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 2020  ottobre 17 Sabato calendario


1QQAN40 La Resistenza italiana dominata dall’Urss

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Un libro appena pubblicato, Le formazioni autonome nella Resistenza italiana, curato da Tommaso Piffer, fornisce un nuovo contributo al ruolo delle organizzazioni militari non comuniste nella guerra di Liberazione. Il libro, ricco di interventi e con un saggio introduttivo del professor Galli della Loggia analizza anche le ragioni degli scontri che lacerarono le formazioni partigiane, fino ad arrivare allo sterminio degli avversari, come avvenne a Malga Porzus da parte dei filotitini. Qui mi permetto alcune considerazioni aggiuntive sulla strategia del Partito Comunista.
Fino a qualche anno fa, i nostri storici, o presunti tali, hanno avuto nei confronti della Resistenza un approccio condizionato dai pregiudizi e minato dall’ideologia, due piaghe che fulminavano ogni deviazione dalla Vulgata ufficiale come dilettantismo blasfemo e revisionismo criptofascista. Tutti ricordiamo l’ostracismo cui fu condannato Renzo De Felice. Per le stesse ragioni, l’argomento è stato affrontato con una prospettiva storica limitata, senza inquadrarlo nel più ampio panorama del teatro bellico europeo. Con la conseguenza che l’apporto militare della Resistenza è stato esageratamente enfatizzato, fino al paradosso di concludere che i nazisti erano stati cacciati dai partigiani. C’era, è vero, il significativo precedente di de Gaulle, che nella sua pomposa tirade del 25 Agosto 1944 aveva proclamato che Parigi si era liberata da sola, con il concorso della France eternelle. Poco mancava che aggiungesse che questo era avvenuto malgrado la presenza degli angloamericani. 
NAZIONALISMO
Ma il generale aveva le sue ragioni. Oltre al suo accanito nazionalismo – e un certo rancore verso Roosevelt voleva accentrare sulla sua persona tutto il merito della Liberazione, ottenendone la conseguente investitura politica, proprio per evitare che i comunisti, che già indebitamente si arrogavano la vittoria sul campo, prendessero il potere. 
In Italia non c’era de Gaulle, e i comunisti fecero circolare la medesima leggenda: il Paese era stato liberato dai partigiani, e poiché questi erano essenzialmente comunisti, questi ultimi dovevano andare al potere. Il che in effetti avvenne, sia pure in forma democratica e sotto il controllo vigile di De Gasperi e degli americani. Ma quando il Pci fu estromesso dal governo si costruì il mito della Resistenza tradita, sul quale, trent’anni dopo, germinarono, in terra emiliana, le prime formazioni delle Brigate Rosse.

CONTRIBUTO
La liberazione dell’Italia era stata opera, ovviamente, delle armate di Clark e di Alexander, ma il contributo italiano non era stato insignificante. Anche se nelle loro memorie i marescialli tedeschi ne parlano poco, e magari, come Kesserling, in termini sprezzanti, dai loro stessi rapporti emerge la preoccupazione per l’impiego di truppe sottratte al fronte per annientare le bande delle retrovie. Per i partigiani, peraltro, fu determinante l’appoggio degli Alleati, soprattutto degli inglesi, che li rifornivano con rischiosissimi voli notturni di armi e munizioni, e assicuravano le comunicazioni sia con le radiotrasmittenti sia con agenti spediti dietro le linee nemiche. Di questa attività frenetica, senza la quale la nostra Resistenza sarebbe stata inerme, si parlò poco, perché con il comunismo non ebbe nulla a che fare. L’esempio più clamoroso è quello di Paola Del Din, medaglia d’oro, e felicemente viva alla veneranda età di 97 anni. Questa eroina della Brigata Osoppo, che a vent’anni fu paracadutata nel Friuli occupato, è citata continuamente nella letteratura anglosassone. Nel suo volume The Women who Lived for Danger, purtroppo non tradotto in Italia, Marcus Binney la ricorda assieme alle icone più sacre come Noor Inayat Khan, Violette Szabo e Odette Samson. A queste ultime la Gran Bretagna ha dedicato film, sceneggiati, monumenti e persino un musical. Paola Del Din da noi è stata volutamente ignorata, e qualcuno voleva toglierle la medaglia per alcune sue affermazioni a favore di Gladio. La gravosa ipoteca posta dalla cultura di sinistra del dopoguerra, ha fatto dimenticare un’altra circostanza fondamentale. Che mentre la Resistenza nei paesi occupati fu un fenomeno spontaneo, nazionale e autonomo, quella comunista, come tutte le altre attività del partito, fu subito eterodiretta dall’Urss. In mancanza di studi approfonditi riguardo all’Italia, possiamo capirlo meglio guardando il gemello Partito Comunista Francese, il cui capo, Maurice Thorez, trascorse gli anni di guerra a Mosca assieme a Togliatti, sul cui ruolo gli archivi russi hanno rivelato quello che comunque sapevamo: che entrambi erano pedine del dittatore georgiano. 

STRATEGIE
Il confronto è interessante perché mentre da noi l’occupazione nazista iniziò nel Settembre del 43, in Francia era iniziata ben tre anni prima. Ebbene, fino al Giugno del 1941, quando Hitler attaccò l’Unione Sovietica, il Pcf non solo non mosse un dito, ma dopo la disfatta del 40 si mostrò addirittura condiscendente con il regime fascista di Vichy. Furono invece i conservatori come Henry Frenay a organizzare i primi nuclei di maquis, e lo fecero con razionalità, lungimiranza e cautela. Solo dopo l’invasione dell’Urss, e sempre su ordine di Stalin, il Pcf cambiò radicalmente strategia, progettando e attuando attentati sanguinosi per provocare le insensate e crudeli rappresaglie delle SS ed esasperare la popolazione fino all’auspicata insurrezione rivoluzionaria. Dal 21 Agosto 1941, quando il colonnello Fabien uccise a Parigi un disarmato cadetto della marina tedesca, la Resistenza francese fu lacerata da questa diversa visione strategica, dove l’attivismo comunista, malgrado l’l’unificazione dei movimenti attuata da Jean Moulin continuò a operare in autonomia. E quando la Francia fu liberata, fu solo la personalità straordinaria di de Gaulle a evitare la conquista del potere da parte dei comunisti, che con la favola dei suoi centomila fucilati anticipò la leggenda che poi sarebbe sorta in Italia.

REGIMI
Qui, l’egemonia che il Pci non riuscì a conquistare nella politica, fu invece ottenuta nella cultura e nell’educazione, a cominciare da quella scolastica, e solo ora, e a fatica, si comincia a diffidare del vangelo laico propinatoci per decenni. Ecco perché questo libro è importante. Esso ci aiuta a capire che la Resistenza non fu un fenomeno esclusivamente né prevalentemente del movimento comunista. E certe atrocità commesse nei confronti dei partigiani bianchi ci ammoniscono che vi furono personaggi che combatterono il nazifascismo solo per sostituirlo con un regime altrettanto sanguinario, e purtroppo più duraturo.