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 2020  settembre 15 Martedì calendario


Susanna Ceccardi è il prodotto del declino toscano

Per ora si fatica a definire Susanna Ceccardi una statista, anche se il tempo è dalla sua parte: ha solo 33 anni. Del suo pensiero si conosce qualche stralcio non entusiasmante, dall’impagabile “ho amici gay” al celebre “le parole di Imagine (John Lennon, 1971) sono di ispirazione marxista”, fino al creativo “il Mahatma Gandhi era sovranista” – che poi sarebbe un po’ vero se volessimo arruolare tra i sovranisti anche Mosè, Simon Bolivar, Giuseppe Mazzini e Fidel Castro. Eppure l’attuale europarlamentare della Lega potrebbe diventare tra pochi giorni governatore della Toscana e mettere fine a 50 anni di governo ininterrotto del centrosinistra nella più iconica delle “regioni rosse”, la culla del Berlinguer ti voglio bene (1977) di Roberto Benigni.
I sondaggi più accreditati – di cui potremo valutare l’accuratezza la sera di lunedì 21 settembre – la danno testa a testa (attorno al 42 per cento) con l’incolore Eugenio Giani – 61 anni, politico di professione come l’avversaria – candidato del Pd voluto da Matteo Renzi, che a Firenze gioca in casa, e imposto al leader Pd Nicola Zingaretti.
Se la candidata leghista è una che dice “ho amici gay”, Giani è uno che per sembrare di sinistra sostiene di tenere sul comodino la foto di Sandro Pertini. Lei rivendica di essere cugina di Iva Zanicchi, lui dell’ex allenatore Renzo Ulivieri che però è comunista e ha detto che non lo vota. Insomma, il livello della contesa è questo. Eppure, comunque vada a finire, la notizia è che Ceccardi può farcela.
Fino a pochi anni fa il governatore leghista in Toscana sarebbe stato un divertente spunto di fantapolitica. Com’è possibile che l’ipotesi sia transitata così rapidamente dalla fantasia alla realtà? La risposta è semplice: il sistema di potere della sinistra in Toscana si è già sgretolato da tempo, mentre i suoi tenutari fingevano di non accorgersene.
A cominciare da Matteo Renzi, così impegnato nell’ultimo decennio a scalzare gli ex comunisti dai centri di potere da non capire che stava segando il ramo su cui sedeva. E adesso è costretto a remare controcorrente per raccattare con la sua Italia Viva una percentuale di voti (abbondantemente sotto il 10 per cento) che Rifondazione comunista, ai tempi di Fausto Bertinotti, prendeva con una mano sola.
L’ascesa del centrodestra
Il declino della sinistra è nei numeri. Nel 2010 Enrico Rossi – pisano di Bientina – è stato eletto governatore con il 60 per cento dei voti. Nel 2015 è stato confermato con il 48 per cento, doppiando il leghista milanese Claudio Borghi Aquilini, fermo al 20 per cento.
Nel frattempo, dei dieci capoluoghi toscani, ben sei sono stati conquistati dal centrodestra: Arezzo, Grosseto, Massa, Pisa, Pistoia e Siena.
La città rossa per antonomasia, Livorno, l’anno scorso ha rieletto un sindaco Pd, Luca Salvetti, dopo essersi vaccinata con i cinque anni del grillino Filippo Nogarin.
Tutto cambia: è in mano al centrosinistra Lucca, la città più bianca del granducato, che ha in Alessandro Tambellini il primo sindaco senza ascendenze democristiane. Resistono Firenze e Prato, il centro della regione che conta un terzo della popolazione (e dei voti) ed esercita da secoli un dominio mal sopportato dalle province periferiche. Lì il centrosinistra è ancora fortissimo, come è forte in tutti i centri storici e debole nelle periferie: da quelle roccaforti cerca di resistere all’assedio leghista proveniente da territori che si sentono dimenticati, anche se si chiamano Siena o Pisa.

