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 2020  settembre 16 Mercoledì calendario


La Palestina isolata ora guarda all’Iran

Lungo le mura di Gerusalemme i colori delle bandiere di Emirati e Bahrein si sono stagliati per la prima volta sulla pietra bianca che cinge la Città Santa, fino a sfiorare la moschea di Al-Aqsa. Un simbolo potente, presagio dei mutamenti che attendono il Medio Oriente e in particolare il mondo arabo.
Le monarchie del Golfo si protendono verso la terza città più sacra ai musulmani, e i palestinesi retrocedono. Il premier Mohammad Shtayyeh ha parlato di «giorno nero», di «disfatta» per la Lega araba, e ha chiesto agli Stati fratelli di «protestare» contro l’accordo. Ma la mozione di condanna presentata dalla Palestina al Cairo, la scorsa settimana, è stata bocciata dal blocco del Golfo e a Ramallah non si fanno illusioni sull’aiuto arabo. Il presidente Abu Mazen, che il 15 novembre compirà 85 anni, ha calato per l’ennesima volta la carta dell’unità nazionale, della riconciliazione con Hamas, del «fronte comune». Il leader del movimento islamista a Gaza, Ismail Haniyeh, reduce dall’incontro a Istanbul con il presidente turco Erdogan, è tornato in Libano dopo 37 anni, ha incontrato il capo di Hezbollah Hassan Nasrallah, alla ricerca disperata di nuovi alleati. E ieri sera da Gaza sono stati lanciati due razzi sulle città israeliane di Ashkelo e Ashodod.
Un ponte verso Teheran
Il movimento sciita libanese è un ponte verso l’Iran, e a quello sono costretti oramai a guardare i palestinesi. Le crepe nello schieramento arabo continuano ad allargarsi. Donald Trump ci lavora ogni giorno, per aumentare la portata propagandistica degli «accordi di Abramo», che dovranno fare il paio nei libri di storia con quelli di Camp David del 1978, la pace fra Egitto e Israele. Certo, lì c’erano state quattro guerre, migliaia di morti, il Sinai occupato dagli israeliani e poi ceduto per arrivare all’intesa. «Terra in cambio di pace». Il premier Netanyahu ha fatto invece suo l’assioma del predecessore Yitzhak Shamir: «Pace in cambio di pace». L’inquilino della Casa Bianca ha convinto il principe di Abu Dhabi Mohammed bin Zayed e il sovrano di Manama, Hamad bin Isa al-Khalifa, che avevano da guadagnare lo stesso. Un bel contratto per la vendita dei caccia invisibili F-35 agli Emirati, tanto per cominciare. Garanzie granitiche per la sicurezza del Bahrein, dove la popolazione per due terzi sciita è scesa ieri piazza per protestare e Teheran allunga le sue mire.
Promesse moltiplicate nei confronti dell’Arabia Saudita, che ieri ha confermato l’apertura ai voli da Israele ma ancora non è pronta a fare il grande passo. Riad, come il Qatar, continua a chiedere la fine del conflitto con i palestinesi, nel solco degli accordi di Oslo, prima della «normalizzazione». I segnali però si moltiplicano. L’Oman ha inviato il suo ambasciatore a Washington a presenziare alla firma. Anche il Marocco potrebbe accettare aerei provenienti dallo Stato ebraico. Il Sudan tentenna. Al grande show mancava solo la presenza di leader veri. Bahrein ed Emirati erano rappresentati dai ministri degli Esteri. Accanto a Jimmy Carter c’era il presidente egiziano Anwar Sadat, che avrebbe pagato con la vita il suo coraggio. Poco importa.
Il colpo di Bibi
Alla fine la passerella era per Trump e Netanyahu. Il premier israeliano ha messo a segno il colpo più importante in politica estera nella sua permanenza più che decennale al potere. E’ in calo di consensi in patria, soprattutto a causa del Covid 19. La fronda dei partiti religiosi, che non ne vogliono sapere di lockdown, è sempre più forte.
Gli accordi di Washington potrebbero riservare loro una sorpresa tale da cancellare i malumori. E cioè la possibilità per gli ebrei di tornare a pregare sul Monte del Tempio, ovvero la Spianata delle Moschee. La pace con la Giordania nel 1994 aveva ribadito lo status quo in vigore dal 1967, quando Gerusalemme Est venne conquistata da Israele: i musulmani pregano sulla Spianata, gli altri possono «visitarla». La destra israeliana non lo ha mai accettato. I testi preliminari agli «accordi di Abramo» sembrano restringere le prerogative dei musulmani alla sola moschea di Al-Aqsa e consentire agli ebrei di pregare sul resto della Spianata. La formula è ambigua ma ha messo in apprensione la Giordania. Re Abdullah è il «custode» dei luoghi santi, è rimasto finora freddissimo di fronte agli accordi di Washington. Il sovrano, e i palestinesi, rischiano di perdere la prerogativa di «difensori» del terzo luogo sacro all’Islam, mentre sulla Spianata frotte di turisti dal Golfo potrebbero presto mescolarsi ai fedeli ebrei.