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 2020  agosto 01 Sabato calendario


Reportage dalla Tunisia

KELIBIA (COSTA TUNISINA) — «La vedi? Riesci a vederla lì in fondo?». Sì, la vedo, si vede bene anche se c’è foschia.«Eccola, quella è Pantelleria: hai visto quanto è vicina? Hamza Elawares, il surfista, il 31 dicembre è partito con la sua muta, con una bandiera della Tunisia e la tavola. È arrivato a Pantelleria, lo hanno arrestato, lo hanno portato a Palermo ma adesso vive in Belgio con il resto della famiglia. Hai capito quanto è vicina l’Italia? Hai capito che quella per noi è già l’Europa?».
Spiaggia di Kelibia, una striscia su quel “dito” della Tunisia puntato diritto verso l’Italia. L’isola di Pantelleria si intuisce chiaramente, la sagoma più scura nel chiarore della giornata caldissima. È un’emozione, quasi senti il profumo di quello scoglio italiano così vicino alla terra di Africa. L’isola è a 70 chilometri dalla costa tunisina, e soltanto vederla da qui spiega tutto. O quasi.
Kelibia per la bellezza del mare e della costa è una piccola Capri tunisina. La frequentavano i ricchi e gli stranieri. Il ristorante di pesce “Al Mansour” si fa pubblicità scrivendo “potete mangiare con i piedi nell’acqua di mare”. Il centro della cittadina e il porticciolo non sono i luoghi da cui partono i migranti. Rafik, la guida, spiega: «Qui ci sono troppi controlli, l’Italia è vicinissima, radunare qui un buon numero di migranti senza farli scoprire dalla polizia è difficile. Quelli che partono da questa zona si imbarcano poco più a Sud, 10 chilometri». C’è la foresta di Jamalaldin, gli alberi, la macchia mediterranea fin sulle rive di scoglio. «Se partono rimangono per ore tra gli alberi, e all’improvviso quando alle 3 di notte arriva la barca salgono tutti in fretta e via».
Eppure, nonostante sia così vicina all’Italia, Kelibia non è il porto principale di parteza per i migranti: Pantelleria è infatti un’isola in cui i tunisini vengono bloccati subito, e come migranti economici vengono schedati e inquadrati per tornare in Tunisia. Nel Sud del Paese invece, da Sfax, dalle isole Kerkenna, partono barche più grandi, con più migranti, anche se il tragitto è più lungo, «perché lì lo Stato ha meno possibilità di controllo, e perché lì si incrociano due tipi di “clienti”, di migranti pronti a pagare: i tunisini che sono sempre di più e i sub-sahariani che ci arrivano dalla Libia».
La “festa del montone”
Ieri anche in Tunisia era l’Aid el Adha, la festa del sacrificio del montone inviato da Dio al profeta Abramo che era pronto a uccidere il figlio. Tutti in famiglia dovrebbero mangiare un montone, e siccome l’Islam codifica chiaramente l’elemosina, ai poveri è destinata “la spalla destra del montone”. «Ma quest’anno in Tunisia avremmo avuto bisogno di quattro spalle destre per ogni montone, e fra l’altro pochissime famiglie hanno avuto i 100/200 euro per comprarsi un intero animale. La crisi economica, il Coronavirus, il turismo che è fuggito ci stanno divorando». All’incrocio prima della spiaggia, ai tavolini di un caffè, Ahmed il pizzaiolo della pizzeria “La Vague” racconta semplicemente quello che sta succedendo in Tunisia. «I giovani lo fanno da anni, ma adesso anche i padri di famiglia, le madri fanno i conti: io dico che qui siamo già morti, al 100%. Se partiamo via mare magari c’è un 50% di possibilità di morire, di finire annegati. Ma c’è un 50% di speranza di arrivare, di sopravvivere, di iniziare un percorso in Europa che è meglio della morte economica sicura che abbiamo qui».
Agli angoli di Kelibia e in ogni villaggio attraversato arrivando da Tunisi c’erano decine di banchetti: giovani con un cannello del gas in mano abbrustolivano le parti di scarto del montone, le zampe e il teschio con le corna. «Lo vendono a chi vuole succhiare anche solo un po’ di carne. Per anni e anni quelle parti finivano semplicemente nell’immondizia, o magari ai cani».Ahmed è molto, molto scosso. Si gira dall’altra parte quando un uomo ubriaco alle 11 del mattino inizia a litigare con un altro passante, «è un mio amico, era uno come noi, normale, sta impazzendo, non riesce a far mangiare la sua famiglia… Ho letto una statistica, in Tunisia siamo passati ai primi posti nel mondo per consumo di alcoolici. Ci stordiamo di birra, di super-alcoolici e anche di medicinali».
Pescatori e trafficanti
Ma tu vorresti partire? «Anche io ci penso, anche io credo che per disperazione dovrei tentare la sorte, puntare su quel 50 per cento, la vita o la morte». E come faresti? «Ormai tanti, non solo i criminali, non solo i trafficanti, si organizzano per trasportare i migranti». C’è chi ha un ristorante, il locale è fermo, e allora passa nelle famiglie del quartiere, nel condominio, raccoglie i soldi e organizza una barca. Ci sono anche i pescatori, che si trasformano in scafisti: i ristoranti sono deserti, gli alberghi chiusi, quindi il pesce non si vende e se ne pesca sempre meno.Loro escono a pesca con l’equipaggio normale, con le reti e tutto. Poi sul barchino che trainano dietro per stendere le reti fano salire i 10/15 migranti che hanno fatto imbarcare sottocoperta e quando sono vicini all’Italia li lasciano andare. Poi tornano a pescare e rientrano in Tunisia. Siccome un migrante tunisino in media paga 1000/1500 euro, un solo viaggio basta al padrone della barca per ricomprare il barchino e andare avanti per mesi. Se non gli viene voglia di continuare col traffico. Migrare, progetto di un popolo?
C’è una profonda evoluzione, una modifica che arriva dopo i 9 anni dalla “rivoluzione dei gelsomini” e che è stata accelerata da questi maledetti mesi di Coronavirus. «Quella famiglia intera che è fuggita dalla Tunisia portandosi dietro il gatto è il segnale di un cambiamento profondo delle logiche migratorie», dice il sociologo Khaled Tabaadi, del Forum tunisino per i diritti eccomici e sociali. «La migrazione per i tunisini sta diventando un progetto famigliare, sociale, diffuso: valutano di partire le donne, i minatori delle miniere chiuse nel Sud, gli impiegati. E ormai i flussi non dipendono solo dalla capacità dei gruppi criminali che gestivano il traffico in esclusiva fino a pochi mesi fa».
Tabaadi nei suoi studi ha rilevato un altro fenomeno: la migrazione diventa “reattiva” in maniera quasi istantanea. I minatori partono pochi giorni dopo la perdita del posto di lavoro, altri partono quando ci sono le elezioni perché la polizia e la Guardia Nazionale sono distratte. Migrazioni “istantanee”, dopo anni di crisi e depressione. «Ma poi la migrazione diventa una forma di protesta collettiva contro il fallimento economico e politico dello Stato». In questi giorni in Tunisia c’è crisi politica, non c’è governo, i politici si sbranano fra di loro né più né meno che in Italia. Solo che i tunisini drammaticamente – hanno a disposizione questa alternativa maledetta: partire, fuggire. Morire o vivere. Prendere un barcone per la Sicilia. Tutto lascia credere che continueranno a farlo, in molti.