La scuola di partito (comunista)
Per capire la disfatta della sinistra bisogna andare proprio a venti chilometri da Pisa. A Cascina Susanna Ceccardi ha iniziato la sua “resistibile ascesa”, come l’avrebbe chiamata Bertolt Brecht. Ha 44 mila abitanti ed è uno storico feudo comunista, i militanti di tutta Italia la conoscevano come sede di una delle più importanti scuole di partito, la “Scuola di studi comunisti Emilio Sereni”.
Nel 1983, ultime elezioni politiche sotto la guida Enrico Berlinguer che morirà un anno dopo, il Pci prese a Cascina il 55 per cento dei voti, la Dc si fermò al 20 per cento. Il risultato di Cascina era superato nella provincia di Pisa solo dal 60 per cento di Buti e dal 57 per cento di Calcinaia.
Ancora nel 1998 il postcomunista Carlo Cacciamano fu eletto sindaco di Cascina al primo turno con il 78 per cento, nel 2006 Moreno Franceschini vince sempre al primo turno con il 70 per cento, nel 2011 è diventato sindaco Alessio Antonelli con il 67 per cento. Erano questi i numeri della Toscana rossa.
Nel 2016 avviene quello che il governatore Enrico Rossi (la sua Bientina dista da Cascina 14 chilometri) definisce “il disastro”. Con un Pd devastato dalla faida tra ex comunisti e renziani, Antonelli, accusato di incarnare la supponenza del comunista al potere per grazia divina, per ricandidarsi deve vincere le primarie. Ottiene al primo turno solo il 42 per cento, la giovane candidata della Lega Susanna Ceccardi si ferma al 28 per cento. Al ballottaggio, il primo nella storia di Cascina, i renziani abbandonano Antonelli e Ceccardi lo batte con soli, ironia della sorte, 101 fatidici voti di vantaggio.
Dopo aver espugnato la rossa Cascina senza sforzo apparente, Ceccardi cerca oggi di ripetere il miracolo. Campagna elettorale senza sparate provocatorie, e lo stesso Matteo Salvini sembra intenzionato a non impaurire troppo l’elettorato toscano per non ripetere la campagna suicida di gennaio in Emilia Romagna, quando ha presentato la candidata Lucia Borgonzoni come sua controfigura e ha fatto prosperare il movimento delle Sardine, spingendo l’elettorato verso il Pd Stefano Bonaccini. Ceccardi sembra aspettare che ancora una volta il centrosinistra si faccia male da solo.
Sfida al “mangiatartine”
Le premesse ci sarebbero tutte. Innanzitutto la scelta del candidato, che Ceccardi chiama “mangiatartine”, ironizzando sul suo presenzialismo. Aprendo a caso il sito della Regione Toscana si scopre per esempio che giovedì 14 novembre 2019 Giani, presidente del Consiglio regionale per tutta la legislatura che si sta concludendo, alle 11 ha detto sentite parole alla conferenza stampa di presentazione della stagione teatrale di Laterina (il paese di Maria Elena Boschi); alle 15,30 ha incoraggiato i partecipanti al convegno “Vivere l’Arno”; alle 17 ha impreziosito con la sua presenza la presentazione del libro “Aghi di pino” di Antonio Schiavo, alle 17,30 era già alla presentazione di un libro sui rapporti tra ’ndrangheta e massoneria, argomento di cui è sicuramente competente e non certo perché conosca la ’ndrangheta. “Non ho carisma”, ammette, “però mi conoscono tutti”.
Perché l’hanno candidato? Perché ormai la politica si fa così. Nel 2014, quando Renzi si dimette da sindaco di Firenze per andare a fare il presidente del Consiglio, Giani, consigliere comunale di lungo corso, vuole candidarsi e chiede le primarie per sfidare il predestinato Dario Nardella. Rinuncia solo dietro consistenti promesse. Prima si fa designare per la presidenza del Credito sportivo, banca pubblica che finanzia gli impianti Coni, poi preferisce la presidenza del Consiglio regionale.
Al momento di scegliere il candidato del centrosinistra per le regionali Renzi lo impone. Non si sa se è il saldo finale di un’antica promessa o solo la volontà di mettere alla guida della Toscana un uomo fidato e telecomandabile. Zingaretti evita lo scontro con Renzi e la candidatura di Giani emerge per inerzia.
