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 2020  agosto 01 Sabato calendario


Biografia di Antonio Conte


Antonio Conte, nato a Lecce il 31 luglio 1969 (51 anni). Allenatore. Ex calciatore • «Andonio» • «Allenatore cazzutissimo» (Fabrizio Biasin) • «Un cannibale della panchina» (Dario Cresto-Dina) • «Antonio dà la vita al calcio, è intelligente e lavoratore. Quando era calciatore si trascriveva tutti gli allenamenti che io facevo in Nazionale. Ha l’ossessione della perfezione. Ma – come diceva Pavese – non c’è arte senza ossessione» (Arrigo Sacchi) • Ha esordito nel Lecce a sedici anni. Poi ha giocato nella Juventus (dal 1991 al 2004) • Con la nazionale fu vicecampione del mondo nel 1994, vicecampione d’Europa nel 2000. Con la vecchia signora ha vinto cinque campionati italiani (1995, 1997, 1998, 2002, 2003), una coppa Italia (1995), quattro supercoppe italiane (1995, 1997, 2002, 2003), una coppa Uefa (1993), una coppa dei campioni (1996). Dopo il ritiro ha allenato il Siena, l’Arezzo, il Bari, l’Atalanta, la Juventus, il Chelsea e, per due volte, la nazionale italiana. Dal 2019 è tecnico dell’Inter • «Da giocatore è stato un centrocampista contemporaneo - più che moderno - completo nel difendere e nell’attaccare, un pedalatore con l’istinto del gol. Ha vinto tanto in campo e ancor di più da allenatore: due campionati in serie B con Siena e Bari, tre scudetti alla Juventus, la Premier League e la FA Cup con il Chelsea. Da ct della Nazionale è riuscito con il suo carisma a motivare una squadra strampalata e scarsa, che poi con (S)Ventura ha subito l’onta di non partecipare ai mondiali, eliminato agli Europei solo dalla Germania ai rigori» (Luca Beatrice, mowmag.com, 10/7/2020) • «È talmente esigente che la sua canzone preferita è Si può dare di più e si addolcisce solo quando parla della moglie, Elisabetta, e della figlia» (Valerio Palmieri, Chi, 18/3/2015) • Una volta, visto che gli chiedevano come mai in campo fosse sempre serio, ha detto: «La competizione è battaglia e quando vai a combattere non c’è nessuna ragione per ridere o essere contento».
Titoli di testa Nel 2012, appena divenuto allenatore dei bianconeri: «Un uomo ambizioso, a questo punto vuole continuare a crescere. A stupire se stesso e gli altri. La Juventus non è un punto di arrivo. Tutto per me è un punto di partenza».
Vita Figlio di una famiglia non ricca. Suo padre noleggia auto e guida il pulmino che porta i bambini a scuola. Nel tempo libero si occupa della Juventina, squadra storica della sua città. «Era un po’ tutto. Era presidente, allenatore, magazziniere. Portava le maglie, le lavava a casa, preparava il tè per i ragazzi. Il mio primo ricordo di calcio è associato a papà e alla Juventina Lecce. Per lui era una vera passione. Fin da quando ho iniziato a camminare mi portava a vedere le partite. Aspettavo la domenica come un giorno di festa, il mio preferito. Sono cresciuto a pane e pallone, e non ho mai smesso» (a Walter Veltroni, Gazzetta dello Sport, 7/5/2019) • «E sua mamma? “La sarta a casa. Ricordo bellissimi abiti da sposa fatti a mano. Era bravissima. Ogni tanto però mi prendevo qualche ceffone perché, con il pallone, ero capace anche di sporcare il bianco candido dell’abito da sposa”» (ibidem) • Antonio cresce per strada. Frequenta l’oratorio Sant’Antonio a Fulgenzio, diventa anche chierichetto. «Quando il parroco doveva decidere chi avrebbe portato la candela grossa, ricordo che volevo essere scelto. Quando accadeva ero felice, mi cambiava la giornata! Mi piaceva fare il saluto al prete e orchestrare i movimenti degli altri chierichetti» (a Laura Bellomi, Famiglia Cristiana, 06/12/2014) • Colleziona figurine Panini e rimane folgorato dall’urlo di Tardelli ai mondiali dell’82. «Ci fece innamorare, andò oltre i propri limiti contro l’Argentina, il Brasile. Fece capire, anche a me che ero un ragazzino che la guardava in tv, che niente è impossibile. Se hai idee, credi nel tuo lavoro