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 2020  settembre 16 Mercoledì calendario


Primo giorno di scuola a Rozzano

Mia madre me lo confida a bassa voce mentre stiamo passeggiando lungo corso Vittorio Emanuele: «Ora prendo 170 euro di stipendio, sono sei mesi che sto in cassa integrazione». Lavora nelle mense scolastiche di Rozzano e le mense, a Rozzano, il paese dell’hinterland milanese in cui sono cresciuto, 42mila abitanti, quasi tutti stipati nei palazzoni dell’Aler, riprenderanno solo tra fine settembre e inizio ottobre. Per ultime. «Non so come andrà, siamo gli ultimi – mi dice – ci hanno lasciato in coda. Se ci dovesse essere bisogno di altro personale ho fatto fare domanda a tua sorella, la porto a lavorare con me». Mia sorella, vent’anni, studia Beni culturali in Statale, sogna di lavorare in teatro, organizzare eventi musicali: dopo questi mesi di crisi, per la mia famiglia, per la famiglia, andrà a servire in mensa?
Proprio a causa della mensa, su Facebook, nei gruppi dei cittadini di Rozzano, le famiglie insorgono, postano un commento via l’altro. «Ultima ruota del carro», qualcuno fa un elenco dei comuni limitrofi, Assago, Buccinasco, Corsico, Opera: «Mense e doposcuola lì riprendono prima, perché? Noi chi siamo?». Rozzano per ultima, periferia della periferia. Non c’è personale, si lamentano i genitori. Interviene una donna che lavora nella scuola o forse al Comune: «Ci stiamo facendo il mazzo per voi, per i vostri figli».
Mio figlio è in una bolla
«Nella nostra scuola, le elementari di via Orchidee, la preside quest’anno cambia di nuovo, due cambi in due anni», mi racconta alla vigilia della ripresa una maestra. «È una giostra, la nostra è una scuola che ha bisogno di figure di riferimento». Una delle mamme con cui mi sono sentito ci tiene invece a farmi sapere che, qualche giorno fa, l’insegnante di sostegno della classe di suo figlio ha organizzato un saluto in videochiamata: dopo tre anni non le hanno rinnovato l’incarico: «D’accordo la sicurezza fisica, ma quella psichica?». Sempre sui social la polemica scoppia già a causa della scuola materna (che ha riaperto settimana scorsa), dove le classi vengono divise in sottogruppi, separati da file di armadietti. Le chiamano «bolle», e tanti genitori non le sopportano: «Mio figlio è finito in una bolla con bambini che non conosce e una nuova maestra. È uno schifo – e basta con queste museruole / Questo è un circo, ma i nostri figli non sono bestie / Le classi spogliate dei giochi / Era meglio tenerle ancora chiuse».
Ieri in tutta Italia hanno ripreso anche elementari, medie e superiori, ma l’onda del nuovo inizio, colma di speranza (e retorica) non è la stessa ovunque, non arriva uguale per tutti. «Durante il lockdown è stata dura», mi confessa una docente delle medie di Rozzano: «Soprattutto per chi sta in famiglie…io le chiamo “confuse”». Famiglie confuse: segnate da indigenza e deprivazione, famiglie numerose, che vivono in case talvolta molto piccole, prive della tranquillità necessaria per la didattica a distanza: «Quando accendevano l’audio sentivo urla disumane, la madre che passava l’aspirapolvere nella stanza in cui il figlio faceva lezione, come se nulla fosse. La confusione è emotiva, ma anche spaziale: la polizia municipale in primavera ha avuto problemi a consegnare i tablet in comodato d’uso, alcuni ragazzi, con famiglie separate, non si capiva dove avessero la residenza: madre, padre, nuovo compagno della madre, nonni».
A Rozzano per tanti, adulti compresi, la scuola è soprattutto un peso, un dovere imposto dall’esterno, un’invasione di campo. È il sistema, il potere, l’antagonista. E per molti, seguire i figli durante la quarantena è stato impossibile, per mancanza di mezzi, materiali o culturali. E i genitori che raggiungo lo ammettono ridendo: «Io non mi ricordo neanche le tabelline / L’inglese? A momenti non so manco l’italiano / Alle medie sono stata bocciata due volte». Davanti a tutto questo svetta la bidimensionalità delle istituzioni, che si mostrano più interessate a promuovere sé stesse, omettendo, minimizzando. «Stiamo facendo tutto il possibile e lo stesso durante la quarantena» – il motto che ci si sente ripetere a oltranza. «Alcuni ragazzi, i più fragili, li ho persi», ammette però un’altra professoressa delle medie che ho frequentato io, negli anni Novanta. «A causa della connessione, che non avevano o che era troppo scarsa. Oppure perché erano tornati nel Paese di origine delle famiglie – Tunisia, Algeria, Marocco. Messa alla strette ho fatto una cosa che non andrebbe fatta: a una ragazza ho scritto su Whatsapp». Lì mi ha risposto. Difficilissimo è stato per i dislessici e i ragazzi con problemi cognitivi: «In mancanza di famiglie solide, è stato il disastro». Ma anche per quelli che hanno dovuto fare da babysitter ai fratelli più piccoli. «Abbiamo ammesso tutti comunque alle classi successive, coi Pai, i piani di apprendimento individualizzato. Sono poche ore però, per provare a recuperare almeno qualcosa». Una mamma – che non vive nelle case popolari ­– però non ci sta: «Non è giusto premiare tutti, promuovere tutti. Chi si è impegnato e chi no, chi si è connesso e chi no. Questo significare fare delle differenze». Noi contro loro. Centri interni alla periferia, centri e margini, anche qui.
Con le riaperture di questa settimana i modelli ideali dei protocolli rischiano di sgretolarsi al contatto con la realtà specifica, le nuove regole – teoriche, apollinee – devono scontrarsi con un tessuto sociale caotico, pieno di vuoti e diffidenza reciproca: «La febbre dovrebbero misurarla i genitori, ma di molte famiglie sappiano che non possiamo fidarci». E infatti, qualche ora dopo, in un vocale che ricevo, una madre dichiara: «Io sono anti Covid, mio figlio se gli viene la febbre non lo dico. Non ci penso neanche, mi invento qualche scusa». L’audio mi arriva da un sacerdote di Rozzano, e la donna si lascia andare alle sue convinzioni: «Don, io tutte queste morti per covid non le ho viste. Se te lo prendi stai un po’ a casa, medicine e tanta preghiera».
«A scuola i ragazzi spesso hanno regole che a casa non hanno», dicono i prof di Rozzano, ma alcuni le regole le sfidano, sistematicamente. «Abbiamo paura per i ragazzi più problematici», mi confessa alla fine di una telefonata una docente delle medie di via Luini: «Sappiamo già che andranno in giro senza mascherina, già me li vedo a tossire in faccia ai compagni. Abbiamo deciso che scatterà la sospensione immediata».
«E una volta rimasti a casa?», chiedo. Sospira.

