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 2020  giugno 29 Lunedì calendario


Intervista ad Antonio Pizzinato

Imparare a vivere come Antonio Pizzinato, classe 1932. Imparare, cioè, a scendere tutti i gradini di una carriera (che l’aveva visto giungere in vetta) e sentirsene ugualmente onorato.
“È sempre bello aprire la sezione. Ogni mattina, fino a dicembre scorso, andavo all’Anpi della mia città, Sesto San Giovanni. Avevo le chiavi, alzavo la serranda. Mi mettevo lì dopo essere passato dall’edicola”
Lei è stato segretario generale della Cgil.
Dopo Luciano Lama e prima di Bruno Trentin. Tra il 1986 e il 1989.
Poi deputato, poi al governo con Prodi.
E quando sono andato in pensione sono ripartito dal punto esatto dal quale avevo cominciato. La militanza è uno spirito che ti resta in corpo e non ti lascia più. È una febbre e non c’è antibiotico che scacci l’intruso come non c’è delusione che appanni la passione. Gli incarichi, anche quelli più umili come sicuramente lo è infilare le chiavi nella serratura ogni mattina, non li giudichi per la loro consistenza ma per il senso che hanno. È il valore politico di un gesto: aprire la casa dei partigiani, che sia inverno o estate. Che si abbia venti o novant’anni. Una brutta caduta accorsami a dicembre mi ha fatto sospendere l’impegno mattutino. Comunque, Covid o non Covid, io ci sono sempre.
A vent’anni militare da sbarco nel battaglione San Marco.
Meno di vent’anni.
Capelli a spazzola.
Eravamo ai confini con la Jugoslavia, c’era in ballo la riunificazione di Trieste.
A ventisei anni è stato a fare uno stage formativo in Siberia.
Il partito mi mandò a studiare a Mosca. Quattro anni alla scuola internazionale. Duemila compagni da tutto il mondo. Vietnamiti, cinesi, francesi, anche americani. Allo studio si univa un periodo di formazione in varie zone dell’Urss.
Si studiava cosa?
Economia, storia. E poi si andava a fare periodi di lavoro. In Ucraina per capire l’agricoltura. In Siberia per seguire la trasformazione della metallurgia.
La Siberia.
La Siberia, sì.
Lei è di un altro mondo.
Avevamo anche le ferie estive. Si andava sul mar Nero.
Una cartolina alla mamma dalla Crimea.
Nessuna cartolina, nessun rapporto possibile. Io ero in Unione Sovietica senza visto, col passaporto scaduto.
Un rivoluzionario clandestino.
Mandavo i saluti alla famiglia attraverso un compagno. La situazione internazionale non era favorevolissima. Avevo il passaporto scaduto, come le ho spiegato. Non ero un regolare. Al ritorno da Mosca, era il 1961, il nostro treno fu fermato a Berlino, il Muro era già una realtà. Non ci fecero passare. Ritornammo a Praga, da lì verso la Svizzera e poi in Italia.
Comunista e sindacalista.
Ho iniziato alle officine Borletti, come operaio specializzato. Da lì in avanti nella Fiom, fino a esserne segretario provinciale della federazione. Lì si è formata la classe operaia, lì le migliori lotte dell’emancipazione. E quel soggiorno in Unione Sovietica mi servì. Un sindacalista deve conoscere il sudore del reparto presse, deve capire le angustie di essere nei turni più faticosi e conoscere i processi di innovazione tecnologica. Io feci l’accordo alla Falk per le quaranta ore settimanali. Riducemmo l’orario di lavoro, conquistammo in modo definitivo le ferie e allargammo a un quarto turno la catena di montaggio, quindi aumentammo l’occupazione. Però dovemmo accettare il lavoro continuo: 363 giorni su 365. Domeniche incluse.
I preti vi mangiarono vivi.
Le parrocchie suonavano le campane a morte contro la Fiom.
Lei si avvicina ai novant’anni e porta sempre i capelli a spazzola.
Non esiste una vita verticale. La vita è una formidabile sequenza di esperienze. Vedo questi giovanotti che fanno i parlamentari e i ministri con una disinvoltura sconosciuta che è la virtù dell’incompetenza. Dico loro che il sottoscritto, dopo quarant’anni in Cgil, quando fu mandato alla Camera e lì in commissione Lavoro mica era sicuro di saper far bene?
Dovrebbero temprarsi in Siberia?
Dovrebbero temprarsi, punto. Scelgano pure la California, ma guardino al mondo e imparino l’umiltà.