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 2020  giugno 29 Lunedì calendario


Intervista al giuslavorista Cesare Pozzoli

Pure lui ha lavorato da remoto. Dal bellissimo terrazzo di casa con vista sulla Madonnina. Cesare Pozzoli è uno dei più noti avvocati del lavoro di Milano, ha insegnato 13 anni alla Statale, ha collezionato incarichi prestigiosi nella pubblica amministrazione e clienti di peso, ma è rimasto come era da ragazzo: una persona semplice, che non dimentica le umili origini, di rara simpatia, vulcanica. Fra le sue molteplici passioni, le auto elettriche e a batteria sembra procedere, sin dal nome, Tesla, il border collie che vive con il legale, la moglie Paola, insegnante di liceo, i quattro figli. L’uomo di diritto ama anche l’arte e sta ristrutturando una splendida villa sul Lago Maggiore in cui si ritrova la mano del grande Piero Portaluppi. In emergenza lockdown, Pozzoli, classe 1966, si è affidato allo smart working, che peraltro studia da tempi non sospetti. Oggi questa espressione anglosassone è diventata la combinazione segreta per salvare il lavoro di milioni di italiani e un mantra fissato nel lessico e nelle certezze dei nostri connazionali. Pozzoli può quindi illustrarne virtù e limiti: «Lo smart working, detto anche lavoro agile, è stato praticato in modo residuale fino al 2017, anno in cui la legge 81 ne ha disciplinato per la prima volta alcuni aspetti, anche in questo caso in modo agile, delegando la maggior parte della regolamentazione all’accordo individuale tra azienda e lavoratore. È un’anomalia per l’Italia, dove tutte le forme di lavoro trovano una corposa legislazione, spesso ulteriormente integrata dai contratti collettivi. Non a caso, da più parti in questi ultimi mesi è stata sollecitata una maggior regolamentazione».
Come mai la legge è intervenuta così tardi e perché in Italia lo smart working è stato fino a pochi mesi fa poco praticato?
«Le ragioni sono molte, anche di carattere culturale e socio-politico. Se è vero che con la rivoluzione tecnologica introdotta dagli smartphone moltissime attività, non solo del terziario avanzato e non solo di carattere direttivo, possono essere svolte, almeno in parte, in forma agile, è altrettanto vero che in Italia più che in altri Paesi fino a pochi anni fa il lavoro agile era visto con un certo sfavore da molte imprese: intanto per una fisiologica resistenza al cambiamento, e poi perché, come è stato rilevato, molte imprese preferivano tenere i lavoratori sotto controllo diretto, secondo un modello fordista, nel tacito convincimento che un dipendente renda di più timbrando il cartellino piuttosto che lavorando per risultati al di fuori degli spazi aziendali».
E i sindacati?
«Poiché le attività svolte fuori dall’azienda o in modalità smart registrano un tasso di sindacalizzazione molto più basso rispetto alle attività tradizionali dove si timbra il cartellino, c’è chi ha osservato che le resistenze sono arrivate anche e proprio dalle organizzazioni sindacali. Ma pure questa analisi, in un certo senso, appartiene al passato».
Perché?
«Perché dal 2017 si è avviato un percorso virtuoso per l’attuazione di questo strumento, anche se siamo comunque ben lontani dai dati di molti altri Paesi europei e delle aree più avanzate degli Stati Uniti. Poi è arrivata la pandemia».
Tutto è cambiato?
«C’è stata un’accelerazione straordinaria. In questo contesto sono intervenuti numerosi provvedimenti normativi che hanno raccomandato il lavoro agile, in linea con il Protocollo sottoscritto il 24 aprile dalle Parti sindacali. Non sono ancora disponibili dati definitivi, ma nella maggioranza delle imprese italiane si è utilizzato lo smart working».
Al boom seguirà nei prossimi mesi un ritorno al passato?