e ci metti tutto te stesso» (a Veltroni) • «Lei inizia nelle giovanili del Lecce... “Ho fatto la trafila nella Juventina e poi a mio papà i responsabili del Lecce chiesero se potessi fare un provino. Papà non era favorevole, per lui la priorità della vita era lo studio. Il football, nonostante la sua passione, veniva dopo. Aveva paura che il calcio mi potesse distrarre. Avevo dodici anni e lui mi disse: “Antonio, voglio esser chiaro: la prima volta che a tua madre, ai colloqui con gli insegnanti, dicono qualcosa di negativo sul tuo profitto, tu hai chiuso con il pallone”. Da lì in poi ho sempre abbinato campi di calcio e libri di studio, anche per dare soddisfazione della mia famiglia. Ho faticato, mai rimandato e mai bocciato, ma alla fine mi sono laureato in Scienze motorie con 110 e lode a Foggia. È stato un percorso parallelo che ho voluto sempre continuare”» (Veltroni) • «Ho esordito poco più che ragazzino. Avrei avuto voglia di divertirmi, andare con gli amici al cinema, in discoteca. Ma se vuoi diventare un professionista serio a qualcosa devi rinunciare. Fino a ventuno anni avevo il coprifuoco. Non potevo rientrare più tardi delle 22.30» (a Francesca Barra, Sette, 12/5/2012) • Con la primavera del Lecce prende trentamila lire a partita se vince, quindicimila se pareggia. Si compra una Vespa 125 di seconda mano. Quando arriva il primo contratto vero prende un Suzukino. «Ti senti calciatore quando finisci sulla figurina. Quello è veramente il primo traguardo. Non erano i soldi, era avere la propria foto da incollare» • «Quando si diventa allenatori? “Io avevo vent’anni, stavo nel Lecce e allenavo la squadra della scuola elementare di mio fratello Daniele che di anni ne aveva dieci” E si disse: sono un predestinato. “Sì. Lei adesso penserà: questo qui è un arrogante. Eppure capii subito di possedere in panchina il talento che mi mancava in campo. Da calciatore avevo corsa, contrasto, inserimento sotto porta, sacrificio e niente di più”» (Dario Cresto-Dina, la Repubblica, 26/5/2013) • Rimane al Lecce per sette stagioni, lottando per non retrocedere in B. Poi, nel novembre 1991, Giampiero Boniperti lo chiama a Torino. «L’impatto fu traumatico. Ricordo che ero in albergo ad aspettare il dottor Agricola per fare le visite mediche. C’era una nebbia che non si vedeva a un metro e per me, che venivo dal sole e che fino a ottobre andavo al mare, fu un trauma» (a Veltroni) • Subito dopo la firma del contratto lo portano nell’immenso salotto di Agnelli, che gli chiede: «Quanti gol ha segnato?». La risposta sarebbe: uno, e lui guarda Boniperti: «Forse avete sbagliato acquisto». Quello gli fa capire che deve di glissare: «Sì, in carriera sono riuscito a fare qualche gol…» • «Il primo anno alla Juve fu difficile per il clima, per tutto. Io davo del lei a tutti i giocatori, non riuscivo a dar loro del tu: per me erano idoli visti nelle figurine. Ritrovarmi accanto a Baggio, Schillaci, Julio Cesar mi sembrava un sogno. Al presidente davo anche del voi, perché da noi, al sud, il voi è superiore al lei» (a Veltroni) • «Ero un cane sciolto. Dei compagni uscivo solo con Ciro Ferrara» • La sua carriera è legata a quella di Marcello Lippi: «Un rapporto uguale a quello tra padre e figlio, del tipo che ogni tanto sfocia in litigi e frasi forti dette in faccia. Ecco, io e Lippi ci siamo sempre detti tutto, senza ipocrisie» (a Matteo Dalla Vite, Guerin Sportivo, 18/7/2001) • A Torino rimane tredici anni, dal 1996 al 2001 diventa anche capitano. «“Quando ho cominciato a fare l’allenatore ho pensato, tra l’altro, a me stesso” In che senso? “Da giocatore, quando mi arrivava la palla, non sapevo cosa fare: non ero Zidane o Del Piero. Stoppavo, mi guardavo intorno e i fischi arrivarono presto. Perciò voglio dare a gente meno dotata tecnicamente, come me, la possibilità di soluzioni memorizzate che consentano di inserirsi nel gioco, sapendo prima dove andrà la palla e dove prenderla: così il meno forte