Togliere i ragazzini dalla strada
I tratti antisociali dei casi più difficili sono il frutto di realtà familiari spesso borderline, e c’è chi ci tiene a fare sapere che la ripresa è importante anche per loro: «Per tanti ragazzini di Rozzano è bene che la scuola ricominci, così passano meno tempo in mezzo alla strada. E poi è un modo per non pensare, per tenerli fuori da certi problemi o vissuti familiari». Bambini e ragazzi che in molti casi dovranno fare da soli, con l’armamentario pratico o emotivo di cui dispongono. Incassando o provando a scaricare sugli altri.
La campanella ieri è tornata a suonare e scenari come questo dominano in molte delle periferie italiane: ma guai a provare a dire che Rozzano non è Milano, che le tante Rozzano d’Italia hanno problemi enormi, endemici, strutturali. Molti esponenti delle autorità politiche e amministrative delle periferie si irrigidiscono di fronte alla denuncia di tendenze ahimè ancora oggi diffusissime. «Si è fatto tutto il possibile / Rozzano è piena di servizi / Qui c’è tanta gente perbene». E lo stesso vale per molti abitanti, che prendono i giudizi espressi sul luogo in cui vivono come attacchi personali, in un’equiparazione tanto comprensibile quanto circolare e limitante. Bisogna smettere di distogliere lo sguardo e iniziare a immaginare azioni capillari e intensive per questi piccoli mondi nel mondo, per queste comunità per troppi aspetti impermeabili a ciò che le circonda, sebbene sorgano a poche fermate di mezzi pubblici dalle metropoli. Nessuna emancipazione è possibile se non ci si decide perlomeno a vedere le disuguaglianze che svuotano di futuro lo sguardo di chi sconta la colpa impersonale di essere nato nel quartiere o nel comune sbagliato: i problemi non cessano di esistere se, per tutelare la propria autostima o i risultati elettorali futuri, li si ammanta di silenzio, limitando a lasciare al sicuro chi già sta al sicuro, abbarbicato sulla solida trave sopra al fosso nero nel quale i più fragili continuano a dibattersi, per restare a galla, finché ci riescono.
Ieri mattina, all’entrata e all’uscita, ho fatto un giro davanti alle scuole di Rozzano. Tante mamme giovani e giovanissime, che urlavano il nome dei figli: Allisoooon, Justin, Sharon, Pamela. Tante famiglie non italiane, uno degli elementi che distingue la Rozzano di oggi da quella in cui sono cresciuto io. Un bambino piangeva, non voleva lasciare la mano della madre. Tanti invece sorridevano, e si lanciavano verso il cortile. Un giorno qualunque, senza grandi assembramenti, senza preoccupazioni evidenti. Mentre stavo per allontanarmi e fare ritorno verso la fermata del tram che collega Rozzano a Milano, una mamma che aveva appena consegnato il figlio al primo giorno di scuola mi ha riconosciuto e, dopo aver saputo il motivo della mia presenza, mi ha chiesto di «scrivere la verità, e di non dare sempre la colpa ai più deboli. È più facile così. Ce ne si può lavare le mani in fretta».