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 2020  maggio 23 Sabato calendario


Su “La scrittura non si insegna”

In questo brillante manualetto non per insegnare la scrittura, che appunto, come da titolo, non si insegna, ma per capire come uno scrittore pensa le sue opere, Vanni Santoni elenca subito un notevole numero di romanzi e racconti che andrebbero letti e meditati, prima di provare a confezionarne uno. Si comincia con i capolavori di Proust e Joyce e si prosegue con testi spesso abnormi ma indispensabili (2666 di Bolaño, Underworld di DeLillo, Abbacinante di Cărtărescu…), e poi tanti altri, magari segnalati in base al tipo di studente. Non viene mai citata l’Eneide e i motivi sono palesi: i contemporanei sono già più che sufficienti a riempire una vita di letture, i classici non sono immediatamente impiegabili ecc. Ma colpisce il fatto che, alla fine della Seconda guerra mondiale, Eliot potesse affermare che per la rinascita dell’Europa e del mondo intero Virgilio era senz’altro un punto di riferimento: passati un po’ di decenni, siamo davvero in un’altra epoca.
Nessun lamento, ci mancherebbe! Non possiamo certo rimanere aggrappati alla roccia di valori che, come tutti quelli letterari, erano comunque il frutto di conflitti critici e di una storia con alti e bassi ricorrenti (Dante docet). Invece, la precedente constatazione ci rende consapevoli del nostro posizionamento nel campo di forze culturali del XXI secolo. Lo scrittore attuale deve prima di tutto essere libero da vincoli rigidi, per esempio quelli di una tradizione di equilibrio e compostezza che ha generato i «classici», almeno secondo la loro concezione ottocentesca: in altri termini, è necessaria un’idea di narrativa e di letteratura che possa mettere assieme i tanti contemporanei indispensabili e, se si vuole, anche qualche antico, ma senza sudditanze. Chi vuol esser narratore, s’inventi uno spazio umano, e quindi narrativo, multidimensionale: deve poter viaggiare in tante direzioni diverse per garantirsi la possibilità stessa di concepire un’opera non monodimensionale, magari perfetta ma sottovuoto, e alla fin fine un po’ asettica.
Gli «insegnamenti» di Santoni convergono nel formare questa mentalità. Dopo una dieta ipercalorica di letture divise in più liste per capire bene che ogni scrittore ha una sua cifra, e solo all’interno del suo stile funzionano certi meccanismi o personaggi che è perfettamente inutile ricopiare ma è utilissimo sfidare, si passa a un po’ di disciplina, che peraltro è l’ingrediente fondamentale. I suggerimenti sono vagliati e tarati, perché basati sulle esperienze di tanti: scrivere tutti i giorni un numero abbastanza preciso di righe è quello che fanno gli autori esperti ed è un ritmo che deve essere adottato pure da un esordiente. E forse è proprio la biologia del nostro corpo che richiede un determinato ritmo per immedesimarsi in una costruzione narrativa da noi pensata: per credere di trovarci in uno spazio immaginario dobbiamo adattarci alle sue caratteristiche e alle sue regole, quasi sdoppiandoci.
Ma poi c’è un buon gruzzolo di suggerimenti su cosa non fare, come già suggeriva Raymond Carver. Santoni ricorda sue imprese folli ma istruttive, per esempio la composizione del romanzo collettivo In territorio nemico (2013), ricavato dalle circa ottomila pagine prodotte da 115 autori, fra cui tantissimi principianti: un campione molto significativo di come si riesce a modificare una «cattiva scrittura» salvaguardando il buono. Ci sono i trucchi per evitare la noia, in primo luogo eliminando tutto il superfluo o cercando la specificità. Inderogabile la cura per il proprio testo, a cominciare dal versante della correttezza grafica. E occorre trovare il coraggio per confrontarsi con lettori non condiscendenti, però senza stalkerare l’Autore Noto…
Al termine di questo istruttivo percorso dall’ideazione alla pubblicazione quale fenomenologia dell’aspirante scrittore odierno risulta veritiera? Forse quella che ce lo descrive sempre meno bisognoso di medicarsi le ferite, ma sempre più di autodefinirsi.