diventa più forte» (Fabio Licari e Mirko Graziano, La Gazzetta dello Sport, 28/8/2014) • «Dicono che lei è un martello. Quante ore dedica al calcio ogni giorno? “Faccia il calcolo. Una giornata è di 24 ore, ne dormo cinque, tre le dedico alla famiglia, ne restano sedici” E sul campo quanto sta? “Guardi, noi ci alleniamo in media due ore e mezzo al giorno, compreso il lunedì quando abbiamo impegni il mercoledì” Preparazione atletica, corsa, tattica e partitella? “Nessuna partitella con me, la partitella è quella che si fa tra amici. Parola abolita. C’è la partita di allenamento” È vero che a Bergamo allenava l’Atalanta a tempo di rock? “Musica da discoteca. La usavo durante le sessioni di prove sotto sforzo. La musica è dopante. Io l’ascolto sempre quando studio: rock, Biagio Antonacci, Ligabue, Jovanotti…”» (Cresto-Dina) • «Perché urla? “Sulle urla non mi freno. Da giocatore parlavo sempre in campo. Dalla panchina devi urlare per necessità. Lo dicono di me, ma io non urlo. Mi faccio sentire. E in mezzo a 60 mila persone è difficile. È un contatto continuo con i miei calciatori. Mi devono sentire. Devono sapere che sono sempre con loro”» (Barra).
Vita privata Il 10 giugno 2013 il matrimonio con Elisabetta Muscarello. «Ci ha messo 10 anni per darle un bacio e altri 9 per sposarla». Abito bianco con velo in capo trasparente per lei, completo grigio luccicante con bordi bianchi per lui, vestitino color panna per la figlia Vittoria. Cerimonia alla parrocchia di famiglia, la chiesa dei Santi Angeli Custodi, poco lontana da casa, cena alla Galleria Diana della Reggia di Venaria, con 340 ospiti più 40 bambini. Gli sposi si conobbero sulle scale di casa, nel 1991, abitando vicini: «Aveva 16 anni quando la vidi la prima volta. Era troppo piccola». Anni dopo, quando uscirono insieme, andò a prenderla in Porsche e lei gli disse: «Guarda, preferisco di no. Non mi piacciono queste macchine» • Non stacca mai, nemmeno a casa. «Anche sua figlia, di quattro anni e mezzo, l’ha chiamata Vittoria» (Barra, 2012) • «A casa cerchiamo di parlare d’altro. Mi sforzo. Ogni domenica sera Vittoria, nostra figlia, chiede: “Mamma, papà ha vinto, vero?”. E se Elisabetta le risponde: “No, abbiamo perso”, lei si rabbuia e dice: “Allora papà sarà molto arrabbiato quando torna”» (Cresto-Dina).
Guai Deferito dalla procura federale il 26 luglio 2012 assieme ad altre 130 persone nell’ambito del terzo filone dell’inchiesta sportiva sul calcioscommesse. Era accusato di aver dato il benestare alla combine di due partite nel campionato di Serie B 2010-2011, cioè Novara-Siena 2-2 e Albinoleffe-Siena 1-0, quando era c.t. della squadra toscana. «Io non ho mai scommesso in vita mia. Oggi mi ritrovo coinvolto perché il signor Carobbio, cioè “Pippo” perché lo chiama così la Procura con cui è pappa e ciccia, lo considerano un collaboratore di giustizia. Io, invece, lo considero più un aggiustatore di presunta giustizia» • «Io voglio che i miei giocatori vincano. Diano il massimo. Voglio vincere anche se gioco con mia figlia. In un gioco pilotato questo non sarebbe avvenuto» • L’istanza di patteggiamento concordata tra i legali di Conte e il procuratore sportivo Palazzi (tre mesi di squalifica e 200 mila euro di multa) viene bocciata il 1° agosto 2012 dalla Commissione disciplinare. Il 10 agosto arriva la condanna a 10 mesi di squalifica, pena poi ridotta a quattro mesi dal Tribunale Nazionale di Arbitrato per lo Sport. Torna in panchina l’8 dicembre 2012 dopo aver passato mesi in tribuna (al Juventus Stadium in una stanzetta riservata con vetri oscurati da dove sembra che comunicasse con i suoi collaboratori in panchina). Durante il procedimento penale l’imputazione fu derubricata da associazione a delinquere a frode sportiva, Conte chiese di nuovo il patteggiamento, la procura domandò sei mesi di carcere con la sospensione della pena, ma il 16 maggio 2016 il gip Pierpaolo Beluzzi lo assolse «per non aver commesso il fatto».
