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 2020  agosto 01 Sabato calendario


Biografia di Mario Biondi raccontata da lui stesso

L’eccesso sembra nutrire la fame di Mario Biondi, scrittore. Ci tiene a precisare la qualifica. Per distinguersi da quello che considera un semplice usurpatore: Mario Biondi, cantante.
Eppure entrambi suonano una musica roca su spartiti lunghissimi.
Biondi, lo scrittore, ha portato a termine qualche mese fa la sterminata fatica di tradurre Ulisse di James Joyce (edito da La Nave di Teseo) che ha ricevuto attenti e lodevoli riconoscimenti da parte della critica anglistica.
Come dire? L’operazione culturale si è posata sul velluto dell’ammirazione. Eppure, il Biondi scrittore resta inquieto, malmostoso, freme all’idea che non ci sia più niente da rosicchiare dalla carcassa joyciana. Che fare dopo che hai scalato un ottomila? E il paragone non sembri sconclusionato. Egli ama la montagna. Non le nostre Alpi, che pure un certo fascino lo conservano, ma le imponenti catene himalayane dove a lungo ha viaggiato. 81 anni, una settantina di romanzi tradotti, più di quindici scritti in proprio. Editor. E poi libri di viaggio. Considerazioni sparse, diari, note. Ecco comparirci uno degli ultimi tenaci esemplari di Yeti ancora capace di affascinare e spaventare.
Dell’“Ulisse” ci sono già numerose traduzioni. Perché offrirne una nuova?
«Sono di madre lingua inglese. Ho letto romanzi in inglese fin da bambino. Già traducevo e mi sembrò che quella sfida così ferocemente impegnativa potessi affrontarla. L’intenzione era di mettere la traduzione in rete, poi mi sono accorto che la mole di note non potesse fare a meno di un accurato lavoro redazionale.
Mi sono rivolto a Mario Andreose che stimo e conosco da un vita. Mi ha chiesto di vederla e ha deciso di pubblicarla».
Si dice che un grande romanzo muti le coordinate di una vita. “Ulisse” gliel’ha cambiata?
«Mi ha reso più sedentario, suscitando in me una tensione che per qualche anno mi ha impedito di viaggiare. Mi chiedo se riuscirò a riprendere ora che di anni ne ho ottantuno. Vivo a Milano e ho l’impressione che la città sia un forte da dove è difficile evadere».
C’è anche nato?
«Sì, ma ho vissuto a lungo a Como. Provengo da una famiglia di piccola-media borghesia. Mio nonno materno era stato segretario comunale in provincia di Como. Fu licenziato in tronco dal fascio perché renitente alla tessera. Quanto al nonno paterno, anche lui comasco, emigrò a Londra a fare il maître d’hotel.
Sposò una londinese di ottima famiglia italiana. Ma il matrimonio non durò a lungo. Incomprensioni, litigi e alla fine si separarono. Lei restò a Londra con due figlie».
E lui?
«Tornò a Como con i tre figli che avevano studiato in un collegio di salesiani e non conoscevano una parola di italiano. Uno dei tre era mio padre. Partì per la guerra che ero appena nato. Finì in un campo di prigionia per aver rifiutato fedeltà alla repubblica di Salò. Riuscì a evadere e a ricongiungersi con la famiglia. Ci portò al sicuro nella casa di suo padre, sul confine svizzero. Era considerato un disertore e vivemmo con l’ansia che potesse essere scoperto. Ancora adesso penso con terrore a quello che sarebbe potuto accadere.
Comunque la guerra finì e io mi trovai nel rigoglio dell’adolescenza».
Con quali sogni?
«Ero bravo a scuola e molto indipendente.
Quell’indipendenza più cercata che trovata. Il periodo della guerra aveva scosso i miei nervi e quelli della mamma. Bastava un nulla perché mi smarrissi nei ricordi peggiori. Vedevo mio padre totalmente inscalfibile ai miei drammi. Ha creato e diretto agenzie di viaggio per tutta la vita. Tutti i suoi pensieri si concentravano sui treni, le navi, e i primi aerei. Forse devo a lui la passione per i viaggi. Ma non credo di averlo amato. Rispettato e perfino compreso, sì. Ma la persona che ho amato di più in vita mia è stata mio fratello più piccolo. Era un genio del disegno per tessuti. Morì in un incidente stradale a soli ventisei anni. Fu una botta terribile».
