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 2020  giugno 29 Lunedì calendario


La danza del ventre punita in Egitto

Veli e doppi veli. Cimbalini e tamburelli. Corpetti e cavigliere. Se c’è un segreto che ancora si nasconde nell’Egitto profondo, e da sempre spaventa quello ufficiale, non è il terrorismo. Da Napoleone a Mubarak, dai Fratelli musulmani ad Al Sisi, ogni padrone del Cairo prima o poi deve vedersela con le mascherate imperlinate della danza del ventre. Con quel che significa nell’allusione sessuale. Con quel che libera nei momenti di repressione. Tutti a digitare raqs al-sharqi, le parole chiave del ballo orientale, e vai con gli ombelichi al vento. L’ultimo caso esplode su TikTok, la piattaforma cinese, e riguarda una delle ballerine più famose ed esperte: Samia Ahmed Attia Abdel Raman, in arte Sama al-Masry, 44 anni, arrestata il 23 aprile e condannata ieri a tre anni di carcere, più altri tre con l’obbligo di firma e 16 mila euro di multa, per un video «che incita alla dissolutezza e all’immoralità». Tutta galera che si farà: Al Sisi è sulla linea dell’amministrazione Trump e dell’Europa e ha deciso che questo TikTok è una minaccia, una subdola forma di penetrazione, e una punizione alla danzatrice farà d’esempio.
Balla che ti posto. Un tempo, sul Nilo c’erano 5 mila egiziane professioniste del ventre. Oggi nei resort e nei grandi alberghi spopolano le russe o le brasiliane, che non sono brave uguali, ma hanno meno problemi con la religione e la tradizione. Sama è una delle poche veraci ancora su piazza. E oltre all’ombelico, sa muovere bene la lingua e il mouse: sette anni fa, quando governavano gli islamisti di Morsi, finì nei guai per un video che irrideva il velo musulmano. E l’anno dopo, finì in prigione per un altro sketch sul presidente dello Zamalek, la sacra squadra di calcio cairota che nessuno può nominare invano.
Stavolta, la faccenda è più seria e Sama si difende dicendo che qualcuno le ha rubato l’account e ha diffuso quei video privati. Le accuse vanno dagli atti osceni all’incitamento alla prostituzione, ma c’entra la stretta di vite che il regime sta imponendo a chi va troppo sul social cinese: pochi giorni prima di lei è finito dentro uno studente universitario, Hanin Hossam, che sempre su TikTok avrebbe pagato le sue compagne di corso perché si filmassero con una certa libertà. «C’è una bella differenza fra libertà e dissolutezza», la denuncia d’un deputato tradizionalista, John Talaat: «Coi video postati, i ragazzi stanno distruggendo i valori della famiglia e violando la nostra Costituzione».
La guerra di Al Sisi a TikTok ha sponde robuste. Perché il suo miliardo di video scaricati – voluto dai cinesi nel 2018 per raggiungere la generazione X dai 13 anni in su, usato al 60% dai teenager, ormai diffuso in 150 Paesi e in 75 lingue – più di Instagram e Whatsapp sta diventando il mezzo ultrarapido per veicolare balli&canti apparentemente innocenti e, insieme, agitare le censure dei regimi e i sospetti dei governi democratici. La Cina per prima è riuscita a cancellare argomenti sensibili come Tienanmen, il Tibet o la setta religiosa Falun Gong. Ma solo qualche giorno fa in Georgia, Usa, s’è dovuto intervenire su ragazzini che inviavano video razzisti. E in Germania s’è trovata una rete di pedofili. Anche le questioni dei furti d’identità (la stessa che denuncia Sama) o dell’esproprio di dati personali sono ormai un tema sensibile. «Società tradizionali come quella egiziana faticano ad accettare i cambiamenti di questa tecnologia», dice Enessar Al-Said, storica avvocata dei diritti umani al Cairo. Chiusa nel carcere dei più temuti oppositori, la danza macabra di Sama è solo cominciata. E il suo account TikTok è stato subito disattivato.