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 2020  giugno 29 Lunedì calendario


Derivati agli enti locali. I giudici: sono nulli

La sentenza della Corte di Cassazione è del 12 maggio, e i suoi effetti potrebbero essere catastrofici per qualche banca, ma enormemente benefici per enti locali e imprese. Torniamo indietro. Per quasi quindici anni banche italiane, ma soprattutto estere, hanno piazzato a 797 enti locali lungo tutto il Paese migliaia di contratti derivati, sconosciuti e incomprensibili ai più. Comuni, Province e Regioni si sono trovati, senza saperlo, con buchi miliardari, e gli effetti di quei contratti durano ancora oggi e lo faranno per molti anni a venire, dato che alcuni hanno durata addirittura trentennale. Si tratta molto spesso di scommesse camuffate da assicurazioni, dove è l’assicurato a fare da assicuratore alla banca. Dopo perdite gigantesche, nel 2014 il governo li ha vietati, ma il ministero dell’Economia conta oggi ben 149 enti territoriali ancora coinvolti, che ogni anno pagano, oltre agli interessi sul debito, 250 milioni per i derivati (fonte Eurostat). Le perdite potenziali invece stimate dalla Banca d’Italia solo verso le banche italiane (Unicredit, Bnl, Monte dei Paschi, Intesa Sanpaolo) sono di 1 miliardo.


Come funziona la scommessa
Anche l’amministrazione centrale, cioè lo Stato, ha stipulato contratti per oltre 150 miliardi a copertura del rischio di rialzo dei tassi sui titoli che finanziano il debito pubblico; operazioni rinegoziate nel corso degli anni, ma molte volte sempre con la formula della scommessa con anticipo di denaro. L’operazione più semplice funziona cosi: l’assicurazione mi garantisce che se i tassi vanno oltre il 3% io pagherò sempre il 3%, anche se si abbasseranno, come poi è avvenuto. Ma perché entrare in contratti del genere, visto che la maggior parte dei titoli come i BTP sono già a tasso fisso? In più, siccome devo coprire delle perdite e quindi ho bisogno di soldi, faccio un’altra operazione che mi dà cassa subito per chiudere il buco, sulla quale pago interessi anche più alti, allargando così l’indebitamento. Rinegoziazioni che spostano più in là il problema, e sulle quali la banca lucra decine di milioni in commissioni.


Lo Stato perde 36 miliardi
Eurostat ha calcolato che dal 2011, abbiamo pagato alle banche 37,5 miliardi di interessi, che sono andati ad aumentare il debito pubblico. Invece la perdita potenziale che incombe sui conti dello Stato è di circa 36 miliardi di euro — praticamente tutto il plafond che potremmo prendere in Europa dal Mes — e che equivale al 37% del valore nozionale dei derivati in essere. La società di consulenza finanziaria indipendente Ifa Consulting ha stimato che la probabilità di dover sborsare nei prossimi anni questi soldi (qualcosa in più o poco meno) è altissima.


La sentenza che mette la parola fine
Colpo di scena: ora buona parte di quei contratti potrebbero essere nulli, ha sancito l’autorità giurisdizionale più alta in Italia. Dopo anni di scontri nei tribunali — e varie leggi emanate per cercare di chiudere questa voragine nei conti degli enti — la Corte di Cassazione a Sezioni Unite a maggio ha fissato principi che adesso potrebbero valere in tutti i contenziosi contro le banche. La sentenza riguarda il comune di Cattolica e la Bnl, per un derivato sottoscritto del 2003. Dopo uno scontro andato avanti per anni i giudici supremi hanno stabilito che quei contratti sono da azzerare e che non dovevano essere sottoscritti, per dei motivi.