Che conseguenze patì?
«Mi rifugiai nello sport che già praticavo: atletica, quattrocento piani, ma anche cento e duecento.
Condensai il tutto in un quadriennio olimpico tra il 1957 e il 1960. Mi sono spesso chiesto se sarei mai potuto diventare un campione vero. Non l’ho mai scoperto.
Mancai le Olimpiadi a Roma per un soffio. Per un incidente. Eppure, quell’attività tutto sommato breve ha segnato profondamente la mia vita. Mi ha dato il rispetto per l’avversario».
È così diversa l’agonistica dalla letteratura?
«Lo sport è produzione di ormoni a mezzo di ormoni. È il corpo che si sottopone a mille esercizi e quando uno è pronto lo mette alla prova. Il corpo non mente. E se tu lo dopi, sei tu che stai barando, non il tuo corpo. Scrivere romanzi è un altro tipo di gara. Non sai mai se hai fallito o ce l’hai fatta. Forse per questo — quando intrapresi l’università — scelsi di occuparmi di economia politica.
A dire il vero la mia aspirazione iniziale sarebbe stata diventare architetto, ma sono stato stranamente codardo e non ho nemmeno provato. Ripiegai su economia: numeri applicati alle idee. Feci una tesi sul rapporto tra incivilimento e progresso economico.
Avevo alle spalle la sacra triade: Smith, Ricardo e Marx.
Speravo di restare all’università. Ma alla Bocconi, dove mi laureai, Marx era troppo ingombrante. Dovevo procurarmi uno stipendio, perciò cercai un lavoro altrove».
Dove?
«Finii alla Nestlé, devo dire che è stata una grande scuola di disciplina professionale. All’inizio fuori Milano. Spesso per scarsità di mezzi mi toccava rifugiarmi a vivere con i genitori a Como. Pendolare sui treni del Nord, dalle sette del mattino alle sette di sera.
Poi la Nestlé mi mandò a vivere nella periferia operaia, a Sesto San Giovanni. Fu un’esperienza felicissima. Nel 1967, finalmente, riuscii a prendermi un monolocale a Milano».
E la letteratura?
«Leggevo, tutto il possibile. E mi arrabattavo a scrivere. Ero tra l’altro entrato in contatto con il Gruppo 63. Un amico pittore mi presentò Antonio Porta. Generoso come pochi, Porta mi invitava spesso a casa sua. Che serate! Con Eco, Filippini, Pontiggia. Scoprivo un mondo sconosciuto e insperato. La sola cosa che mi lasciava perplesso era il disprezzo che nutrivano nei riguardi del romanzo. Lo consideravano un genere “morto”. Io nel frattempo ne leggevo decine, alcuni bellissimi e di nascosto ne avevo già scritti due».
Con chi era più in sintonia?
«Mi affascinava l’intelligenza di Sanguineti. Mentre trovavo Balestrini imperscrutabile. Gli altri stavano a Roma, in un mondo per me irraggiungibile».
Dei suoi romanzi ha mai parlato con loro?
«Sarei stato, con ogni probabilità, sbeffeggiato. Era gente che amava la caccia grossa nella savana. Guai a trovarsi nel il mirino di un fucile per bufali».
Alla fine ne ha scritti una quindicina. Non le sembra eccessivo?
«O Dio e perché mai? Se penso alla mia triade sacra — Tolstoj, Balzac, Mann — dovrei dire il contrario. “Dovere di uno scrittore è scrivere”. Infilai questa sentenza, più di mezzo secolo fa, nel mio secondo romanzetto. E oggi a me sembra di non aver scritto niente».
Forse il dovere dello scrittore è di avere cose da dire. Cosa cerca nella parola letteraria?
«Mi ritengo un architetto mancato. Per me le parole sono mattoni e arredi del romanzo che progetto e costruisco».
Insomma qualcosa di solido.
«Deve stare in piedi. Il lettore deve sapere se entra in una casa di città o di campagna. Riconoscerne lo stile, gli odori, la luce che vi penetra. Non la casetta a schiera. Carlo Sgorlon mi definì, con giusta approssimazione, uno scrittore bizzarro e irregolare».
Anche la passione per l’oriente è frutto di questa bizzarria?
«Non so bene perché, ma se cado dal letto, cado di sicuro a Oriente. E poi l’Oriente dà il senso del vero viaggio, della vera scoperta. “Il mondo è un libro e chi non viaggia ne conosce solo una pagina”, se non l’avesse scritta Sant’Agostino, l’avrei scritta io».
