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 2020  agosto 01 Sabato calendario


I 5 sensi di un viaggio a Kabul

«Un viaggio non ha bisogno di motivi. (…) Pensate di andare a fare un viaggio, ma subito è il viaggio che vi fa, e vi disfa». Lo dice Nicolas Bouvier, in La polvere del mondo, probabilmente il più bel libro di viaggi appunto, scritto nel Ventesimo secolo. Dell’autore e del testo parleremo fra poco. Intanto, le parole appena citate ricordano un’osservazione di un autore che invece faceva vita da impiegato sedentario e si spostava malvolentieri, perlopiù in qualche sanatorio per ragioni di salute, Franz Kafka. Riporta la sua ultima fidanzata, Dora Diamant, quanto Kafka sostenesse che il viaggio cambi le persone, e intendeva anche i connotati fisici. Bouvier dunque era un ginevrino, cresciuto in una casa piena di libri, ambiente colto e aperto al mondo. Doveva diventare avvocato. Ma nel 1953, non ancora 24enne, con l’amico pittore Thierry Vernet, si mette sulla strada alla guida di una Fiat Topolino, con Kabul, capitale dell’Afghanistan come meta. I due hanno pochissimi soldi e nei paesi che attraversano devono trovarsi una fonte di reddito per pagare i modestissimi alloggi e vito. Il loro insomma, non è un viaggio da turisti ( che oggi, nei posti considerati esotici, si svolge in modo da rendere impossibile – fra alberghi di lusso e macchine con chauffeur – qualunque contatto con la realtà del luogo) ma neanche da reporter professionisti, gente che parte con un budget e un committente. Il libro stesso, ha avuto una vita avventurosa, rifiutato da un editore in quanto “ibrido”, a partire dai primi anni Novanta, in Francia è diventato un testo di culto, tradotto in varie lingue e ora proposto in italiano nella sua interezza con la prefazione di Paolo Rumiz. Libro ibrido, perché sotto la forma ingannevole di diario, Bouvier racconta non solo ciò che accade ai due viaggiatori, ma usa il materiale che ha raccolto per far letteratura, per trasformare ciò che vede, ascolta, assapora, tocca e annusa (tutti i cinque sensi sono presenti in quasi ogni pagina) in mitologia. E così, le persone che incontra non sono solo uomini e donne in carne e ossa, ma hanno un significato che va oltre il testo, per assumere una valenza universale che dura nel tempo. L’autore, non procede per accumulazione dei fatti, ma al contrario, per sottrazione, levando ( come Michelangelo con i suoi marmi) il superfluo e portando alla luce, solo l’indispensabile.
Si è detto: i cinque sensi. Ecco, Bouvier riesce perfino là dove in genere i grandi romanzieri sono in difficoltà: nella descrizione degli odori. A Prilep, polverosa cittadina della Macedonia, racconta come annusa il profumo delle rocce. Poi ci sono aspetti cromatici, per cui, quando si lascia la Jugoslavia per entrare in Grecia, il blu del cielo «cambia natura» perché «si passa da un blu notte un po’ sordo a un blu marino di intensa gaiezza, che agisce sui nervi come la caffeina». E si potrebbe continuare con citazioni, ma non lo faremo per non togliere al lettore il gusto della meraviglia di una prosa tradotta benissimo da Maria Teresa Giaveri.
Bouvier frequenta un mondo per molti versi ancora arcaico. Non solo non ci sono strade ma più che altro piste difficilissime da affrontare ( e i dettagli delle riparazioni dell’automobile sono un racconto dentro il racconto), ma ovunque incontra i cantastorie. Sono loro, assieme ai musicisti e ai danzatori, a tessere la trama delle identità dei luoghi, delle tribù, delle popolazioni. A Tabriz in Iran, anzi in Persia, così si chiamava il paese, resta stupito alla vista dei mendicanti cantanti. E sempre a Tabriz, dove i due si fermano per mesi, causa rigori dell’inverno, scopre anche che il tempo là non è lo stesso del tempo dell’Occidente. Nel cinema “Passage”, sempre affollato, danno film hollywoodiani degli anni Trenta: Mae West e Greta Garbo fanno sognare i maschi. La lentezza è quella, osserva, dei racconti di Cechov. La politica entra nel testo, ma in un modo obliquo, con accenni al processo a Mossadeq, premier iraniano che nazionalizzò il petrolio e fu rovesciato da un complotto organizzato da americani e inglesi. E poi, i due amici sono quasi ovunque nei luoghi in cui da secoli sono convissute popolazioni di diverse lingue, fedi, usi e costumi. Bouvier osserva la tolleranza, apprezza i rapporti pacifici, ma non ha illusioni ( senza però cadere nel cinismo) circa la “fratellanza dei popoli”. In certe giornate di festa o digiuno collettivo quando le strade sono piene di gente di una determinata confessione, c’è sempre un’altra popolazione che preferisce restare chiusa in casa, perché non si sa mai.
Fulminante la scena in cui in una bettola, in mezzo al nulla, Bouvier, osservando un camionista iraniano analfabeta, vi riconosce la voce e i modi del suo raffinatissimo padre borghese svizzero. In fondo, noi umani ci assomigliamo tutti.