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 2020  settembre 15 Martedì calendario


QQAN10 Salvatore Buzzi vuota il sacco

QQAN10

Eccolo Salvatore Buzzi, l’uomo che sei anni fa era sembrato a tutti il Totò Riina di Roma. Sette e mezza di sera, al centro dell’Arena Farnesina di Roma. Non l’avevo mai visto prima, e fino a ieri sera mai scambiato un monosillabo. Da qualche mese è libero dopo oltre 5 anni e mezzo in carcere anche duro, e che la libertà l’abbia respirata si vede dal faccione abbronzato che ricorda quello di Luigi Di Maio appena tornato dalle vacanze. Il capo della mafia che dopo una definitiva sentenza della Cassazione non c’è più (fu un abbaglio della procura di Roma) è in maglietta estiva bianco rossa, pantaloni della tuta, scarpe da ginnastica. Lo saluta Andy Luotto, grande celebrità quando lavorava in tv con Renzo Arbore e parlava muto, nuova vita oggi come chef di qualche grido che delizia ora le serate estive all’Arena Farnesina.Ci siamo trovati qui perché Buzzi ha scritto un libro, Se questa è mafia, insieme al giornalista Stefano Liburdi. È una sorta di memoria difensiva che certo interessa chi ha seguito quel processo, ma che, in alcune parti, si legge di un fiato. Sul palco c’è Rita Bernardini, radicale di lungo corso che sulle carceri ha fatto grandi battaglie e non poteva non avere conosciuto uno degli inquilini più celebri di questi anni. C’è anche il coraggioso editore, che poi è una editora: Mariangela Mincione, oggi libraia a Bruxelles.
Dovendolo presentare, il libro me lo sono letto, e in alcuni passaggi mi ha strappato pure un sorriso. Straordinario per l’ironia che sempre ha il destino degli uomini, il racconto degli ultimi giorni a cavallo di novembre e dicembre 2014 (lui fu arrestato la mattina del 2 dicembre di quell’anno). Sapete quale fu l’ultima apparizione pubblica di Buzzi?
In una sala convegno di Roma ad ascoltare l’intervento dell’allora procuratore della capitale, Giuseppe Pignatone, che solo 24 ore prima aveva firmato la sua richiesta di arresto. Quel giorno, i due non si sono incrociati solo per miracolo. Buzzi era andato lì a fare un salto perché il Pd era in cerca di soldi proprio per pagare le spese di quel convegno: affitto sala, hostess, piccolo rinfresco per gli ospiti.
Segretario del partito locale nonché organizzatore dell’incontro con Pignatone era Lionello Cosentino, che aveva chiesto a Buzzi l’ultimo favore che avrebbe potuto fare: una mazzettina o se volete chiamiamolo contributo in nero per pagare le spese della kermesse con ospite d’onore il procuratore di Roma. «Vuoi che ti presenti al procuratore», gli disse chi ritirò la busta con la mazzettina. Ma Buzzi si schermì, «No, no, ascolto un po’ e poi vado». Chissà che imbarazzo se fosse divenuta realtà quella ipotesi di stretta di mano. Ma non ci fu. E pochi giorni dopo, ad arresti avvenuti, sarebbe rotolata anche la testa di Cosentino. Divenne commissario Matteo Orfini che andò a spiegare la svolta alla Città dell’altra economia, «una struttura», si diverte a ricordare Buzzi, «che avevo costruito proprio io». La svolta? Meraviglioso e beffardo destino...

Domanda. Buzzi, se devo darle un consiglio, non ci pensi più. Oggi è un uomo libero, no?
Risposta. Ancora sì. Per poco. Non si sa: novembre ci deve essere il ricalcolo della pena, e io in questo momento ho già scontato cinque anni e sette mesi. Il presidente del tribunale ha invitato le parti a mettersi d’accordo e fare un concordato sulla pena. Noi possiamo farlo ovviamente se ci danno una pena che non prevede il rientro in carcere, ma ai domiciliari o simili. Se la procura dice no, allora rifaremo il processo e decideranno lì.
D. Però adesso è libero. Si è guardato intorno?
R. Vedo solo macerie. Ovunque, ma a Roma in particolare. Lo vede anche lei in che condizione è la manutenzione del verde e di tutta la città. Non si vogliono fare più trattative private. Ma se tu hai una buca, la devi riparare oggi altrimenti domani qualcuno si fa male. Se devi mettere su una gara per quello non la ripari per chissà quanto tempo. E si vede. Ma non mi faccia parlare di politica, che non voglio.
D. Lei ha finanziato politici di tutti gli schieramenti, un po’ alla luce del sole e molto in nero. Rita Bernardini prima scherzava sul palco: «potevi dare qualche soldo anche a noi radicali, invece nulla». Dalle indagini ha ignorato anche il M5s, che pure aveva quattro consiglieri comunali a Roma all’epoca, fra cui la futura sindaca Virginia Raggi....
R. Non mi hanno chiesto niente, e quindi non ho dato niente a loro. Io Virginia la conoscevo e anche bene prima di tutta questa vicenda. Era consigliera di opposizione e avevo rapporti con tutti lì dentro. Ma soldi no, mai dati. Lei non mi ha mai chiesto niente. Poi certo, se la Raggi è diventata sindaco è solo grazie a me e a Pignatone. Ma di questo avrei fatto volentieri a meno.
D. Non sarà il Totò Riina della capitale, ma quando a oliare il sistema e distribuire mazzette lei era il Re di Roma..
R. Ma figuriamoci! Guardi, in una intercettazione di altra inchiesta, Parnasi diceva «Ho pagato questi ducento milioni di euro, ma di fronte a quelli di prima mi sono costati quasi niente...» Le mie tangenti ammontano in tutto a 65 mila euro, di fronte già a Parnasi ero nessuno. Di che stiamo parlando?
D. Ha fatto favori a tutti, non solo pagato tangenti
R. Sì, ho fatto anche assunzioni su richiesta. Ma se tutte le assunzioni fossero criminali, perché ne hanno perseguite solo alcune? Io ho fatto centinaia di assunzioni chieste da politici e funzionari pubblici. Ma solo alcune sono state identificate come reato, altre no. Io avevo una cooperativa di sinistra, ma in tutti i reati di cui sono imputato i colpevoli erano di destra, quelli di sinistra non interessavano. Anzi, sì, solo quelli di una parte della sinistra: grazie a me a Roma hanno decapitato la corrente di Pierluigi Bersani...