In fondo anche l’“Ulisse” è un modo originale di viaggiare.
«Nel tempo contratto e nel flusso della coscienza, certo. Come un biglietto da staccare per una sola giornata che vale mille vite».
A proposito di vite, chi preferisce tra Bloom, Stephen e Molly?
«Molly è il vero perno della vicenda. Viene data l’ultima parola a lei, ai suoi pensieri dispersi. Molly è anche l’avatar di Nora Barnacle, moglie di Joyce. Entrambe non conoscono la punteggiatura, ma sanno far ballare gli uomini. Nel romanzo è Molly che comanda e non a caso le viene data l’ultima parola. L’Ulisse è un inno a lei, e dunque a Nora».
Il rapporto tra Joyce e Nora fu all’insegna di una sboccata sessualità.
«Una relazione decisamente disinibita. Il loro afflato sessuale era leggendario».
Pensa che Joyce avrebbe potuto scrivere “Ulisse” senza la scoperta della psicoanalisi?
«Non lo so, in materia sono un solenne ignorante e comunque Joyce non aveva una grande opinione né di Freud né di Jung. Sono però sicuro che non avremmo mai avuto l’Ulisse e tutto il resto, senza i “turbamenti del giovane Jim”, mentali e carnali».
Lei come affronta i suoi turbamenti?
«Traducendo, scrivendo, viaggiando».
Ha anche lavorato nell’editoria.
«È vero, per 46 anni tra un ruolo e l’altro. Devo molto a Mario Spagnol, ma il mio primo maestro fu Federico Gentile alla Sansoni. Mi sono trovato bene e male con tutti, a seconda dei momenti. Ho ascoltato tutti, imparato da tutti. Ma quando è stato il caso li ho anche mandati a quel paese, con convinto entusiasmo».
È una persona molto irascibile.
«A volte lo divengo per disperazione. Viaggiare attenua questi improponibili stati d’animo.
Immagino che una qualche suggestione letteraria l’abbia tratta dagli scrittori di viaggio inglesi.
Qualcosa, certo. Charles Doughty, Robert Byron, Freya Stark».
Non ha citato Bruce Chatwin.
«È vero, trovai strepitoso Che ci faccio qui?. Ma preferisco La via per l’Oxiana di Byron».
Anche Chatwin amava quel libro. E William Dalrymple, i cui itinerari mi sembrano più familiari per lei, le piace?
«Non mi è capitato mai di leggerlo. Lui è l’uomo del sud dell’Himalaya, genia del tutto diversa da noi lupi del nord».
Che cosa pensa di Fosco Maraini e Giuseppe Tucci?
«Sono inaggirabili. Tucci, mio irraggiungibile e venerato maestro, l’ho letto parola per parola. Di Maraini lessi con grande partecipazione Tibet segreto, me lo trascinai dietro, nonostante il peso, fino al Kumbum di Gyantse, i monasteri buddisti».
Grazie al Tibet ha sviluppato qualche apertura religiosa?
«No, per carità! Sono un incrollabile razionalista, cosciente che il mistero è soltanto temporaneamente insondabile. Ma a parte la stupefazione, che possono provocare i loro paesaggi, le popolazioni tibetane sono affascinanti in sé con i loro colori, le loro voci, il loro continua rimuginare sulla morte, in cui per altro dicono di non credere».
Com’è il rapporto con quelle montagne?
«Straordinario, nonostante non sia un alpinista. Posso addirittura soffrire di vertigini. Ho visto da vicino dieci delle quattordici vette da ottomila metri e sono arrivato sopra i cinquemila metri in Tibet, Qinghai, Sichuan. Lì la considerano una cosa del tutto normale».
Ora che viaggia meno, che fa?
«Resto un’anima solitaria. Ho bisogno della solitudine.
Come fai ad ascoltare il silenzio della Grande Madre Qomolangma-Everest in mezzo alla folla? Leggo i grandi esploratori delle mie zone: Hedin, Przewalski, la David-Neel, ovviamente Tucci, e altri veri strampalati.
Sistemo le mie foto. Mangio abbastanza poco. Non vedo quasi più nessuno. I miei amici più cari stanno manifestando la sgradevole tendenza a trasferirsi in luoghi difficilmente raggiungibili in questa vita».