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 2020  giugno 30 Martedì calendario


I passaggi necessari sul fisco

Gli annunci in materia fiscale del presidente del Consiglio, la settimana scorsa una riduzione dell’Iva, pochi giorni dopo una riduzione delle imposte sul lavoro, sembrano dettati dall’esigenza di salvare il suo governo, accontentando oggi un partito, domani un altro, più che da una visione coerente del nostro sistema tributario. Non è una novità. Accadde con le modifiche delle aliquote Irpef dal secondo governo Berlusconi. Mostra Paola Profeta su Public Choice, 2006 che esse furono calibrate in modo da attrarre elettori incerti.
Accadde anche per le modifiche alla tassazione degli immobili attuate negli ultimi due decenni, dettate talora dall’esigenza di convincere alcuni elettori la settimana prima delle elezioni (Berlusconi 2006), altre volte dall’esigenza, certamente più nobile e più giustificata, di arrestare un attacco speculativo contro il nostro debito pubblico (Monti 2011), mai da una riflessione su quanto si debba tassare il consumo, quanto il lavoro e quanto il capitale, case incluse.
Il sistema tributario è un meccanismo complesso, le cui parti si legano una all’altra. Modificare un ingranaggio senza tener conto degli effetti che quella modifica può avere su altri punti del sistema può introdurre distorsioni che vanificano l’apparente riduzione della pressione fiscale. Possono anche aumentare la diseguaglianza colpendo alcuni cittadini più di altri.
Un esempio è l’idea di usare la tassazione per incentivare la partecipazione al mercato del lavoro di individui oggi disoccupati e che vivono di sussidi, come il reddito di cittadinanza. Un’idea apparentemente buona, ma che può avere effetti indesiderati. Se si riduce l’imposta sul reddito, o i contributi previdenziali per i lavoratori a basso reddito, essi saranno più incentivati a cercare un lavoro: proprio quello che si voleva ottenere. Ma se questi incentivi vengono gradualmente eliminati all’aumentare del reddito si demotiva chi già lavora dal lavorare di più o dal cercare un’occupazione meglio retribuita. Alla fine non è chiaro se in aggregato la partecipazione al lavoro aumenterà.
Può sembrare un esempio complicato. Infatti lo è. Dovrebbe servire a convincerci che le modifiche alla tassazione sono interventi molto delicati, che vanno attuati con grande cautela e decisi non per ottenere un vantaggio di breve periodo, ma guardando al sistema economico nel suo complesso.
Questa osservazione ha due conseguenze. Innanzitutto non è una buona idea cambiare le tasse una alla volta. Intervenendo su più fronti, con una riforma complessiva, si possono più facilmente evitare effetti indesiderati, come quelli illustrati nell’esempio precedente. Agendo su più fronti si può anche più facilmente compensare chi è colpito dalla modifica di una specifica tassa, attenuando così l’opposizione alla riforma. Un intervento complessivo rende anche più difficile che gruppi di pressione convincano il governo ad adottare misure scritte per avvantaggiarli. La seconda lezione è che le riforme della tassazione dovrebbero essere affidate a esperti, persone che conoscono bene che cosa può accadere se si cambia un’imposta.
La Danimarca, nel 2008, nominò una Commissione di esperti in materia fiscale. La Commissione incontrò i partiti politici e le parti sociali e dopo un anno presentò la sua relazione al Parlamento in una seduta trasmessa in diretta tv. Il progetto della Commissione prevedeva un taglio significativo della pressione fiscale pari a 2 punti di Pil. L’aliquota marginale massima dell’imposta sul reddito veniva ridotta di 5,5 punti percentuali, mentre la soglia di esenzione veniva alzata. Queste misure venivano finanziate introducendo un tetto di 50.000 corone alle detrazioni per gli interessi (la misura più controversa), limitando le agevolazioni fiscali al risparmio previdenziale, aumentando l’imposizione sulle pensioni superiori a una data soglia e tagliando le agevolazioni fiscali di cui godevano alcune imprese.Tre settimane dopo, il governo varò una riforma complessiva del sistema fiscale danese che accoglieva molte delle raccomandazioni della Commissione.
Un metodo simile fu seguito in Italia all’inizio degli anni Settanta del secolo scorso quando il governo affidò ad una commissione di esperti, fra i quali Bruno Visentini e Cesare Cosciani, il compito di ridisegnare il nostro sistema tributario, che non era stato più modificato dai tempi della riforma Vanoni del 1951. Si deve a quella commissione l’introduzione dell’imposta sul reddito delle persone fisiche (Irpef) e del sostituto d’imposta per i redditi da lavoro dipendente.
Una riforma fiscale segna in ogni Paese un passaggio decisivo. Indica priorità, dà certezze, offre opportunità, è l’architrave della politica di bilancio. È una grande occasione. Non sprechiamola.