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 2020  maggio 23 Sabato calendario


Achille Campanile, Altrove Assoluto

L’“Altrove Assoluto”: il luogo mentale da cui parlava Achille Campanile (1899-1977) fu definito così dal suo assiduo lettore ed esegeta Umberto Eco. Ma se la sua singolarità è appunto irriducibile, Campanile pure non sfugge a una data tipologia: quella degli autori di cui ritualmente si ricorda che non furono ritenuti scrittori dai maligni coevi e invece scrittori lo erano (al pari o anche meglio di altri a cui invece il lauro è arriso). È il genere di molti altri umoristi, sì, ma anche di altri che una volta si dicevano “poligrafi”, che era come dire “scrittori di varietà”. “Era” giacché la qualifica è caduta in disuso e non perché di poligrafi non ce ne siano più, bensì perché non c’è più chi non lo sia. Sono giornalisti, pubblicitari, sceneggiatori, parolieri, enigmisti, compilatori di oroscopi per i quali il sadismo degli apologeti postumi affila strumenti come l’aggettivo “onesto” e il sostantivo “artigiano”. Certo su una locuzione come “onesto artigiano della penna” sarebbe bello leggere qualche glossa del medesimo Campanile: è del genere di stereotipi che meglio lo ispirava e non è neppure detto che non ci abbia effettivamente ricamato, in una o l’altra delle pagine da lui prodotte, pubblicate, dimenticate, riscritte, disperse a migliaia, a miriadi, a milioni nel corso di una lunga, disordinata, disperata, felicissima carriera. Quella di “scrittore” ha la disgrazia di parere una categoria e mai ci abbandona l’istinto di applicarne, di categorie, ancor di più nei casi in cui è tanto impossibile quanto vano. Atteniamoci allora ai fatti certi: Campanile scriveva. Ha scritto romanzi, commedie, racconti, ha inventato generi, come le “tragedie in due battute”, non si è negato il lusso di far ridere della morte e in quanto all’altro tabù – il sesso – è riuscito più volte a evocare la freudiana “latenza dell’osceno”, senza infrangere convenzioni e anzi rispettandole, con effetto comico raddoppiato in potenza.
La storia raccontata dalle storie del Novecento è quasi sempre la stessa: l’ibridazione delle istituzioni venerande con la spiccia e rozza praticità della modernità, nel disorientamento reciproco. La lingua italiana, innanzitutto: e poi la città, la strada, i treni, le abitazioni, le barzellette, i matrimoni mal combinati, i funerali, gli ascensori, il Giro d’Italia, infine la televisione: questi sono luoghi in cui l’incontro avviene. Luoghi comuni: a tutti. Dal suo Altrove Assoluto, Campanile li ha censiti e sorvegliati, ne ha tratto gli spunti che poteva, ed è per questo che del Luogo Comune è diventato principe supremo. Giovanissimo redattore, titolò la “breve” di una vedova trovata morta sulla tomba del marito, da lei visitata ogni giorno, col proverbio: “Tanto va la gatta al lardo...”.
Quello fu l’imprinting, e il resto ne conseguì. Lo si vede già dai titoli di romanzi e raccolte: Ma cosa è questo amore? Se la luna ci porta fortuna, Agosto moglie mia non ti conosco, In campagna è un’altra cosa, Centocinquanta la gallina canta. Sono inizi di filastrocche, proverbi, battute di colloquio, modi comuni di dire. I libri sottostanti hanno inventato una comicità che non si era ancora vista – perché Campanile è stato il primo a spostare il mirino dallo scemo del villaggio allo stupido di città –; sketch ad alto tasso demenziale, provocazioni teatrali da farsi tirare pomodori e gatti morti sul proscenio, battute gelide, non sequitur da manicomio. Continuano a far ridere, cosa abbastanza rara perché l’umorismo è sensibile all’epoca più di ogni altro genere, e poco meno della moda. Manuale di conversazione e Gli asparagi e l’immortalità dell’anima raccolgono forme brevi, quelle ove ogni tanto un démone si impadronisce di Campanile e gli fa costruire piccole epiche della deformazione verbale e dell’equivoco, come nella madornale “Quercia del Tasso”. Le Vite degli uomini illustri sono spigolature antididattiche, con Talleyrand alle prese col brodo e Socrate all’esame di maturità (dove dice che tutto quello che sa è di non sapere).
Una formula potrebbe dare l’idea: Achille Campanile era uno che all’elefante seduto in salotto serviva il tè, inchinandosi nel domandargli: “latte o limone?”. Allo zoo è un’altra cosa: il vero spettacolo è la bestia umana nei suoi diversi habitat e raggiunge il clou quando il selvatico di un’Italia ancora incolta (e già condannata, dal Leopardi, a fare a meno di ogni società e di ogni “buon tuono” conversazionale) maneggia quell’italiano che nel passaggio da Dante ai Savoia è diventata una lingua cerimoniosa, grigia ma tuttora velleitaria. “Che ne so io che la O era stretta?” si discolpa un giovanotto (inconsapevolmente derridiano). La contessa Mara nella sua rubrica “Sono tutta per voi” invitava: “Se avete un quesito da porci rivolgetevi a me che sono qui per soddisfarvi”. E lui è andato a chiederle di soddisfare il suo quesito da porco.
Stupisce fino a un certo punto, allora, che un simile analista sociale travestito da barzellettiere sia stato incaricato di applicare i suoi metodi analitici e sintetici alla neonata televisione italiana, tanto più che aveva profetato la nascita del medium in un articolo degli anni Venti: «Oltre a suoni la radio trasmetterà abitualmente le immagini, che appariranno su uno schermo. Si vedranno proiettati i fatti a distanza, mentre avvengono». Divenuto critico televisivo per l’Europeo testimoniò della nascita e crescita del Luogo dei Luoghi comuni italiani. Rubrica dopo rubrica, Achille Campanile ha confermato negli anni la pertinenza dell’anagramma del suo nome e cognome: “La mania pel cliché”.
Lo si legga per ridere, e ridere farà: la Bur continua a ripubblicare i libri, i lettori a leggerli, i comici di oggi a impararne la lezione. Lo si legga per pensare e pensare, almeno un po’, farà. Rovesciando ciò che diamo per scontato perveniamo a un assurdo che non si lascia più davvero ribaltare e ripristinare una qualche riposante normalità. Ed è a quel punto che da Campanile ci arriva, profondo, il rintocco della sua risata.