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 2020  settembre 16 Mercoledì calendario


In giro per Villa Sordi

Fra il 1953 e il ’54 Alberto Sordi lavorò in diciassette film, da I vitelloni di Fellini a L’arte di arrangiarsi di Luigi Zampa. Una produzione eccezionale, anche per un finto pigro come lui (in realtà era uno stakanovista, meticoloso, preciso, che controllava tutto). Il che significa un successo strepitoso. Ma soprattutto, per un finto tirchio come lui (in realtà era generosissimo, ma in silenzio), tanti ma tanti soldi. Bravissimo, regia di Luigi Filippo D’Amico (1955).
Bravissimo, attore di successo, con tanti ma tanti soldi, single che interpretò tutti i ruoli della commedia degli affetti (Casanova, Il seduttore, Lo scapolo, Il marito, Il vedovo...), romano innamorato della sua città alla ricerca – a 34 anni – di una casa che fosse un’oasi di pace fuori dal mondo caotico dello spettacolo, Alberto Sordi vide quella villa in vendita, immersa nel verde e affacciata sulle terme di Caracalla, in un maggio del ’54, al mattino. Alla sera firmò il contratto di acquisto. Ci aveva messo sopra gli occhi anche Vittorio De Sica. Ma il secondo aveva solo debiti di gioco, il primo il contante. Dieci milioni di lire, di allora. Che tempi!
E così da quel momento l’elegante villa progettata negli anni Trenta dall’architetto Clemente Busiri Vici e appartenuta ad Alessandro Chiavolini, segretario particolare del Duce, divenne la casa dell’attore, che qui passò il resto della vita. Prima dando feste e ricevendo amici, e poi, dopo la scomparsa della sorella Savina, nel ’72, in solitudine, senza invitare più nessuno, fino alla sua morte: 24 febbraio 2003. Rimasta, da allora, sempre chiusa, la casa riapre oggi per la grande mostra del centenario dell’attore, Alberto Sordi 1920-2020.
Il conte, Il moralista, l’imboscato, Il vigile, l’eroe, il commissario, Il medico della mutua, Il tassinaro, persino Il mafioso in un bellissimo e ignorato film di Lattuada... e poi il maestro, il Marchese, il Borghese piccolo piccolo... Ci sono tutti gli Alberto Sordi possibili del nostro immaginario, qui dentro. I suoi gusti, i suoi abiti (il guardaroba non è visitabile al pubblico, ma l’abbiamo visto: spezzati e capotti soprattutto, in tutte le sfumature del marron, il suo colore preferito), i suoi segreti, le sue passioni (in bagno c’è un vecchissimo tappettino con la scritta «Qui abita un romanista»), le sue abitudini. Storia di un italiano.
Benvenuti a Villa Sordi, Caracalla, Roma imperiale, piazza Numa Pompilio, tra la fine di via Amba Aradam e l’inizio del mito. Quello del nostro più grande attore nazional-popolare. Sordi ci mise due anni per ristrutturarla, fece costruire una piscina, scelse mobili e quadri. «Se non avesse fatto l’attore, così diceva, avrebbe fatto l’antiquario», racconta Alessandro Nicosia, che con Vincenzo Mollica e Gloria Satta ha curato la mostra e ora ci accompagna attraverso le stanze della villa che, nel 2021, vorrebbe trasformare in museo. Del resto, qui dentro è custodito un pezzo di storia d’Italia: quella di un uomo di spettacolo che cominciò ragazzino nel coro di voci bianche della Cappella Sistina e – dopo una carriera lunga sessant’anni, come doppiatore, cantante, compositore, musicista (come il padre...), giornalista (fu inviato della radio della Rai al Giro d’Italia del 1950), sceneggiatore, regista e attore in 152 film – finì, in trionfo, con il funerale più bello della storia recente di Roma, 27 febbraio 2003. Più di 250mila persone riempirono piazza San Giovanni per salutarlo l’ultima volta. Ed ecco qui le foto, i ritagli dei quotidiani, i filmati dei telegiornali... Chi riuscì a entrare nella Basilica trovò sulla sedia la foto di un Sordi sorridente che sul retro aveva la frase: «Ci sono artisti verso i quali si prova ammirazione, ci sono artisti verso i quali si prova gratitudine. Grazie Alberto. Ci hai aiutato a vivere meglio». E un aereo a noleggio trascinò sopra la città uno striscione con su scritto: «Stavorta c’hai fatto piagne».
