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 2020  settembre 15 Martedì calendario


Berlusconi e De Benedetti sono i nostri Re Lear

Povero Carlo De Benedetti. Nel giorno dell’uscita in edicola del suo nuovo giornale, la notizia è l’uscita della sua eterna antipatia, Silvio Berlusconi, dall’ospedale. Dopo due settimane in cui in cui, curandosi la polmonite, Silvio gli ha rubato il ruolo più prezioso che CDB avesse avuto negli ultimi anni: quello di Logan Roy.
Nella finzione di Succession – l’unica serie che piace a tutti quelli che la vedano, anche i peggio controcorrentisti non riescono a non restarne incantati: la trovate su Sky – Logan Roy è un multimiliardario proprietario d’impero mediatico, fattosi dal nulla.
Come tutti coloro che hanno fatto i soldi, ha figli imbecilli (non aguzza l’ingegno ereditarli invece che farli, i soldi).
All’inizio della prima stagione, Logan deve decidere un erede cui lasciare l’impero (la successione, appunto). Compie ottant’anni, mica può sbattersi in eterno, con tutto quello che ha speso per farli studiare saranno in grado di gestire le imprese di famiglia.
Figuriamoci.
Un figlio è convinto di poter diventare presidente degli Stati Uniti, uno si fa seghe contro le vetrate dell’ufficio, uno si droga come fosse in Trainspotting, una si accinge a sposare il più meschino degli imbecilli.
La terza stagione di Succession arriverà tardi, come tutte le serie previste per il 2020 (in America non hanno ancora riaperto i set); ma le prime due le abbiamo trascorse tutti, noi spettatori italiani lettori di giornali, a dire: solo Carlo De Benedetti disprezza i suoi figli quanto Logan Roy.
Le abbiamo passate a chiederci perché lì da un Rupert Murdoch (origine della storia: l’autore di Succession aveva scritto un film su Murdoch che non si produsse mai, Logan Roy è la sua rielaborazione) si faccia un capolavoro, e perché qui no. Perché da De Benedetti che cerca di ricomprarsi il suo giornale da un figlio che non glielo rivende e intanto va in tv a dire che pippa d’editore sia la sua prole, perché da questo capolavoro di spunto di odio famigliare non traiamo dell’intrattenimento seriale anche noi.
Poi è arrivato il virus. Che avevamo previsto cambiasse tutto, ma non l’identità del Logan Roy italiano. E invece.
E invece Silvio Berlusconi si è infettato, e improvvisamente i Roy erano loro. La figlia di primo letto che accusa la figlia di secondo letto d’averlo contagiato. La figlia di secondo letto offesa dell’accusa. Il figlio di primo letto pare non contagiato ma chissà se si schiera con sorella o sorellastra, non lo sapremo mai, neanche un inviato gambe in spalla che sia andato a intervistarlo a Portofino (sarà forse perché molestare gente che non vuol essere intervistata è specialità delle tv di famiglia). L’ex moglie dicono turbata, la fidanzata contagiata (sembra ieri che era vestita da damina con ventaglio in barca), i cani chissà (o se li è portati via la fidanzata precedente? L’informazione non c’informa sui dettagli davvero importanti).
La prima puntata di Succession non era neanche a metà, e Logan Roy, la regina Elisabetta degli imprenditori, consapevole d’aver figli troppo imbecilli per non restare regnante a vita, prendeva da parte i figli al proprio ottantesimo compleanno e diceva ok, facciamo che il presidente del consiglio d’amministrazione resto io per un altro paio d’anni.
Chissà se Silvio guarda Succession. Chissà, se l’ha visto, quanto ha annuito in quel punto, lui che le imprese le ha generosamente mollate ai figli e guarda le sue gloriose tv che fine hanno fatto.
Non è neanche tutta colpa dell’inadeguatezza degli eredi, intendiamoci: un (bel) po’ sono anche i tempi. In questi giorni si parla molto del ventennale del primo Grande Fratello, e si fa finta di non notare che quei sedici milioni di spettatori della finale oggi non solo se li scorda il Grande Fratello, ma non li totalizza neanche Sanremo. Ma neanche lontanamente.
(C’è una scena in Succession in cui un figlio vuole investire nelle app e dà al padre dell’arretrato perché vuole comprare le tv locali, e il retrogrado che i soldi li ha fatti e non ereditati gli espone bruscamente la distanza tra la percezione fighetta e il fatto che la metà degli americani ancora s’informa dalle tv locali. Sì, la frammentazione, ma in un mondo in cui persino gli ultraottantenni non muoiono dei virus mortali ci sarà ancora a lungo un bel po’ di gente dai consumi antiquati. Non sedici milioni, ma comunque tanti).
Anche i Roy hanno avuto il loro bravo capezzale (il furto del parallelismo è stato completo, povero De Benedetti). Era sempre l’inizio della prima stagione. A Logan veniva un ictus, e c’era la più favolosa scena di ricchezza cafona dai tempi di Vacanze di Natale: due dei figli che – poco prima che il padre venisse trasferito in una suite che mi piace immaginare analoga all’ala del san Raffaele che ha accolto Silvio, mentre era intubato in rianimazione – si chiedevano se quello fosse il posto più di lusso in cui il padre potesse essere curato. La rianimazione è la rianimazione, rispondeva esasperato il medico della terapia intensiva, ignaro che niente innervosisce un multimilionario più dell’ipotesi che ci sia qualcosa di meglio a disposizione.
A Berlusconi, come a Logan Roy, è toccato guarire in fretta contro tutte le previsioni. Perché hanno una tempra d’altri tempi, perché hanno visto una guerra mondiale e non sono inetti come noi che ci spaventiamo di tutto; ma anche (soprattutto) perché circondati da gente che non sa cavarsela. Perché non possono permettersi di pensare che ci penserà qualcun altro.
Per tutta la degenza di Silvio B, mentre speravo che si riprendesse per poter raccontare questa storia ridendo, ho pensato al casting dell’adattamento, a chi dei figli sarebbe toccato chiedersi se il san Raffaele fosse abbastanza di lusso; ma ho anche pensato a una scena che mi raccontarono l’anno scorso.
È sicuramente falsa, e viene sicuramente dalla sceneggiatura del Succession italiano, quello in cui Kendall Roy, l’erede designato rivelatosi non all’altezza, si chiamerà Piersilvio. È una riunione in cui si parla della crisi dell’azienda televisiva, un’impresa già fiorente ma in un mercato piccolo, in un paese del terzo mondo. Non ci sono nuove idee, nuove prospettive, non si sa come uscirne, quando irrompe il Kendall Roy della Brianza dicendo che lui ha soluzione: compriamo la Disney. Quelli intorno a lui non sanno da che parte cominciare a spiegargli i differenti ordini di grandezze. Una volta sì che era facile, quando a dirgli le cose ci pensava papà.