«Ritengo di no per varie ragioni. Finché non sarà trovato e utilizzato su larga scala un vaccino efficace, le forme di distanziamento sociale resteranno indispensabili: si pensi alle tante aziende con uffici o reparti con molte persone, che lavorano inevitabilmente a stretto contatto. In queste realtà potrebbe funzionare uno smart working a giorni alterni per decongestionare i luoghi di lavoro e mantenere le misure di sicurezza. Il decreto «Rilancio» del 19 maggio ha poi previsto che il lavoro agile sia un diritto per i lavoratori con figli minori di 14 anni e alcune recenti sentenze hanno ribadito il diritto allo smart working, almeno in determinate situazioni».
E le altre ragioni?
«Ormai è evidente che i lavoratori, spinti in prima battuta dall’emergenza, ci hanno preso gusto e faticherebbero a tornare al passato: una recente ricerca ha rilevato che il 75% dei dipendenti continuerebbe volentieri a lavorare in smart working. Ma credo che anche gli imprenditori abbiano compreso che si può trarre vantaggio da questa modalità di lavoro».
Quali vantaggi?
«Le imprese migliorano il clima, la motivazione e la produttività, come dimostrano anche recenti sperimentazioni di welfare aziendale. Lo smart working sta anche sviluppando una cultura più focalizzata sui risultati che sui tempi di lavoro; e in effetti, perché funzioni, occorre che il lavoratore sia responsabilizzato a svolgere la sua attività con flessibilità di tempi e modi, purché si raggiunga il risultato: questo è proprio ciò che è effettivamente accaduto in molti casi nei mesi dell’emergenza. L’imprenditore guadagna anche perché si riducono gli spazi e le postazioni di lavoro con conseguente risparmio dei costi di affitto, pulizia, riscaldamento, manutenzione dei locali aziendali. Anche questo si traduce in una maggiore efficienza. Ma i vantaggi non sono solo dei lavoratori e delle imprese, sono anche sociali».
In che senso?
«Lo smart working, almeno parziale, per esempio di 1 o 2 giorni alla settimana, ha un effetto virtuoso sul traffico delle grandi città, riduce drasticamente il problema dei parcheggi, della viabilità e dell’inquinamento ambientale e acustico. Non solo: concilia più facilmente la genitorialità e favorisce una miglior alternanza tra la vita familiare e quella lavorativa: papà e mamma possono meglio prendersi cura dei figli e dei genitori anziani, che costituiscono una evidente emergenza sociale, ben visibile proprio in questi tempi. Poi ci sono le ricadute sul piano urbanistico e dell’ordine pubblico».
A cosa si riferisce?
«Ammettiamo che i lavoratori operino anche solo un paio di giorni alla settimana da casa. Sarebbe l’inizio di una rivoluzione che porterebbe molte famiglie a ripopolare le città poste nel raggio di 50/60 km dalle aree metropolitane, con costi abitativi molto inferiori. Da lombardo posso rilevare che bellissime città ricche di storia, d’arte e di natura come Varese, Pavia, Lodi, Bergamo, Vigevano, Como e tante altre, diventerebbero una calamita e il baricentro di vita di molti pendolari. Si potrebbe ridare vita a questi luoghi e andare a Milano per esempio, tre volte alla settimana anziché tutti i giorni, evitando un pendolarismo estremamente gravoso, riducendo traffico e inquinamento. Segnalo – anche per la mia passata esperienza nel consiglio dell’Atm di Milano – che una riduzione dell’accesso nelle grandi città anche solo del 30% comporta un beneficio proporzionalmente maggiore sia in termini di traffico, sia in termini di tempi di percorrenza del tragitto casa-lavoro».
E i benefici sul piano dell’ordine pubblico?
«Come risulta da alcune ricerche, se tornano a coincidere i luoghi di lavoro e i luoghi di vita familiare, il controllo del territorio è più agevole, perché ciascun genitore/lavoratore riesce più facilmente a stare con i propri figli, ad avvedersi delle compagnie che frequentano, a abitare e vivere lo stesso territorio, evitando città-dormitorio spopolate di giorno e zone industriali e di uffici deserte di sera e nei fine settimana: tutto ciò si traduce in una maggior sicurezza e miglior presidio del territorio, così come era nel Rinascimento, dove le vie erano casa e bottega di coloro che esercitavano le arti e i mestieri e che hanno fatto la storia e la bellezza dell’Italia».