Eccola qui, la sua vita, quella più riservata, meno mondana, più quotidiana. Ecco l’entrata, e l’accesso alla sala-teatro che Sordi fece costruire per gli spettacoli privati, con la cabina di proiezione su in alto, il soffitto decorato da una pellicola in gesso, i camerini per gli attori di fianco al palco, una galleria con sette sculture in terracotta invetriata, una per ogni arte liberale, commissionate ad Andrea Spadini e un meraviglioso fondale dipinto da Gino Severini. Qualcuno ricorda ancora le serate in compagnia degli attori con cui lavorava, delle star straniere di passaggio a Roma, la festa di ogni 26 dicembre con la Masina, Fellini, la Magnani... Poi, con la morte dell’amata sorella, fine della festa. Qui non entrerà più nessuno.
Ecco la palestra, con la spalliera, il pungiball, la cyclette e il toro meccanico. «Funziona ancora, ma sconsiglio chiunque di provarlo: lui faceva le gare con i suoi amici, ma se dovessimo provarci noi...». E poi ritratti, foto, costumi, bastoni, oggetti di scena. «Lui conservata tutto». Ecco il salone – tessuti e tendaggi pesanti, sofà e benessere rococò – dove è allestita la sezione dedicata a «Sordi e Roma»: le foto di quando Rutelli nel 2000 lo fece sindaco per un giorno, i tre quadri acquistati direttamente dall’amico De Chirico, le pagine del Messaggero per il quale a un certo punto cominciò a scrivere, e una grande mappa della città con segnate tutte le location dei suoi film, dai pratoni di Cinecittà di Scipione l’Africano, del ’37, a piazza Santa Maria in Trastevere in cui girò Incontri proibiti, nel 1998... Ecco lo studio, lasciato così com’era, con la scrivania massiccia, tutti i premi, il Leone d’oro (nel 1995, alla carriera), i libri, le pipe, la macchina per scrivere, la foto di Soraya: vi ricordate la principessa che recitò con lui nel film del ’65 I tre volti? Ecco la camera da letto, dove morì. Ed ecco la barberia, stile diversissimo da tutto il resto, anni Sessanta-Settanta, piastrelle pastello, un Maccari alla parete, specchi, oggetti di design e dietro una porta a scomparsa il bagno con la vasca incassata, dove sprofondava a leggere i copioni, e un telefono, rosso, a portata di produttore. Lì dentro, nella casa privatissima, era felice.
Fuori, c’era il mondo. E la sua storia pubblica. In due tensostrutture allestite nel grande giardino a gradoni (da su in alto si vede bene il Cupolone) si ripercorre tutta la carriera. Nella prima sezione, più «inedita», il «Sordi prima di Sordi»: foto, contratti, manoscritti autografi e sceneggiature, filmati, interviste, ritagli di giornali con le prime recensioni e registrazioni per la radio, il teatro e le tourneé in giro per l’Italia, fino a Mamma mia, che impressione!, regia di Roberto Savarese, del ’51, film stroncato dalla critica, ma amatissimo dall’attore, che lo scrisse e lo produsse... Nella seconda parte, più pop, il Sordi del grande successo: dai Vitelloni a Nestore, l’ultima corsa (1994), e siamo nella storia del cinema: decine e decine di locandine, i rotocalchi con i suoi amori veri e presunti («Fidanzato sempre, sposato mai»), foto di scena strepitose (lui vestito da monsignore con la Sandrelli nell’episodio «L’ascensore» di Quelle strane occasioni, 1976), la Harley Davidson di Un americano a Roma, e i costumi dei suoi capolavori. La divisa da Vigile, la tuta del Presidente del Borgorosso Football Club, lo smoking di Gastone, il camice del dottor Guido Tersilli, la giacca in velluto foderata di raso del Marchese del Grillo, la Sahariana di Riusciranno i nostri eroi...
Eroe, magari è troppo. Un artista immenso, di sicuro. Prima di uscire, in una stanza degli specchi con tutti i suoi personaggi, puoi sentire anche la sua voce registrata, inconfondibile, che ringrazia il pubblico. Che siamo noi.
Grazie anche a te, Alberto. «Romani te salutant».