Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2020  giugno 30 Martedì calendario


Le donne di Bruno Vespa

C’è Sophia Loren «sex symbol per famiglie». C’è Stefania Sandrelli che «incede spandendo sesso». E c’è Belén Rodriguez, Belin Belén come la chiama Dagospia, con il suo «incarnato gaucho e gli occhi da cerbiatto». Ma Bellissime!, il volume che Bruno Vespa pubblica su Rai Libri, non è mica un elenco didascalico di bellone che hanno acceso le fantasie di qualche generazione di italiani (ma non solo) e scatenato le invidie (ma non solo) di generazioni di italiane. È certamente un viaggio a tante tappe nelle «donne dei sogni dagli anni ’50 a oggi», dalle gemelle Kessler alle ragazze di Drive In a Valeria Marini, che è una sorta di «happy birthday all’italiana» ricordando quello «all’americana» che cantò Marilyn a John Fitzgerald Kennedy. Ma Bellissime! è soprattutto una risposta di 280 pagine alla domanda delle domande: che cos’è la seduzione? Vespa premette che «avevo tredici anni e il bikini di Marisa Allasio in Poveri ma belli è un ricordo incancellabile» e poi racconta di quella serata di Rai1 nella quale era ospite con Sophia Loren: «Con la sigla d’apertura in onda, si tirò su l’abito lungo e mi chiese: Posso farlo?. Con quelle gambe – risposi – puoi fare quel che vuoi». E poi commenta: «Aveva solo 77 anni». Quindi questo è un libro sulla seduzione, anzi sulla capacità di sedurre che è una sua variabile (spesso) impazzita. La capacità di sedurre arriva innata, talvolta incontrollabile o nemmeno percepita dalla «titolare» e prescinde da tutte quelle categorie che spesso si riuniscono sotto l’etichetta «fascino». La seduzione non è necessariamente fascino né necessariamente è bellezza pura, magari algida, somaticamente perfetta. È per questa variabile impazzita che Humphrey Bogart, ossia un sex symbol che oggi si mangerebbe George Clooney, nel 1954 disse al Time che Gina Lollobrigida «faceva sembrare Marilyn Monroe la copia sbiadita di Shirley Temple». Per la cronaca, Luigia Lollobrigida nata a Subiaco nel 1927, era una che dopo aver recitato con Frank Sinatra ed Errol Flynn, Sean Connery («baciava con affetto ed eleganza») e Rock Hudson, sbaciucchiava Yul Brynner «anche fuori dal set». La seduzione è una mina vagante. «Cara Claudia, io adesso le farò una intervista molto particolare. Lei deve accettare di essere ridotta a oggetto» disse Alberto Moravia alla Cardinale iniziando una intervista per Esquire nel 1962. «Che tipo di oggetto?», chiese smarrita lei. «Un oggetto in quanto contrario di soggetto», rispose lui. Oggi una frase del genere scatenerebbe il pandemonio, allora fu considerata solo una provocazione all’attrice che pochi mesi dopo avrebbe girato la scena con «il valzer più sensuale della storia», quello di Angelica che balla con Burt Lancaster tra le candele stanche di Palazzo Giangi a Palermo. «Tu non sei una femmina, sei un maschiaccio!», le sussurrava il regista Luchino Visconti riempiendola di gioielli Cartier che «le faceva trovare sotto la tovaglia nei pranzi della sua splendida villa sulla Salaria» scrive Vespa. Insomma, passo dopo passo Bellissime! fotografa com’è cambiata la seduzione in quasi settant’anni, dagli occhi ammalianti di Sophia ne La strada fino alla «più bella schiena nuda mai apparsa sullo schermo dopo quella di Marilyn Monroe», cioè quella di Laura Antonelli secondo Lando Buzzanca che riassume in una frase il perché «quella schiena a violoncello» divenne vera e propria ossessione per gli italiani. Anche Edvige Fenech lo è stata, soprattutto negli anni Settanta, in quei film ambientati nella Sicilia iperbolica di Buzzanca o nella Puglia ipereccitata di Lino Banfi. «Ero una delle attrici che si lavava di più nei film. Tante docce ma poco amore» ricorda lei, regina delle attrici insaponate che erano, paradossalmente una risposta simbolica al dominio decennale delle «due paia di gambe scese dall’Olimpo». Sì, le gemelle Kessler, «talmente gemelle che ricordare chi sia Alice e chi Ellen è sempre stato complicato» riassume bene Vespa. Dal Da da un pa che cambia la tv fino al teatro di Brecht, le Kessler sono state quelle che fecero fissare a un popolo intero di maschi «l’agenda erotica al sabato sera» per vederle comparire. Accadde più o meno così anche ai tempi di Drive In con Carmen Russo, Tinì Cansino, Antonia Dell’Atte, Lory Del Santo, folle riproduzione dell’America provinciale, «una tv esagerata uin un’epoca molto, molto ebbra». Poi sono arrivate Valeria Marini («Per Fellini era l’Anitona degli anni ’90»). Poi Belén, con «il sedere che fa storia ogni volta». E infine Diletta Leotta che «di mestiere appare e gli uomini la guardano, anzi no, la fissano». È lei l’ultima frontiera della sensualità, la soglia irraggiungibile dei desideri. Ma è anche un termine di paragone, un segno di come è cambiata la seduzione e, soprattutto, le sue armi. Diletta è una «grazia di Dio e dei chirurghi». «La Loren il naso non se lo fece modificare e il mondo continua a farle l’inchino». Nient’altro da aggiungere, vostro onore.