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 2020  agosto 01 Sabato calendario


Come nascono i comportamenti più crudeli

Una storia di ascesa, caduta e rinascita. Nel 2006 il libro dello scienziato cognitivo Marc D. Hauser Menti morali (il Saggiatore, 2007) era al centro dell’attenzione mondiale. Dal suo laboratorio di Harvard, Hauser proponeva una grammatica universale del giudizio morale. Cinque anni dopo, era costretto a lasciare la ricerca e la prestigiosa posizione perché accusato di aver manipolato i dati sperimentali di alcuni articoli. Ammessi in parte gli errori, ha cambiato vita e ora si dedica ai giovani a rischio o con disabilità. Nel 2013 ha pubblicato su Amazon un libro sul vizio del male, Evilicious («Malvagi», Mondadori Università), basandosi non su propri lavori ma su un’ampia letteratura scientifica. Purtroppo l’edizione italiana contiene refusi e imprecisioni, ma la tesi di fondo è interessante. Gli abbiamo chiesto di approfondirla.
Secondo lei il male è composto di due ingredienti: desiderio insaziabile e negazione del valore morale delle vittime. In che senso i malfattori sono simili ai tossicodipendenti?
«Entrambi sono spinti da desideri insoddisfatti che portano all’eccesso. Il tossicodipendente nega il problema, il malvagio nega il valore dell’altro. Se l’altro diventa per me un oggetto, posso liberarmene e soddisfare il desiderio, senza alcun autocontrollo. C’è anche un’altra differenza: per il tossicodipendente la componente desiderante scompare con l’abuso; nel malvagio invece il desiderio di sempre più risorse non perde la sua attrattiva».
Se chi fa il male ha una dipendenza, perché esistono malfattori occasionali o criminali come quei nazisti, che dopo la guerra conducevano stili di vita normali?
«Non è sorprendente che i criminali non lavorino a tempo pieno. Personaggi come Adolf Eichmann fecero il loro sporco lavoro e poi scapparono per vivere nascosti. Queste sono risposte adattative. Non provavano rimorso, quindi non ebbero problemi a passare oltre».
Non mi è chiaro se il male si sia evoluto come un effetto incidentale di altri processi, oppure per una funzione adattativa. Può succedere nell’evoluzione che un tratto emerga come un effetto collaterale e poi sia riutilizzato in nuovi contesti.
«Secondo me la malvagità gratuita è un caso di sottoprodotto, ma i sottoprodotti possono essere selezionati. Il desiderio e la negazione di per sé non si sono evoluti per produrre il male, ma entrambi da soli arrecano benefici adattativi per l’individuo. Se combinati, provocano azioni malvagie che in molti casi sono anche utili, per esempio nello sterminio dei concorrenti».
Quindi la crudeltà non è gratuita. Lei la interpreta come un’esibizione esagerata di potere per impressionare i rivali e le femmine. Ma pensa davvero che i maschi crudeli si siano evoluti perché le femmine li sceglievano, sedotte dal loro status sociale?
«Non credo che il male faccia parte del repertorio maschile in senso stretto, anche se nella nostra storia i maschi eccellono nella crudeltà. In secondo luogo, non credo ci siano prove della scelta femminile di individui crudeli. Non è che i personaggi più inequivocabilmente malvagi della storia avessero mogli o figli in quantità».
Se alla base del male c’è un desiderio sfrenato, come si è evoluto? Per risentimento sociale, invidia?
«Io mi sono concentrato su come quel desiderio sfrenato si sviluppa nell’individuo, come un riflesso di scarso autocontrollo. Ci sono differenze individuali enormi nella capacità biologica di autocontrollo: le persone che sembrano averne il massimo in realtà hanno abitudini migliori, in modo da non dover usare l’autocontrollo; viceversa, vi sono situazioni in cui vale la pena essere impulsivi e assumersi un rischio».
Cosa c’è di sbagliato nel pensare che il male sia semplicemente disfunzionale?
«Nulla. Dipende dalla prospettiva. Fu certamente disfunzionale per gli ebrei e i tutsi, ma funzionale per nazisti e hutu. Né il desiderio né la negazione sono di per sé malvagi o disfunzionali, ed entrambi possono svolgere funzioni adattative. In combinazione, non portano sempre alla crudeltà. Ma quando essa emerge, vuol dire che i due fattori si sono uniti».

Lei descrive i processi di disumanizzazione delle vittime, meccanismo antico e apparentemente universale. Dipende dal fatto che ci siamo evoluti in piccoli gruppi che ci proteggevano ed erano in conflitto con altri gruppi?
«Non credo che la disumanizzazione richieda piccoli gruppi. Gli individui disumanizzano spesso per ragioni egoistiche, come nella prostituzione. Quando disumanizziamo il senzatetto o il tossicodipendente, non c’è un problema di piccoli gruppi, ma certamente un “noi” contro un “loro”. È vero però che in molti casi la disumanizzazione fa scattare il tribalismo, in quanto elimina il senso morale, la colpa e l’empatia verso gli altri».
Per lei i crudeli non sono pazzi, perché il male è connaturato in noi. Ma allora come possono moralità e cultura fare la differenza?
«Mi piace pensare all’espressione che campeggia sul Museo dell’Olocausto a Washington: “Mai più”. Purtroppo, la storia ci obbliga a riscriverla: “Sempre di nuovo”. Basti pensare al Ruanda, alla Jugoslavia. Sono molto preoccupato per l’odio di parte, anche tra persone ben educate, che serpeggia nel mio paese e che alimenta il tribalismo e la violenza».
Ci sono ragioni storiche di ingiustizia che alimentano il risentimento. È pessimista?
«No, sono ottimista sul progresso morale. Non elimineremo i singoli atti di crudeltà, ma ora c’è più consapevolezza e possiamo mobilitarci prima che la violenza si diffonda come un incendio fuori controllo».
Ma quale morale proporre?
«L’educazione morale è difficile in quanto solleva subito la domanda: “La moralità di chi?”. Questo è un problema spinoso e il libro ha poco da dire al riguardo. È un argomento, tuttavia, in cui sono coinvolto nel mio nuovo lavoro: insegnare ai ragazzi a rischio, molti con condanne penali e lunghe storie di traumi e violenze. Nella scuola si pensa che l’educazione morale debba essere lasciata ai genitori. Così però l’educazione morale spesso non esiste del tutto o almeno non fino al college, quando i periodi critici dello sviluppo sono passati da un pezzo».
Nel libro lei racconta del bullismo che ha subito da ragazzo e di come l’ha aiutata suo padre, che era stato perseguitato dai nazisti.
«Mio padre ha avuto un influsso molto significativo su di me. Ho ascoltato da lui così tante storie e ho persino scritto un piccolo libro (inedito) sulla sua vita. La sua è una storia sulla resilienza, sulle differenze individuali, sul perdono e sulla lotta. Il bullismo invece ha avuto minore impatto sul libro, sebbene abbia avuto un ruolo nel mio modo di reagire. Sia la storia di mio padre sia il bullismo mi hanno fatto apprezzare tutto ciò che ho avuto da bambino e che molti dei ragazzi con cui lavoro non hanno mai avuto. Sono consapevole degli effetti sul cervello, e in particolare sull’apprendimento, dei traumi giovanili, dovuti ad abusi o privazioni. Ora ho l’opportunità di ricambiare e di usare le mie conoscenze sulla mente e sul cervello per aiutare i bambini a crescere».