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 2020  giugno 30 Martedì calendario


La rivincita di Kissinger

Esistono poche personalità polarizzanti come Henry Kissinger: per alcuni è un geniale Machiavelli dei nostri tempi, per altri il responsabile morale, e a volte addirittura materiale, di massacri e colpi di stato. Entrambi gli schieramenti, tuttavia, riconoscono all’ex docente di Harvard, consigliere per la sicurezza nazionale e segretario di stato per Nixon e Ford, e premio Nobel per la pace, una straordinaria intelligenza, una grande cultura storica e un formidabile talento diplomatico. Le polemiche relative a un personaggio così controverso sono tornate alla ribalta con l’uscita negli Stati Uniti di un libro dal titolo The inevitability of tragedy. Henry Kissinger and his world : quello che spiazza, e per alcuni sconcerta, è che il testo, osannante nei confronti di Kissinger, sia opera di Barry Gewen, direttore di una testata liberal come The New York Times Book Review. Non solo: il libro genera, indirettamente, un approccio revisionista anche nei confronti di Richard Nixon, il quale ha condiviso con Kissinger i trionfi diplomatici dell’apertura alla Cina e alla Russia: Gewen elogia la straordinaria abilità con cui venne condotta la cosiddetta diplomazia triangolare o del ping pong, e racconta un aneddoto che rivela molto della personalità di Kissinger. In un primo momento infatti era scettico riguardo a Nixon e decisamente ostile alla sua politica, ma poco prima della sua prima elezione nel 1968 venne invitato a un party da Clare Boothe Luce, la quale aveva intuito che i due sarebbero potuti andare d’accordo. Kissinger rimase colpito dalla “vision” del futuro presidente, ma dichiarò che la sua pericolosità era dovuta proprio all’intelligenza. Tuttavia, quando venne chiamato a far parte dell’amministrazione, mise da parte ogni remora e diventò il suo più stretto, ascoltato e potente collaboratore. Questo non significa che non ci siano stati momenti di attrito, divergenze e rispettiva diffidenza, ma i due hanno condiviso totalmente le principali scelte politiche.
Con documenti alla mano, Gewen rilegge anche le due principali decisioni che per molti sono sufficienti per una damnatio memoriae: il colpo di stato in Cile e l’escalation di bombardamenti in Laos e Cambogia. Nel primo caso Gewen sottolinea la debolezza politica del governo Allende, e l’illusione di un programma di nazionalizzazione con una maggioranza del 36%. Non solo, accredita la tesi che Allende sarebbe stato pronto, o costretto, a un’evoluzione dittatoriale. Ne consegue la definizione di “inevitabilità": una giustificazione indiretta del colpo di stato, e quindi anche dei massacri operati dalla giunta Pinochet. Il libro sposa la tesi dell’amministrazione anche riguardo agli accordi di pace con il Vietnam, raggiunti dopo l’escalation di bombardamenti in Laos e Cambogia, giustificati, secondo Kissinger e Gewen dall’obiettivo di una «peace with honor». L’esser stato il regista di quegli accordi portò Kissinger a ricevere nel 1973 il premio Nobel per la pace: uno dei riconoscimenti più discussi della storia del premio, al punto che ben due membri del comitato del Nobel si dimisero in segno di protesta. Sono infiniti gli aneddoti e i retroscena raccontati nel libro, ma forse l’elemento più interessante è il tentativo di individuare nei primi anni di vita i motivi psicologici che lo hanno portato a optare ripetutamente per scelte che comportavano perdite di vite umane: Kissinger, che ha compiuto da poco i 97 anni, sostiene tuttora che al posto di un bene generico è necessario perseguire invece il male minore. La tragedia, come suggerisce il titolo del libro, è sempre inevitabile, e nella sua visione del mondo sembra che il bene non esista. È un universo caratterizzato sempre dalla lotta tra la forza e la debolezza: il suo obiettivo è stato scegliere perennemente la prima, rifiutando con ogni mezzo la seconda. Estremamente interessante il racconto del rapporto con Hannah Arendt e Leo Strauss: sono le pagine in cui emerge la finezza intellettuale e la preparazione storico-politica, venata sempre da un realismo malinconico e disilluso. Nativo di Fürth, in Baviera, con il nome ebraico di Heinz, Kissinger individua negli Stati Uniti la terra della libertà e dell’opportunità, due concetti che lui stesso trova fallaci e costantemente messi in crisi dalle sfide della vita. In particolare, nel campo delle trattative diplomatiche, Kissinger ha sempre sostenuto che l’unico elemento determinante sia il potere contrattuale, certamente non l’etica. Tutto il suo operato sembra essere perennemente segnato dal pessimismo della ragione, e assume un ruolo centrale l’insegnamento del suo mentore Hans Morgenthau, il quale ancor più di Leo Strauss e Hannah Arendt lo spinse su una concezione di cupo pragmatismo. Secondo Gewen questo approccio esistenziale nasce dall’esperienza tragica della persecuzione razziale e poi da quella di rifugiato, vissuta dopo che ebbe assistito con i propri occhi allo sterminio del proprio popolo. Nonostante il testo sia largamente elogiativo, e le argomentazioni sostanziate con documenti inediti, rimane tuttavia un senso di mistero rispetto al personaggio, che dopo il ritiro dalla politica ha utilizzato la propria competenza e popolarità per avviare una fortunatissima società di consulenza: è certamente sintomatico che il titolo della recensione del New York Times al testo di Gewen sia Come spiegare Henry Kissinger?
Il mistero si estende anche sul piano dei rapporti personali con capi di stato, industriali, miliardari e perfino con le donne che ha amato e sposato. In queste pagine molto ben scritte si ha la sensazione che Kissinger neghi ogni dolore o disappunto che prova nel profondo della sua anima: è il suo modo di non mostrare quella debolezza che secondo la sua concezione porta inevitabilmente a una tragedia senza vittoria. Nella sua concezione dolorosa, l’esistenza è sempre e comunque tragica, e la sua scelta è quella di raggiungere almeno una vittoria, per quanto fallace.
Questo stesso senso di mistero e dolore nascosto avvolge alcune scelte clamorosamente contraddittorie, ed è esemplare lo scontro con William Safire, speech writer del presidente, il quale protestò sulla decisione di aumentare i bombardamenti in Laos e Cambogia spiegando che la dottrina Nixon basata sulla promessa della fine della guerra aveva portato a una rielezione del presidente con 49 Stati a 1. Kissinger gli rispose che stava parlando con l’autore di quella dottrina, e in quanto tale poteva cambiarla quando voleva. Il rude pragmatismo non gli impedirono di chiudere la discussione con una serie di insulti nei confronti di Safire, il quale si ostinava a non comprendere che le scelte della politica sono condannate alla continua contraddizione e all’inevitabilità della tragedia.