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 2020  ottobre 17 Sabato calendario


Quando ti dimentichi la mascherina

La mascherina è un problema.
Non perché «santo cielo non respiro», come ha scritto su Facebook vostra cognata, procedendo poi a descrivere le sue crisi di panico ma precisando che no, lei è contraria agli psicofarmaci.
Non perché «se la natura ci ha fatto nascere con la bocca scoperta una ragione ci sarà», come ha spiegato a quelle cene di famiglia poi fortunatamente proibite vostro cugino, quello vegano, al quale avreste detto che se è per quello ci ha fatto nascere anche senza mutande, se la prozia non vi avesse calciato sotto il tavolo bisbigliandovi poi che per carità, vorrai mica che quello poi ci dimostri che infatti lui le mutande non le porta.
Non perché «l’anidride carbonica ha ucciso dodici bambini in Germania», non attaccati al tubo di scappamento ma respiranti nelle loro brave mascherine, dodici bambini che avevano probabilmente comprato dei numeri del Lotto da Wanna Marchi, l’ha detto il vostro vicino di scrivania nell’unica settimana dell’anno in cui non avete lavorato da casa, ed è stato allora che avete iniziato a sperare in una nuova clausura che non vi facesse incontrare nessuno che creda a qualunque castroneria legga.
Non perché «noi donne ci mettiamo il rossetto», come ogni giorno sui social ci spiega qualche aspirante Ocasio Cortez, di contenuti ma con una certa attenzione alle frivolezze, certa che la posizionerà in modo giusto dire che lei, per carità, la mascherina non la toglie mai, ma insomma bisogna ammettere che per noi che la mattina scegliamo tra duecento sfumature con cui pittarci le labbra è un bel guaio: sapete se quelle trasparenti rendono la scelta accurata della tinta?
La mascherina è un problema come lo sono il telefono, le chiavi, i fazzoletti di carta, e tutte le cose che paiono indispensabili quando usciamo di casa. Solo che loro lo paiono ma non lo sono.
Delle chiavi puoi sempre ritirare la copia in portineria se resti chiusa fuori.
Il telefono è una liberazione dimenticarselo, io quando lo scordo a casa neanche me ne accorgo.
I fazzoletti e tutto il resto, se proprio servono, li ricompri.
La mascherina no.
La mascherina non puoi ricomprarla, perché per comprarla devi entrare in un negozio, e per entrare nel negozio ti serve una mascherina. È un comma 22, o qualcosa del genere.
Giorni fa ho scritto su Twitter che, in sei o quanti sono mesi in cui la religione nazionale è stata quella delle piccole rotture di cazzo, non c’è mai stata una volta in cui non sia dovuta risalire a casa a prendere la mascherina.
Non è mai successo che me la ricordassi uscendo di casa la prima volta.
Arrivo in cortile, o nell’androne, o sul marciapiede, e all’improvviso mi guardo intorno, vedo gli altri che ce l’hanno, o m’immagino mentre arrivo dove devo andare e mi rendo conto che per entrare ovunque dovrò avercela, insomma a un certo punto, a una certa distanza dall’ingresso di casa mia, scatta qualcosa in quei tendini mozzi che sono le mie sinapsi, e: «Porca miseria, la mascherina».
E risalgo a prenderla maledicendo la mia incapacità di introiettare automatismi.
L’altro giorno, dicevo, l’ho scritto su Twitter, e tutti quelli che mi hanno risposto hanno detto che anche a loro succede uguale preciso identico.
Anche loro hanno aumentato i passi camminati negli ultimi mesi perché dentro c’è il percorso di ripensamento e recupero della mascherina.
Anche loro sono rincoglioniti come me.
Anche a loro questi mesi non sono bastati per rendere quello di prendere una mascherina uscendo un gesto naturale, automatico, senza pensieri.
L’altra sera sono uscita di casa parlando al telefono, ho fatto un centinaio di metri, e quando mi sono resa conto che non avevo messo in borsa la mascherina non ho potuto bestemmiare, perché l’interlocutore telefonico era una persona molto seria, quindi continuando a far finta di ascoltarlo sono tornata indietro, caracollando sui tacchi (ci mancavano solo loro), sono risalita, e quello continuava a parlare, e io pensavo a noi.
A me, a quelli che mi hanno risposto su Twitter, ma soprattutto ad Adam Smith, che non è un cantante dark ma un economista del quale conosco solo quella sintesi da Baci Perugina che è «la mano invisibile del mercato».
Dove diavolo è la mano invisibile del mercato quando serve?
Com’è possibile che ci siano furgoni che vendono salamelle, ma non furgoni che vendano mascherine soccorrendo noi poveri privi che non possiamo entrare in nessun luogo chiuso a comprarne una d’emergenza?
Com’è possibile che alla seconda goccia di pioggia sia pieno di ambulanti lesti a cercare di venderti un ombrello che si romperà la terza volta che lo apri, ma neanche uno che ti venda una mascherina (che oltretutto butterai dopo averla usata una volta, il che renderebbe il flusso di cassa del commerciante stradale continuo, costante, più certo che a vendere panettoni sotto Natale)?
La carenza primaverile di mascherine (persino più inspiegabile di quella autunnale di vaccini) è superata, le mascherine ormai te le danno anche dove non servono, specialmente dove non servono: sui treni distribuiscono mascherine a tutti i passeggeri, passeggeri che non sarebbero potuti salire sul treno senza mascherina e per i quali sarà certamente un doppione.
E però, alla povera derelitta che caracolla verso la sua destinazione, e s’accorge d’essere senza, e bestemmia all’idea di dover tornare indietro, a lei nessun temporary shop su risciò o altro mezzo mobile ne vende una.
Quando serve, dov’è la mano invisibile: a spalmarsi di gel igienizzante?