Religione Va a messa la domenica, ogni sera recita le preghiere prima di coricarsi, di Quaresima fa fioretti e si segna prima dei pasti. «Fin da bambino i miei genitori mi hanno trasmesso un’educazione cattolica, ora sto facendo la stessa cosa con mia figlia» • «Qual è l’episodio della Bibbia che le piace di più? “Il racconto del figliol prodigo. Mi piace perché insegna a perdonare” Lei è capace di perdonare? “Sì, il perdono fa parte del compito dell’allenatore, altrimenti su venticinque calciatori ne salveresti dieci. Prima di perdonare però penso che si debba far capire gli errori: ci deve essere redenzione da parte di chi ha sbagliato”» (Bellomi).
Sesso «In periodo di competizione, il rapporto non deve durare a lungo, bisogna fare il minor sforzo possibile, quindi restando sotto la partner. Consiglio di farlo con la propria moglie così non si è costretti a fare una prestazione eccezionale».
Vezzi Si è fatto un trapianto di capelli. «Il parrucchino? No, è tutta roba mia. 10.000 dollari e ti passa la paura. C’è chi si rifà i seni…».
Litigi Se ne andò da Torino perché gli Agnelli non volevano comprare i giocatori che voleva lui. Parlando della Champions League: «Con dieci euro non si può cenare in un ristorante da 100» • «John Elkann è stato molto chiaro: finché ci saremo noi, ha detto, Conte non tornerà mai ad allenare la Juve» (Beatrice).
Critiche «È da sempre convinto che se le cose vanno bene il merito sia suo e se invece vanno male la colpa è degli altri» (Beatrice).
Parodie «“È agghiacciante!”. Dica la verità: non si è pentito di aver usato quell’aggettivo che la perseguita con gli sberleffi della satira? “Fu una parola non meditata. Volevo dire tremendo, rendere l’idea di qualcosa che mi terrorizzava. Agghiacciante è un sinonimo. O no?”» (Cresto Dina) • «Crozza mi dovrebbe pagare una cena, la sua popolarità è cresciuta. La cosa che mi fa arrabbiare di più è sentire mia moglie che imita Crozza che fa me».
Curiosità È alto 1 metro e 78 • «Va solo nei ristoranti con tv satellitare per guardarsi la partita. Qualsiasi partita, anche dei dilettanti» (Fabrizio Salvo, Sportweek, 21/4/2012) • «Il calcio è un’ossessione. Arrivo a casa e ho la tv accesa. A parte il calcio, leggo. Leggo storie di grandi uomini. Di chi ha fatto la Storia. Che hanno scritto pagine di storia. Mi serve per ampliare il mio bagaglio di motivazioni. Mi circondo di persone vere» (Barra) • «Mia figlia frequenta una scuola statale, abbiamo amici che vanno dall’imprenditore al fruttivendolo. Vittoria deve capire cosa è la vita, deve sapersi rapportare con tutti senza distinzione di ceto sociale» (alla Bellomi) • «Papà Cosimino resta un grande appassionato di calcio, l’unico a cui permetto di contestarmi le sostituzioni» • Se non avesse fatto il calciatore avrebbe voluto essere professore di educazione fisica • «Il calcio è arte o scienza? “È un mix. Bisogna incorporare ogni cognizione scientifica, ogni contributo medico o tecnologico. Allo stesso modo è centrale il talento, la dimensione creativa dell’organizzazione del gioco come del gesto dei singoli. Arte e scienza, insieme”» (Veltroni) • «Lei come trova grinta e serenità prima delle partite? “Ascolto tutta la mia famiglia: papà, mamma, fratelli, moglie e figlia. Poi mi isolo e dedico alcuni minuti alla preghiera. Comunque capisco chi cede allo stress: l’allenatore sente tutta la pressione addosso, considerate che deve gestire calciatori, staff tecnico, tifosi... Dopo aver accumulato successo e soldi a volte viene da chiedersi perché si accettino responsabilità simili... Poi però, se la squadra ti segue, il campo ripaga di tutte le notti insonni”» (Bellomi).
Titoli di coda «Perdere? Come morire. Quello che conta, a casa mia, sono le vittorie. Chi vince scrive e fa la storia, gli altri possono solo fare chiacchiere».