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 2020  ottobre 11 Domenica calendario


QQAN63 Sulla nuova edizione accresciuta di "Lettere dal carcere" di Antonio Gramsci (Einaudi)

QQAN63

Questa ancora non s’era vista: Gramsci ritratto come una sorta di punkabbestia, cocainomane, vizioso e pieno di anelli, che mette incinta una ragazza e poi scappa senza riconoscere il pupetto. Se non fosse lui stesso a raccontarlo, si potrebbe pensare all’ultima stravagante caricatura prodotta dall’eccitata gramscimania in cerca di scoop. Ma la vicenda tragicomica narrata dal grande intellettuale nasce da un episodio finora ignoto su cui fa luce la nuova edizione einaudiana delle Lettere dal carcere.

Prima di trasferisci al numero 3 di via Arcivescovado a Torino, sotto le finestre dell’Ordine nuovo, dove il direttore Antonio Gramsci tiene una pistola sulla scrivania perché nel biennio rosso non si può star tranquilli, occorrerà soffermarsi sulla prima vera notizia culturale: le Lettere dal carcere tornano a circolare integralmente con il marchio dell’Einaudi dopo un’assenza lunga oltre cinquant’anni. Non che in questa protratta parentesi siano mancate antologie e raccolte gramsciane sotto il simbolo dello Struzzo, ma la precedente edizione integrale uscita in via Biancamano risale al 1965, data del prezioso lavoro di Elsa Fubini e Sergio Caprioglio. E da svariati decenni per leggere il romanzo epistolare più bello del Novecento bisognava rivolgersi a Sellerio, che nel 1996 ha pubblicato per la cura di Antonio Santucci un elegante cofanetto azzurro con tutte le lettere, ormai fuori diritto. Ben venga quindi questa importante iniziativa della Einaudi, che ne ha affidato la guida a Francesco Giasi, direttore della Fondazione Gramsci.

Ogni edizione porta con sé nuove lettere e nuovi documenti, e ha ragione Ernesto Franco quando lo definisce «un libro forse interminabile». Qui siamo a quota 489 missive di cui 4 inedite, le datazioni si fanno più certe, alcuni brani cassati dallo stesso prigioniero e ora reintegrati aprono piccoli squarci su sogni presto svaniti («Ho pensato di essere finalmente diventato una bolla e di essere da domani fuori», scrive il 6 novembre del 1932 nell’illusione di beneficiare dell’amnistia. «Chissà quanti viaggi»). Ma il merito principale del curatore è di aver ripercorso le incredibili traversie di un libro postumo – involontario e conteso – con la serenità di chi vuole lasciarsi alle spalle le zuffe politiche novecentesche. E anche quando anticipa la data dell’arrivo a Mosca dei taccuini, o mette a fuoco i tentativi di appropriazione di Togliatti e l’ostilità a lui rivolta dalle sorelle Schucht, Giasi non cede mai alla spy story o alla polemica di parte, avendo come priorità l’ascolto di Gramsci, la cui voce viene spesso integrata nelle note da quella dei suoi corrispondenti.

Breviario civile per più generazioni di italiani, le Lettere dal carcere sono un libro unico. A differenza di molti altri epistolari, pur fornendo ai Quaderni una preziosa intelaiatura esistenziale, non sono soltanto un supporto documentario ma hanno l’autonomia di un’opera compiuta. Scritte tra il novembre del 1926, dopo l’arresto del leader comunista a Regina Coeli, e il gennaio del 1937, a tre mesi dalla morte, annotate nelle condizioni più disparate, nella solitudine d’una cella o in uno spazio condiviso, su un foglio intero o piegato a metà, le lettere sono il racconto d’un pensiero che non s’arrende. E d’un uomo che affida alle parole, soprattutto alle domande, la costruzione di un’intimità impossibile con gli affetti lontani. Del grande romanzo – disse Calvino – possiede «la vastità, l’intreccio di mondi e di filoni». E come succede con i classici, a ogni epoca – e ogni stagione della vita – può variare la navigazione dentro il testo, privilegiando di volta in volta punti di vista differenti.

Il libro può essere letto anche come uno straordinario romanzo d’amore, affollato di figure femminili potenti le cui voci risuonano nelle note di questa nuova edizione. La storia di Giulia e delle sue sorelle. In primo piano è la moglie Julka, la più bella tra le figlie di Apollon Schucht, la jeune fille dall’ovale perfetto e dallo sguardo bizantino che Gramsci conosce per caso nel 1922, in Russia, nel sanatorio della Foresta d’argento: là era ricoverata anche Genia, la sorella maggiore invaghita del rivoluzionario sardo che mai avrebbe perdonato a entrambi la fuga sentimentale. E poi c’è Tania, la terza sorella, la moderna Antigone che negli anni della carcerazione fascista tesse il filo tra il prigioniero e il mondo esterno.

«Nessuno come te sa toccare l’anima di Antonio», scrive a Giulia per incoraggiarla a rompere il suo silenzio. Le insicurezze affettive di Gramsci rimbalzano in quelle della moglie distante, in un gioco di specchi a tratti struggente. «Qualche volta mi sembra che tu scrivi precisamente quello che io provo e penso, mentre io l’ho espresso con altre parole perché non ricordo bene l’italiano o perché sono ignorante», gli scrive Giulia il 17 luglio del 1933. E lui, due anni più tardi, rivolto alla cognata: «Sono incapace di esprimere i miei sentimenti in maniera tanto chiara e vivace come fa Julicka: le sue lettere sono preziose da ogni punto di vista».

In questa singolare triangolazione, qui valorizzata da brani epistolari inediti, il ruolo essenziale è svolto sempre da Tania, forse anche lei un po’ innamorata di Gramsci, «ma queste sono cose per cui non vale lo scambio di persona», la scuote brutalmente il prigioniero. Sarà Tania la prima delle sorelle Schucht a sparire di scena, a 46 anni, uccisa dal tifo. Non prima di aver messo in salvo le lettere e i quaderni.

Nell’universo affettivo di Gramsci è centrale anche la figura di Peppina Marcias, la madre coraggio che a 37 anni si era ritrovata sola con sette figli da mantenere, il marito in galera per peculato. È a lei che nell’aprile del 1929 Antonio racconta la storia della piccola Edmea, quando sotto le finestre dell’Ordine Nuovo s’era appalesato «uno strano gruppo di gente: una vecchia, un giovanotto fornito d’un bastone grosso come un paracarro e una giovane donna con una bambina al collo». La vecchia raccontò a tutti i tipografi che Gramsci aveva sedotto la figlia. In realtà si trattava di un equivoco, perché il Gramsci ingravidatore fuggiasco non era il direttore del giornale ma il fratello Gennaro, responsabile amministrativo, che Antonio vide allontanarsi furtivamente nascosto dietro un paio di occhiali da sole. Naturalmente Gramsci indurrà “Nannaro” a riconoscere la bambina e da allora Mea sarebbe entrata nel suo cuore, come dimostra anche la lettera inedita che pubblichiamo in pagina. Ma intanto la storia aveva preso a circolare nella stampa nemica, «e io venivo dipinto come un mascalzone vizioso, cocainomane, con le dita cariche di anelli», annota con la consueta ironia.

Al di là dei diversi percorsi politici e ideali, le Lettere dal carcere appartengono a tutti. Per le finestre spalancate sulla verità, da qualsiasi parte essa arrivi. E per il senso di fraternità umana, che è proprio dell’arte. Lo scrisse Benedetto Croce quando uscì la prima edizione. A distanza di tanti anni pare difficile dargli torto.