Primo: I derivati negli enti locali sono ammessi solo come «copertura dei rischi» e non per scommettere sui tassi. Secondo: l’ente locale deve in ogni caso sapere qual è il rischio massimo a cui si espone, per esempio scambiando il suo tasso variabile con uno fisso. Terzo: Deve conoscere il valore del contratto, quello che in gergo si chiama «mark-to-market». Quarto: deve essere informato sulle probabilità che ha di perdere o guadagnare. Quinto: deve essere informato sui costi occulti, che per anni invece sono stati nascosti agli enti, allettati dalla liquidità che la banca pagava loro all’inizio, il cosiddetto «upfront»; in sostanza, l’amministratore locale si indebitava scommettendo sui tassi di interesse da pagare, riceveva subito dei soldi — buoni da spendere per il consenso elettorale — e lasciava il conto da pagare ai sindaci o governatori che sarebbero venuti dopo. Sì, ma quanto? Nessuno lo sa, tranne la banca, che è in grado di stimare i rischi. Sesto: la Corte di Cassazione ha stabilito il principio secondo il quale, quando si ristruttura un debito con contratti derivati, deve prevalere la convenienza economica e non solo quella finanziaria. Proprio per questo, scrivono ancora i giudici, la decisione di accettare i derivati non doveva essere presa dal sindaco o dal dirigente dell’ente locale ma dal Consiglio comunale, poiché si tratta di indebitare le generazioni future.


L’impatto nel privato
«È una sentenza che armonizza le prassi finanziarie e i principi contabili nazionali e internazionali, sia pubblici che privati, con la giurisprudenza», spiega Nicola Benini, partner di Ifa Consulting, che da trent’anni si occupa di derivati. La sentenza, per come è costruita — analizza la giurista della Cattolica Antonella Sciarrone Alibrandi — è destinata ad avere un impatto anche sui derivati stipulati con le imprese (circa 90 mila) e anche su alcuni prodotti venduti ai piccoli risparmiatori.


Il ruolo di Abi, Consob e Bankitalia
Ma era poi davvero impossibile conoscere i rischi di un derivato? La Cassazione dice di no, perché potevano essere stimati con gli «scenari di probabilità». Secondo quanto spiegato in un’audizione alla Camera dei deputati nel 2015 dall’allora direttore del debito pubblico, Maria Cannata, quando nel 2011 si discusse di inserire gli «scenari probabilistici» nel regolamento sui derivati consentiti agli enti locali, la reazione fu negativa da parte dell’Abi. Eppure la Banca d’Italia il 14 aprile dello stesso anno scrisse al Tesoro che è opportuno adottare questi scenari in quanto «indispensabile strumento decisionale per l’ente». Suggerimento accolto? No. Perché? Maria Cannata in audizione la spiegò così: «Le tecnicalità si sarebbero ulteriormente complicate, rendendo la norma troppo difficile da interpretare da parte degli amministratori».


Insomma il ragionamento fu: non capirebbero comunque, meglio lasciarli nel buio. A perdere soldi dei cittadini. Secondo Nicola Benini «sono facili da capire quanto il bugiardino dei farmaci che espone le varie probabilità degli effetti collaterali». Addio agli scenari, dunque. Eliminati anche dai prospetti sui prodotti finanziari rivolti al pubblico (come i bond subordinati delle banche), previsti peraltro da un regolamento Consob nel 2009, ma eliminati poco dopo dalla stessa commissione allora presieduta da Giuseppe Vegas.


Migliaia di contratti a rischio
Da quando il governo li ha vietati, i derivati sono man mano diminuiti per fine naturale o estinzione anticipata — spesso per decisione delle banche contraenti e a caro prezzo per le casse dello Stato — come quando nel 2012 Morgan Stanley chiuse un derivato con lo Stato e impose al Tesoro il pagamento di 3,5 miliardi di euro. Si pagò sull’unghia e non ci fu nemmeno un tentativo di trattativa. Intanto per quelli ancora in essere le cause continuano. Appena la scorsa settimana la banca giapponese Nomura ha citato a Londra la Regione Sicilia, ennesima puntata di un braccio di ferro legale ormai decennale. I legali delle banche stanno ora studiando in profondità la sentenza della Cassazione, perché se il principio si affermerà nei tribunali di merito, sono a rischio migliaia di contratti. E miliardi di euro di interessi indebitamente incassati dai grandi specialisti in derivati: Morgan Stanley, Deutsche Bank, Nomura, Goldman Sachs, Jp Morgan, Ubs, Bofa-Merrill Lynch.