Non le sembra un po’ troppo?
«Forse la mia visione è un po’ ottimistica ma credo che questa crisi possa essere una grande occasione».
Non potrebbe prendere del tutto il posto del lavoro tradizionale?
«No, questo no. Il lavoro, a qualunque livello, è anche socialità, rapporto interpersonale, sudore, sguardi e relazioni personali. E tutti questi sono beni insostituibili. D’altra parte, il lavoro da remoto funziona molto di più laddove è alternato a momenti di presenza, riunioni, verifiche, convivenza. Proprio l’esperienza di questi mesi ha dimostrato che lo smart working attuato solo da remoto dopo un certo tempo diventa alienante e non è comunque pienamente produttivo. Per questo in molte realtà il lavoro agile funzionerebbe ottimamente in un’alternanza tra lavoro da remoto e in situ. E se mi chiede la giusta alchimia, io suggerisco la proporzione di un terzo contro due terzi, ovviamente a seconda delle singole realtà e dei singoli sistemi produttivi. Come del resto prevede la legge».
Ecco, appunto, torniamo alla legge.
«La legge è semplice. Prevede che il lavoro agile, inteso come forma particolare di lavoro subordinato, sia svolto secondo un accordo individuale tra le parti, lasciando al lavoratore, salvo patto contrario, libertà nei tempi e nei modi di svolgimento dell’attività. Va da sé, senza dimenticare il risultato da raggiungere».
E gli adempimenti burocratici?
«Anch’essi sono smart: basta che vengano installati gli strumenti di lavoro – spesso può bastare un pc in rete e una stampante – non necessariamente presso l’abitazione del dipendente ma anche in uffici condivisi, magari nel suo paese o città, nel rispetto delle norme sulla privacy e sulla sicurezza. Occorre poi modificare gli assetti organizzativi, tenendo conto delle specificità delle mansioni».
Insomma, secondo lei è possibile la svolta?
«Ho raccolto frammenti e considerazioni di altri colleghi ed esperti, osservando le relazioni di lavoro dal mio punto di vista professionale. D’altra parte, le scuole hanno attuato lezioni in forma agile e in università le lezioni e persino le sedute di laurea si stanno svolgendo in modo smart. Anche qui non bisogna essere massimalisti, ma si può pensare a forme alternate e valutare le varie situazioni. Da avvocato ho un solo rammarico».
Quale?
«Che solo in minima parte si sia riusciti a estendere la modalità smart anche alle udienze, che in questi mesi hanno subito numerosi ritardi. L’auspicio è che possa attuarsi un ampio ricorso alle udienze smart almeno in ambito civile, fatti salvi i casi nei quali sia indispensabile la presenza delle parti o dei testimoni. Si risparmierebbero tempo e risorse: per esempio per partecipare a udienze nei vari Tribunali d’Italia si eviterebbero ore e ore di spostamenti per udienze che normalmente non durano più di mezz’ora. E ne gioverebbe anche l’efficienza del sistema giudiziario, le cui lungaggini costituiscono uno dei pesi più gravi del nostro Paese. Non a caso la Commissione europea ha addirittura indicato come condizione per l’erogazione dei Recovery Fund l’accelerazione dei tempi dei processi.
Non è una speranza remota?
«Non credo e se mi consente racconto un’esperienza personale. Mio figlio Pietro si è laureato all’Università Statale di Milano il 30 marzo con una tesi sullo smart working – scelta in tempi non sospetti – discussa in modalità smart. Ad aprile, nel suo primo giorno di pratica forense, ha assistito alla sua prima udienza al Tribunale di Bologna sempre in modalità smart: tutto si è svolto perfettamente. Come vede, talvolta i sogni si avverano».
Come è andata?
«La discussione della tesi bene, ha preso la lode. La decisione della causa è stata rinviata. Naturalmente in forma smart».