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 2020  agosto 01 Sabato calendario


Riscoprire Anna Maria Ortese

Anna Maria Ortese ha avuto fame tutta la vita. Fame di pane e fame di successo. E di questa doppia fame non saziata è morta, a Rapallo, nel 1998, a 83 anni. A poco o nulla – economicamente e moralmente – erano serviti la legge Bacchelli ( la prima assegnata, 1986), il Premio Viareggio nel 1953 per Il mare non bagna Napoli, lo Strega nel 1967 per Poveri e semplici, il Premio Fiuggi nel 1986 e il Procida- Elsa Morante nel 1988.
Capita di leggere quanto fosse difficile sollevare il velo di riserbo nel quale lei, a causa del carattere schivo, si teneva ben avvolta. Ma sembra vero piuttosto il contrario. Anna Maria Ortese tutta la vita ha urlato. Ma come si urla negli incubi. Quando pensi di gridare e la voce non esce. Lei era Cassandra. Profetizzava la morte del linguaggio, della memoria, dell’identità nazionale. «Fummo America». Una lapide. Peggio. Una Cassandra non solo ignorata e schernita, ma resa afona, muta, dall’ingiustizia degli uomini, dal potere sovrano del denaro, dalla brutalità del mercato, anche editoriale.
Dopo la guerra si ritrova a Napoli. «E nel modo in cui mi apparve la descrissi. Mi inimicai la città, e quella parte della cultura italiana che credeva di non avere colpe», scrive. «Mi trasferii a Milano; e poco alla volta, scrivendone, mi alienai questa città». «Andai in Russia. Seppi che la gente era buona ma viveva un grande crepuscolo. E come lo dissi, mi inimicai le destre italiane, e resi dubbiose le sinistre». «Andai per un po’ a Roma, e scrissi una fiaba, un romanzo-fiaba, e lo volli difficile per reazione all’atroce linguaggio corrente. Questo libro, L’I-guana, piacque a qualche critico, ma come sempre, come era stato per i precedenti, io non raggiungevo i mille lettori». «Millenovecentonovanta copie in cinque anni non sono una vendita». «E poi tornai a Milano, e scrissi un altro libretto ( Poveri e semplici) — lo scrissi in modo scolastico, didattico –, l’ironia non si vedeva; e questo, non essendovi arte, fu letto. Ma intanto guadagni reali, che consentissero la vita autonoma, e quindi un libero scrivere, io non ne vedevo mai. Ero quasi ignota, invisibile, salvo il rumore, ogni dieci anni, di una polemica». «Scrissi il mio ultimo libro ( Il porto di Toledo). Capivo che era l’ultimo (il seguito prova che aveva torto, direbbe De Andrè). Il libro fu ignorato e avviato ai soliti depositi, per restarvi, ben chiuso, tutti gli anni che mi restavano». Un libro «che mi era costato anni di lavoro e che amavo. Ma in vetrina non appariva mai».
Ogni uscita un fallimento, una sconfitta, nuovi silenzi e nuovi nemici, nuova distanza fra sé e il mondo là fuori.
Il porto di Toledo è il colpo di grazia per la Ortese, che in quel 1975 si fa quasi monaca di clausura a Rapallo, insieme alla sorella, convinta definitivamente di essere «uno scrittore inutile», «uno scrittore che viene dal nulla e torna nel nulla, uno scrittore non accettato ». Meno ancora. «Penso di non essere un vero scrittore se non mi è riuscito di dire neppure lontanamente in quale terrore economico – e quindi impossibilità di scrivere – viva, in Italia, uno scrittore che non prenda gli Ordini. E che non abbia avuto, nascendo, nulla di suo, neppure un tetto». Quanto alla famosa vita privata, a Dario Bellezza confesserà ( lettera dell’ 11 luglio 1986) che «la solitudine e il dolore quasi mai li ho sopportati bene, voglio dire con vero coraggio e dignità». Dirà anche: «Ho conosciuto giorni di collera, e insieme di annientamento. Una brutta vita, direi» ( intervista a Sandra Petrignani, 1984).
Allora hai voglia a proclamare che scrivere «è tornare a casa. Lo stesso che leggere. Chi scrive o legge realmente, cioè solo per sé, rientra a casa; sta bene». Oh, gran bella frase, ma no, nessuno scrive solo per sé. Chi lo afferma mente a sé stesso. Anche se si chiama Anna Maria Ortese. Si scrive per farsi leggere, e dal maggior numero di persone possibili, e per essere riconosciuti dalla comunità degli scrittori e dei critici e degli editori. E per pagare l’affitto e la spesa, se sei nato nella classe sociale sbagliata.
Dopo tutto questo è ancora possibile parlare di lei come scrittrice e basta, e soprattutto dei suoi libri? Certo. Non siamo tenuti a sapere null’altro che la pagina. Ma io preferisco leggerla con il sapore acre della polvere in bocca, e nelle orecchie l’ossessionante frastuono dei lavori nel palazzo di via Molino delle Armi a Milano dove aveva la sua stanza e che la tormentavano mentre scriveva. Sì, possiamo parlarne eccome di questa scrittrice “visionaria”. Lo hanno detto tutti, “visionaria”, lo dico anch’io. Ma visionaria di cosa? La rivelazione, per lei – e forse bisognerebbe scriverlo con la “R” maiuscola – è quella non solo della fine della centralità della Terra nell’Universo, ma della centralità dell’uomo sulla Terra. Perché anche la Terra è un Corpo celeste, inconoscibile nella sua essenza, esattamente come quelli che vediamo nel firmamento. ( Corpo celeste è il libro da cui ho tratto quasi tutte citazioni, autobiografia, testamento spirituale, feroce invettiva e magistrale orazione civile). «La Terra è il mio amore. Amo e venero la Terra! È il mio Dio. La Terra va adorata! Non uccisa e sfruttata! Non adoperata. È sovrumana la Terra. È l’uomo che va ridimensionato, non la Terra» ( intervista a Sandra Petrignani, citata). E ancora: «Io sono dalla parte di quanti credono nell’assoluta santità di un albero e di una bestia». «Che si trattasse di dominare la natura con il lavoro o con l’intelligenza, per me non cambiava il dolore della dominazione – intendo dominazione della natura. Non volevo vedere l’uomo al centro della vita. Non volevo il suo predominio, la sua centralità nell’essere».
Se Anna Maria Ortese fosse qui, adesso, con tutti quei libri e quegli articoli pubblicati in vita, e racconti, poesia, teatro, soltanto oggi, forse, si sentirebbe una vera scrittrice. Una scrittrice postuma.