Per il fondatore di Italia Viva la partita potrebbe essere win-win: se Giani vince ha il controllo della regione, se Giani perde la profanazione leghista della Toscana rossa potrebbe essere letale per Zingaretti, anche se la sconfitta in casa potrebbe ammazzare in culla Italia Viva.
Giani però risulta indigesto all’ala sinistra della coalizione. A giugno ha provocato la spaccatura di Sinistra Italiana, la formazione che Nicola Fratoianni ha pilotato in Parlamento verso il sostegno al governo Conte bis. La coordinatrice regionale Daniela Lastri, che propugnava l’alleanza con Giani in coerenza con la linea nazionale, si è dimessa in seguito alla rivolta della maggioranza delle federazioni: solo quattro hanno scelto la coalizione con Giani, inserendo propri candidati nella lista Sinistra civica ed ecologista, ispirata da Articolo1-Mdp (Pierluigi Bersani e Roberto Speranza), le altre sei si sono alleate con Tommaso Fattori, candidato presidente con la lista Toscana a sinistra. Il risultato è che Nicola Fratoianni, leader di Sinistra italiana, pur essendo pisano non è potuto andare a fare campagna elettorale in Toscana.
Giani è considerato troppo amico della massoneria fiorentina che nell’immaginario toscano (e non solo nell’immaginario) esercita un potere opaco e insidioso. E cavalca un idolo negativo per la sinistra locale, la nuova pista dell’aeroporto fiorentino di Peretola, cara al renzismo e alla massoneria, meno agli ambientalisti e alle province tirreniche che temono un indebolimento dell’aeroporto di Pisa.
Contro Giani sono scesi in campo Salvatore Catello del Partito comunista e Marco Barzanti del Partito comunista italiano (non è un refuso, esistono entrambi, le vie della sinistra, come si sa, sono infinite). Anche il M5S va per conto suo con Irene Galletti, accreditata dai sondaggi di un 9 per cento deludente per il movimento quanto dannoso per gli alleati di governo.
Il voto utile
Il centrosinistra risponde con gli appelli al “voto utile” per fermare la Lega. Qualcuno pensa che i vertici del Pd dispongano di dati confortanti sull’esito del voto e lascino correre le notizie sul “testa a testa” per sollecitare gli scontenti di sinistra alle prese con l’eterno dilemma: votare il centrista Giani o rischiare di finire sotto accusa qualora i suffragi per Fattori risultassero decisivi per la vittoria leghista? Dibattiti che appassionano la sinistra toscana da decenni, mentre il terreno le frana sotto i piedi.
L’economia soffre e non trova nuove strade mentre gli antichi baluardi cadono uno a uno. Il Monte dei Paschi, che ogni anno fertilizzava i “territori” con centinaia di milioni, non c’è più, è nazionalizzato e clinicamente morto, il sistema Coop si è dissolto, e anche la eccellente sanità toscana non si sente troppo bene. Ceccardi attacca un sistema in cui “per lavorare dovevi avere la tessera del partito in tasca”, ma dimentica che nessun partito sistema più nessuno. Adesso i centri per l’impiego sono le anticamere dei singoli boss, di tutti i partiti.
C’è un’apparente stranezza nell’ultimo sondaggio Ipsos pubblicato dal Corriere della sera. I consensi si distribuiscono quasi alla pari tra Giani (42,6 per cento) e Ceccardi (41,5) ma il giudizio positivo sull’operato del governatore uscente Enrico Rossi è al 63 per cento. Perché dunque mandarli a casa? Perché dopo 50 anni loro stessi non sanno più che cosa promettere, se non di impedire che Ceccardi devasti l’eccellenza della sanità toscana, pubblica ed efficiente, importando il modello lombardo della privatizzazione forzata. Ma, se non ora, sarà la prossima volta: la Toscana rossa finirà come il cancelliere tedesco Helmut Kohl che nel 1998, dopo 16 anni di governo, fu sconfitto dal socialdemocratico Gerhard Schroeder con uno slogan delicato e fulminante: “Grazie Helmut, ma ora basta”.