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 2020  maggio 23 Sabato calendario


Periscopio

Finché i capi faranno finta di pagarci noi faremo finta di lavorare. Tom Clancy, Caccia a Ottobre rosso. 1986.
Covid: doccia fredda a Oxford. Il macaco si ammala. The Guardian.

A Palazzo Chigi è al lavoro una banda di illusionisti che a loro volta si illudono di essere i padroni del Paese. Alessandro Sallusti. il Giornale.

La manovra è «poderosa», l’operazione è «portentosa» e lo sforzo è «imponente», il lavoro «incredibile», la fatica «grandissima». Non è nei dpcm che ha firmato e non è neppure nelle conferenze a reti unificate, nelle interviste rilasciate ai quotidiani internazionali, non è lì che si manifestano i sintomi della ambizione modificata di Giuseppe Conte. Carmelo Caruso. il Giornale.

Il buon politico deve sembrare quello che non è, deve dire ciò che non pensa, deve scendere a compromessi, avendo l’aria di dettarli. Per essere preso sul serio (e troverà sempre qualcuno che lo prenderà sul serio) non deve necessariamente fare sul serio. La sincerità, per un politico, è segno di debolezza. Come in amore, anche in politica, il tradimento è una forma di legittima difesa. L’ipocrisia diventa una colpa solo quando non ottiene il suo scopo. Cioè, solo se viene smascherata. Roberto Gervaso, Italiani pecore anarchiche. Mondadori, 2003.

Così com’è, l’ordine giudiziario è una palla al piede. Non bastavano i processi lumaca, l’imprevedibilità dei giudizi, la politicizzazione, l’elezione degli ermellini in Parlamento e i disinvolti rientri in carriera. Ora si è aggiunto, non che fosse ignoto, il bagarinaggio dei posti chiave e il suq del Csm, scoperchiato dal caso di Luca Palamara. Infine, peggio di tutto, la «disattenzione» dei giudici minorili che avrebbero avallato, senza approfondire, i ratti dei figli ai genitori. La faccenda diventa politica. È imperativo risarcire i cittadini, la casta giudiziaria non deve ogni volta cadere in piedi. Giancarlo Perna. LaVerità.

Fino ai 10 anni ho vissuto in una estancia a Balcarce, in Argentina, dove papà era stato nominato presidente della Ferrania. Non c’era la neve, ma la vastità sì. Nel 1958, quando l’azienda fu rilevata dalla Kodak, tornammo in Italia. Il mio unico amico era il cane Pluto. Andammo ad abitare a Roma. Restai sbigottita perché, dalla parte opposta di via Dandolo, c’erano le case. Fino ad allora all’orizzonte avevo visto soltanto montagne altissime, distanti decine di chilometri. Un infinito fatto di natura, cieli blu e tempeste elettriche. Ho ancora il terrore dei temporali. Samaritana Rattazzi, figlia di Susanna Agnelli (Stefano Lorenzetto). Corsera.

Remedios ha fatto il giro di piazza San Pietro e sta tornando indietro, verso casa. Folla sotto il sole morbido del pomeriggio. Pellegrini peruviani, mendicanti finti ciechi, carabinieri, gelatai, venditori di souvenir, borseggiatori, preti in clergyman, preti che non sembrano preti, suorine con le tonache nere, bianche, grigie. Aldo Cazzullo, Fabrizio Roncone, Peccati immortali. Mondadori, 2019.

Roma sono due. Se la guardi dall’alto, che sia Trinità dei Monti o una terrazza fra i tetti, ti riempi dei colori di una meraviglia del mondo. E tanta bellezza è un aggravante, perché, rasoterra, la capitale è ridotta come i peggiori bar di Caracas, sconcia, senza sicurezza, senza trasporti decenti né decorosi, senza un marciapiede che non sia dissestato, senza un parco ben tenuto (altra aggravante, Roma è la città europea con più ettari, 85 mila, di patrimonio verde). Carlo Verdelli, Roma non perdona. Feltrinelli, 2019.

Ti restano in mente quei piedi stanchi di clochard, a San Pietro. Sono identici ai piedi dei pellegrini in ginocchio davanti alla Madonna di Caravaggio, alla chiesa di Sant’Agostino. Ti ricordano che siamo, benché dimentichi, pellegrini, quaggiù, tutti. Che questa meravigliosa città in 2.773 anni compiuti il 21 aprile ha conosciuto cento ben più drammatiche pestilenze, e ogni volta è risorta. Già, non vista, ricomincia: come in quei due ragazzi a via delle Vigne, lui in divisa, lei affacciata a una finestra, sorridente. Nel gran silenzio di Roma si prepara, e preme, vita, ancora. Marina Corradi, scrittrice. Avvenire.

Mi sento con i giornali per cui scrivo e con gli amici con cui porto avanti progetti. Con Alessandro Gassman ne abbiamo di bellissimi per teatro, tv e cinema. Maurizio De Giovanni, scrittore napoletano (Candida Morvillo). Corsera.

Spesso il clamore mediatico è diventato parte dell’arte stessa. Penso a Cattelan, per esempio, anche se lui è molto più di questo. Però per altri artisti la retorica o la narrazione troppo carica sono state dannose. Per esempio per Guttuso. Un discreto pittore, ma l’impegno politico e il racconto mediatico ne hanno fatto una figura sopravvalutata. Fulvio Caroli, storico dell’arte (Roberta Scorranese). Corsera.

Sono nato per caso a Rodi. I miei genitori, maestri elementari, scelsero di insegnare sull’isola, colonia italiana, perché gli stipendi erano buoni. Per tre anni fu una pacchia. Ma poi arrivò la guerra e rientrammo precipitosamente a Firenze. Edoardo Boncinelli, genetista (Antonio Gnoli). la Repubblica.

Certo a quasi 46 anni non ho più la forza di quando ne avevo 20, ma ho vissuto talmente tante diversità nella mia vita che difficilmente mi abbatto. Terrona, obesa, lesbica. A 7 anni ero esclusa perché meridionale. Il razzismo che ho vissuto per me è stato un trauma. A 13 anni lavoravo come pizzaiola nel locale dei miei genitori ed ero obesa. Pesavo 125 chili. Non uscivo, non andavo in discoteca. Nonostante questo, ero allegra, leggevo, ero amica dei professori delle magistrali, facevo teatro, costruivo cose. Vivevo in un mondo tutto mio. E dentro mi cresceva l’ambizione di farcela. Viviana Varese, chef del ristorante Viva, una stella Michelin dentro Eataly Smeraldo, a Milano (Alessandra Dal Monte). Corsera.

Leo Longanesi veniva insistentemente invitato a «far qualcosa», cioè a scendere in politica, anche da Indro Montanelli. Che poi, quando la Lega del Fratelli d’Italia nacque, lui non c’era. Piero Buscaroli, Una nazione in coma. Minerva edizioni, 2013.

Il nostro Porci con le ali fu un successo esagerato per la piccola casa editrice. Io e Marco fummo pagati 50 mila lire in due. Lidia Ravera, scrittrice (Arianna Finos). la Repubblica.

Noi italiani siamo fermi, e così la musica è finita. Invece dobbiamo far rinascere la nostra musica, senza leccare il culo agli stranieri. Non è nazionalismo, è un modo di salvaguardare la cassa. Gianna Nannini, cantante (Gino Castaldo). la Repubblica.

Sono un uomo finito. Ma finito bene. Roberto Gervaso. il Giornale.