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 2020  ottobre 17 Sabato calendario


Il caporalato ha 200.000 schiavi

Sono circa 200mila i “vulnerabili” in agricoltura, gli “schiavi”della terra in mano a caporali e imprenditori sfruttatori. E più di 400mila gli irregolari. Immigrati e italiani. Numeri in crescita. Basti pensare che i “vulnerabili” erano 140mila nel 2017 e 160mila nel 2018. Gli attuali 200mila sono la somma tra 136.400 unità occupate completamente al nero e circa 60mila lavoratori che, seppur registrati dall’Inps, risultano avere un contratto informale e una retribuzione inferiore a quella prevista dalle normative correnti.
Al Nord come al Sud. Più della metà delle inchieste aperte grazie alla legge 199 del 2016 (per l’esattezza 143) non riguardano il Meridione. Tra le Regioni più colpite, oltre a Sicilia, Calabria e Puglia, vi sono il Veneto e la Lombardia: le procure di Mantova e Brescia stanno seguendo, ciascuna, ben 10 procedimenti per sfruttamento lavorativo. Allarmante anche la situazione dell’Emilia Romagna, in cui lo sfruttamento è diffuso in tutte le province; del Lazio e in particolare della provincia di Latina; della Toscana, dove il maggior numero di procedimenti è al Tribunale di Prato.
Sono alcuni dei numeri scandalosi che emergono dal V rapporto Agromafie e caporalato realizzato dall’Osservatorio Placido Rizzotto della Flai-Cgil e presentato ieri a Roma. Quasi 500 pagine di illegalità e irregolarità, di drammi, storia, impegno. Con approfondimenti su Veneto, Campania (in particolare la Piana del Sele in provincia di Salerno, con citazioni del reportage di Avvenire), Puglia e Sicilia. I numeri sono decisamente preoccupanti. In Veneto il lavoro irregolare nel settore agricolo raggiunge le 16.500 unità, ma potrebbe arrivare addirittura a quasi 22mila. In Toscana (qui il focus è il territorio di Livorno), secondo il rapporto, «è plausibile che il contingente di lavoratori fragili precari (dal punto di vista occupazionale) e pertanto soggetto a sfruttamento ammonti a circa 11.360 unità complessive». In Campania «l’irregolarità dei rapporti di lavoro agricoli raggiunge anche il 35,%, portando l’intero ammontare a quasi 11.800 lavoratori». In Puglia (l’approfondimento è su Brindisi e Taranto) «i gruppi che possiamo definire vulnerabili (4.700) e quelli che sono occupati in modo irregolare (e quindi sono da considerarsi anche altamente sfruttati) raggiungono le 47.140 unità (il 36,2% in più della cifra stimata dall’Istat un decennio addietro)».
Ancora: in Sicilia (focus su Agrigento e Trapani) «i lavoratori agricoli (con contratto informale e con retribuzioni non standard, uguali a 15.678) costituiscono la componente bracciantile che seppur registrata all’Inps è da considerarsi vulnerabile e pertanto precaria e strumentalmente assoggettabile a pratiche occupazionali indecenti. A questo gruppo, occorre aggiungere quello stimato dai sindacalisti e da alcuni degli operatori sociali intervistati – sulla base del dato Istat sul lavoro non osservato (il 23,8% a livello nazionale per il 2017), ipotizzando che sia uguale a quello regionale – ovvero 13.096 unità. Cosicché le componenti di lavoratori stranieri giuridicamente e socialmente più fragili ammonterebbero a circa 28.774 unità».
Un intero capitolo è dedicato allo sfruttamento delle donne migranti. C’è in primo luogo una forte differenza salariale. Infatti «le operaie agricole, in particolare le lavoratrici migranti, percepiscano una paga inferiore – fino alla metà – rispetto a quella dei loro colleghi uomini». C’è poi lo sfruttamento sessuale che «non è solo un fenomeno che si aggiunge allo sfruttamento lavorativo». Infatti «come diverse inchieste e testimonianze rivelano, molte donne migranti vengono sfruttate come prostitute nelle campagne e nei ghetti».