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 2020  ottobre 17 Sabato calendario


L’app di incontri per ragazze che vogliono fare amicizia

Tra una cosa e l’altra, sono sempre fidanzata. Il che ha i suoi vantaggi – c’è sempre qualcuno che mi porta le casse d’acqua –, ma a volte mi viene il dubbio di essermi persa qualcosa. Tinder, per esempio, non l’ho mai provato. E se da una parte ho la certezza di non essere tagliata per gli appuntamenti al buio, perché ne ho una visione distorta e datata che deriva al cento per cento da C’è posta per te, dall’altra mi dispiace non poter intrattenere le mie amiche con qualche storia del terrore (purtroppo niente è meno interessante di una relazione felice).
Così quando ho saputo dell’esistenza di un’app di incontri per ragazze che vogliono fare amicizia ho pensato di poter mettere una pezza alle mie lacune senza uscire dal “binario triste e solitario” della monogamia. L’app si chiama Hey! VINA, è nata nel 2015 a San Francisco da un’idea di Olivia June Poole, il cui mantra è «un’amica può cambiarti la vita».
Che penso sia vero, per certi versi – non c’è una storia d’amore più drammatica e intensa di un’amicizia fra due ragazze –, ma credo anche che l’idea appartenga a una precisa fase della vita, e non necessariamente all’età adulta.
A un certo punto diventa molto più facile trovare un uomo da portarsi a letto che una donna con cui passare un pomeriggio divertente. Ma Olivia June Poole e le utenti di Hey! VINA non sembrano pensarla così e quindi mi sono detta, vuoi vedere che come al solito non hai capito niente? e mi sono iscritta alla mia prima app di incontri.
Si inizia selezionando i propri interessi da un elenco. Decido di essere più onesta possibile quindi scelgo il disegnino del libro perché mi piace leggere, il bicchiere da cocktail perché mi piace bere e la casetta perché esco malvolentieri dal mio salotto.
Penso che se ci fosse un test d’ingresso avrei già fallito, ma vado avanti con un breve quiz a scelta multipla per definire la mia personalità, al termine del quale decreto che neanche io vorrei essere mia amica.
Scelgo una foto per il mio profilo, la stessa che ho su LinkedIn (il che dice qualcosa sia della mia professionalità che della mia socialità), e scrivo una breve presentazione. A quel punto, proprio come su Tinder, comincio a scorrere vari profili, swipe a sinistra se non ti interessa conoscere Tizia, swipe a destra se vuoi conoscere Caia. Decido di scorrere tutte a destra, tanto mica ci devo limonare. Scattano subito diversi match (cioè quando una persona che hai destrato ti destra a sua volta) e si apre una chat in cui ci si può scrivere in privato.
Mentre familiarizzo con l’app vedo che esiste una sezione eventi e scopro che è in corso un aperitivo di otto femmine vicino a casa mia. È domenica sera, sono a casa da sola e questa modalità mi pare meno stressante del tête-à-tête. «Posso raggiungervi?» scrivo nel gruppo. «Certo!» mi risponde con immotivato entusiasmo una sconosciuta.
Qui si pone il primo problema: come ci si veste per un appuntamento tra donne? Come cazzo ti pare, verrebbe da dire. Ma la verità è che una donna, a differenza di un uomo, nota cosa hai addosso. Quindi mi infilo una t-shirt dei Public Enemy sperando che a qualcuna piaccia l’hip hop vecchia scuola e mi si presenti l’occasione di raccontare di quella volta che ho conosciuto Chuck D e Flavor Flav (spoiler: a nessuna fregherà niente della mia maglietta).
Raggiungo le otto ragazze in un brutto bar di Porta Romana, di quelli in cui non avrei usufruito del buffet neanche prima del Covid-19. Mi rendo conto di essere nervosa, non solo per la qualità del buffet.
Ma perché? Le amiche ce le ho già, non me ne servono di nuove. So tuttavia di non fare un’ottima prima impressione: spesso la gente si dimentica di avermi conosciuto e se si ricorda è perché tendo a stare sulle palle.
Rintracciato il tavolo, mi presento e comincio a straparlare, sforzandomi di compensare la mia naturale antipatia con una personalità scoppiettante che non mi appartiene.
Mi sento doppiamente disonesta: primo perché sono posseduta da questa falsa versione estroversa di me stessa, secondo perché l’unico motivo per cui sono lì, alla fine, è per avere qualcosa da scrivere. Subentra il senso di colpa nei confronti di queste ragazze carine, intelligenti, ben vestite e sicuramente più spontanee di me che con ogni probabilità non vedrò mai più.
Una di loro intanto sta indovinando i segni zodiacali di tutte. Non so niente di oroscopo, ma non mi dispiace quando salta fuori l’argomento perché tutte le volte che dico che sono del toro mi rispondono “bellissimo segno” e mi sento come se avessi fatto qualcosa di giusto nella vita.
La conversazione, seppur inevitabilmente banale – chi siamo, da dove veniamo, dove abbiamo passato la quarantena (nuovo argomento jolly che mi ha già svoltato una serie di interazioni faticose) – procede piuttosto fluida.
Non abbiamo tanto in comune se non un’approfondita conoscenza della cistite recidivante e il fatto che abbiamo saputo di Hey! VINA da Giulia Torelli, influencer che seguiamo tutte ossessivamente e a cui io devo gli unici jeans belli che abbia mai avuto.
Nel corso della serata ci sciogliamo e qualcuna condivide aspetti abbastanza intimi della propria vita. Relazioni, delusioni, desideri di maternità. In un attimo ci infiliamo in territori delicati su cui tuttavia riusciamo a confrontarci senza imbarazzo (persino io, che nel frattempo mi sono calmata e non sembro più un roditore sotto metanfetamine).
Che bella cosa, penso, che ci voglia così poco perché otto sconosciute trovino un terreno comune. Subito dopo mi attraversa il pensiero di un gruppo di uomini eterosessuali nella stessa situazione e mi scappa da ridere.
Creiamo un gruppo WhatsApp con la promessa di rivederci presto e mi dispiaccio, perché so che mi fingerò morta in quella chat, nella speranza che si dimentichino di me (ma forse l’hanno già fatto).
Mentre torno a casa, mandando messaggi vocali di gratitudine alle mie amiche di sempre, non posso fare a meno di pensare che è stata una cosa divertente che non farò mai più. Sulla carta Hey! VINA è un’ottima idea: in una città come Milano (per non parlare di altre ben più vaste e respingenti), un’app per fare amicizia serve tanto quanto un’app per scopare (o trovare l’amore, per i romantici), se non di più.
Ma nella realtà qualcosa non mi tornava. Mi sembrava che, in tempi in cui la solidarietà tra femmine è diventata il valore chiave delle nostre vite e ci costringe a piacerci tutte a prescindere, l’amicizia diventasse così poco più di un’attività di gruppo alla stregua di una lezione di zumba, una cosa da consumare fugacemente al posto di una pizza a domicilio davanti alla tv. Ero stata bene, ma non meglio di come sarei stata da sola a casa mia. Nessun uomo è un’isola, ma qualche donna forse sì.