’esempio perfetto perché non ne sono assolutamente capace».
Però in “Rusty Brown” lei è presente come tale.
«La storia richiedeva un idiota e io ero disponibile.
Comunque tutti coloro che incontriamo nelle nostre vite e che consideriamo entità esterne non sono altro che il prodotto della nostra consapevolezza. Assemblati pezzo per pezzo da frammentarie esperienze e congetture, non sono la persona reale, sebbene ovviamente noi siamo convinti che lo siano. Cosa peggiore, questa idea degli altri si applica anche al nostro stesso sé».
La storia di Joanna, un’insegnante afroamericana è davvero toccante: lei riesce a far capire al lettore come una vita apparentemente ordinaria possa essere eroica attraverso particolari solo all’apparenza insignificanti.
«Credo che la vita di tutti sia al tempo stesso ordinaria ed eroica, il che è un cliché, ma lo è perché è vero».
In “Rusty Brown” l’esistenza non fa sconti. Vale per tutti o c’è qualcuno che sta vivendo una vita fantastica di cui noi non sappiamo assolutamente nulla?
«La fiction ci aiuta a trovare un filo comune allo scopo di costruire una qualche comprensione degli altri per quanto maldestra e incerta possa essere. Questo è ciò che, fondamentalmente, significa essere umani. Io mi sento vagamente disturbato dalla recente ondata di cosiddetti filosofi e saggisti che stanno cercando di metterci contro l’idea di “empatia”. Credo semplicemente che queste persone non conoscano il significato della parola. Ma anche se alcuni non riescono a comprendere la vita, il dolore, la sofferenza delle altre persone, noi dobbiamo cercare di farlo. Non è qualcosa che possiamo sentire di aver “imparato”. Tutto quello che cerco di realizzare attraverso le mie opere, è muovere emozionalmente il lettore nel modo più onesto e anti-sentimentale possibile, perché questi sono i momenti in cui noi siamo più vulnerabili e aperti al mondo. E sono molto rari nel terribile periodo in cui viviamo».
Una delle cose più “magiche” di “Rusty Brown” è il racconto delle emozioni, quelle dell’infanzia in particolare. Come fa a ricordarle in maniera così dettagliata? Teneva forse un diario, magari illustrato?
«Immagino sia perché passo da sempre molto tempo cercando di ricordare parti della mia vita di cui ho disperatamente timore di dimenticarmi. Purtroppo ho iniziato a tenere un diario a fumetti soltanto diciott’anni fa: mi piacerebbe molto aver iniziato quando ero bambino ma purtroppo non ho questa fortuna.
Perché è così importante il ricordo per lei?
«Sono interessato a come cambia il nostro cervello nel passaggio dall’infanzia all’età adulta. E anche a come il linguaggio aumenti e al tempo stesso limiti la percezione. Credo che i fumetti, siano un modo per oltrepassare queste strutture linguistiche limitanti rimettendole di nuovo in forma figurata così che possano rifiorire nella percezione del lettore. Non è un caso che i fumetti siano facilmente comprensibili dai bambini mentre spesso gli adulti ritornano a comprarli, forse per la nostalgia di qualcosa che hanno perso».
Dalle microstorie alle macro: come ritiene che Trump stia agendo durante questa crisi generata dal Covid?
«Trump è il risultato di una cultura che non considera in maniera seria né l’educazione né l’introspezione. Appartiene a quel tipo di persone che hanno paura di una tessitura più raffinata o di un racconto più complesso, di coloro che preferiscono il pugilato alla sensibilità, che vedono il primo come forte e il secondo come debole (anche se è vero esattamente il contrario), di quelli che vedono sé stessi al di fuori del resto del mondo piuttosto che considerarsi dipendenti dagli altri. Trump è al potere perché il potere è ciò che più rispetta e desidera. Per me è curioso come una persona che abbia così poca familiarità con la realtà e la verità cerchi di avere il controllo su entrambe. A quanto pare, a sua volta è stato educato da un uomo orribile. Nei momenti più caritatevoli penso a questa cosa e a volte mi dispiace persino un po’ per lui, ma devo ammettere che si tratta di un pensiero che richiede sempre maggiori difficoltà» .
Come sta cambiando la vita negli Stati Uniti d’America dopo l’apparizione del Covid? A occhio non sembrerebbe che lo stia facendo per il meglio…
«A dire il vero, nel complesso invece credo di sì. Che l’economia americana si stia rivelando basata su costosi ristoranti, sport professionali e altre cose intangibili è imbarazzante e vergognoso. Ed è il particolare genio del coronavirus che ha messo così in evidenza tutte queste iniquità di razza e di classe».
Quali sono le sue ipotesi/speranze per il futuro?
«Che l’America riesca a oltrepassare le sue radici razziste, le sue divisioni centrifughe e, soprattutto, la sua violenza. E che si possa realizzare ciò che dovrebbe rappresentare: un Paese che accoglie e rispetta tutti, a prescindere dalle loro origini, partendo dal principio che nessuno vale più di chiunque altro. Tenendo in mente che gli sforzi delle altre persone rendono migliore anche la nostra vita».