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 2020  settembre 15 Martedì calendario


1QQAN40 1QQAN30 Johnny Dorelli ha scritto un’autobiografia

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Questa è la storia di un musicista che da Meda, comune brianzolo, un giorno partì per l’America. Era l’ottobre del 1946, la guerra era finita da un anno ma in Italia non c’era da mangiare. Specie per il signor Giovanni Guidi, detto Nino D’Aurelio, cantante e padre di Giorgio, un bambino di nove anni che si stava per imbarcare sulla nave Sobieski. Destinazione: Nuova York, anche se nonna Pasquina piangeva disperata perché pensava che l’America fosse in Africa. Il cammino che porterà il piccolo Giorgio a diventare Johnny Dorelli è raccontato in «Che fantastica vita», la prima autobiografia del musicista, attore e conduttore oggi ottantatreenne, scritta assieme a Pier Luigi Vercesi.
La sua vita, a leggerla, sembra un film: l’America degli anni 40 e 50, i teatri di Broadway, la gavetta.
«Sono un uomo felice: ho sempre fatto tutto quello che ho ritenuto giusto».
Per dirla con Frank Sinatra, «I did it my way».
«Divertente. Ma Sinatra non l’ho conosciuto bene, ho frequentato molti altri come per esempio Giuseppe Di Stefano, grande tenore, purtroppo rovinato dal gioco».
Non solo. Lei racconta una scena incredibile: una cena con Lucky Luciano.
«A pensarci oggi mi sembra una cosa assurda, ma andò così: avevo 13 anni e fummo costretti a tornare in Italia, passando per Napoli. Qui viveva Igea Lissoni, un’amica della mamma, che ci invitò a cena. A tavola riconobbi subito Luciano: viveva lì, estradato da New York nel 1946 dopo essere stato graziato, a patto di lasciare il territorio americano, per i “servizi” resi durante la Seconda guerra mondiale».
E in America aveva conosciuto anche Joe Barbàra.
«Ce lo presentò “don” Paolino Palmeri a cui venimmo affidati dopo la morte dell’agente di papà. Insistette per farmi guidare una costosa auto ma quando cercai di parcheggiarla la sfasciai. “Non preoccuparti, mi disse, si fa aggiustare”».
Tornato in Italia, iniziò per lei una lunghissima gavetta. Non tutti sanno che uno dei maggiori ostacoli alla sua carriera è stata la «r» moscia.
«Eccome! All’epoca non c’era tutta questa fascinazione per l’esotico che c’è oggi e quello era un difetto, punto. Giulio Razzi, direttore della musica leggera radiofonica di allora, arrivò a spezzare in due i miei dischi quando gli arrivavano in mano e non faceva “passare” le mie canzoni».
E come risolse il problema?
«Allora non c’erano logopedisti, dunque si andava dagli attori più vecchi che avevano risolto il problema. Io ne consultai tre. Il metodo più efficace era quello di imparare a pronunciare la “r” sostituendola con la “d”: “rincorrere” diventava “dincoddede”».
Poi due vittorie consecutive al Festival di Sanremo, assieme a Domenico Modugno, nel 1958 e nel ‘59.
«Ricordo il debutto: mi venne la febbre per l’emozione, ero deciso a non salire sul palco. Allora Modugno mi si avvicinò, mi mollò un ceffone e mi trascinò sul palcoscenico».
La canzone era «Nel blu, dipinto di blu», di Modugno e Migliacci.
«Pochi immaginano le battaglie che si combattevano e che si combattono ancora oggi dietro le quinte del festival. Ricordo bene quanto si batté Ladislao Sugar, grande editore e produttore discografico, per aiutarmi a emergere».
Una volta lei Sanremo lo ha pure presentato.
«Sì e non dimenticherò mai la bravura di un’artista straordinaria come Mia Martini».
Leggere la sua vita è come ripercorrere anche la storia del gossip. Le hanno attribuito ogni tipo di flirt.
«Con tanto di scenate da parte di nonna Pasquina: per lei, o sposavo una ragazza di Meda, o nessun’altra poteva andare bene. Temo ne avesse puntata una di Seregno. Figuriamoci quando scrissero che avrei sposato Connie Francis!».
Però poi, dopo Lauretta Masiero e Catherine Spaak, è arrivata Gloria Guida.
«Stiamo insieme da quarantuno anni, abbiamo una figlia e questo è tutto quello che dico sulla mia vita privata».
Può dirmi che padre è stato Johnny Dorelli?
«Ho avuto tre figli (Gianluca, Gabriele, e Guendalina, ndr). Sono stato spesso via per lavoro, ma non credo di essere stato un cattivo padre. In ogni caso, bisognerebbe chiedere a loro».
E a quale delle sue canzoni ripensa con maggiore struggimento?
«L’arrotino. Anche perché vuoi vedere come viene con la “r” moscia?».