Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2020  maggio 23 Sabato calendario


L’operazione Dynamo, 80 anni fa

Il 26 maggio di ottanta anni fa iniziò l’operazione Dynamo, recentemente rievocata in un film di grande successo che prende il nome dalla sua località: Dunkerque. Fu una svolta cruciale nella guerra del 1940, perché dimostrò al mondo la determinazione della Gran Bretagna a combattere il nazismo, come disse Churchill, «Se necessario per anni, se necessario da soli». Ma come si arrivò a quello che lo stesso sir Winston definì «Un colossale disastro militare?». La risposta è facile: per colpa di alcuni francesi e per merito di alcuni tedeschi.
Lo Stato Maggiore Francese ragionava all’antica: se ne stava riparato dietro l’imprendibile Linea Maginot, e aveva schierato le sue truppe migliori all’estremo nordest del Paese, dove riteneva che il nemico avrebbe attaccato, come nel 1914. Per di più aveva sparpagliato i suoi carri armati, più numerosi e potenti di quelli tedeschi, come appoggio alla fanteria. La cerniera tra questo fronte e il vallo della Maginot era costituita da quella che si riteneva una barriera naturale: la foresta delle Ardenne, presidiata da truppe scarse e di seconda scelta. Qui la Wehrmacht attaccò, secondo un piano che impegnò i suoi generali più brillanti: Von Manstein, che lo progettò, Von Rundstedt che lo diresse, e Guderian che lo eseguì. Le sue divisioni corazzate arrivarono in tre giorni alla Mosa e, supportate dall’aviazione, la passarono senza difficoltà. Il resto fu una rapida scorribanda in campo aperto fino alla Manica. 
Dal canto suo, il Comando francese dimostrò tutta la sua inavvedutezza. Se avesse costituito una riserva strategica, avrebbe potuto contrattaccare isolando le punte degli invasori, come avrebbe fatto nel 73 Ariel Sharon tagliando in due le armate egiziane sul Sinai. Era il rischio temuto a Berlino, che seguiva con ansia l’ardita galoppata dei suoi esuberanti condottieri. Ma quando Churchill, volato a Parigi il 16 maggio, chiese nel suo francese raccapricciante. «Où est la masse de manoeuvre?», il generale Gamelin, fece spallucce e rispose scrollando il capo: «Aucune!». Nessuna. Nelle sue memorie sir Winston si disse «Dumbfounded» – interdetto – da quella rivelazione, e aggiunse: «Non si può esser forti dovunque. Alcune linee di frontiere possono esser tenute con lievi forze di copertura, ma solo per raccogliere maggiori forze per il contrattacco».
E invece non c’era niente. Anche se non lo ammette, probabilmente fu in quella circostanza che il Primo Ministro maturò la decisione di evacuare le sue truppe, perché la battaglia di Francia era ormai perduta.
Cosi, in dieci giorni, le divisioni corazzate tedesche dilagarono, e raggiunsero la Manica, isolando mezzo esercito francese e l’intero corpo di spedizione britannico, entrambi già pressati a est dalle armate di Von Bock che avevano conquistato l’Olanda. Churchill, che intendeva proseguire comunque la guerra, volle evitare il loro sacrificio in una resistenza disperata, e decise di salvarne il salvabile a costo di abbandonare l’equipaggiamento e – come alcuni gli avrebbero poi rimproverato l’alleato francese.
L’ASPETTATIVA
In realtà questo alleato era già rassegnato alla sconfitta, e stava già meditando quell’armistizio che avrebbe portato al potere Pétain e il suo governo fantoccio di Vichy. La scelta di Churchill fu giusta, e fu attuata oltre ogni aspettativa. Riportare in Patria un quarto di milione di uomini in pochi giorni sembrava un’impresa impossibile. La Royal Navy dominava gli oceani, ma non poteva dominare la Manica, dov’era esposta ai bombardamenti dell’aviazione nemica. La protezione navale fu quindi affidata ai cacciatorpediniere e a qualche incrociatore, mentre la Raf si dissanguava per proteggere le truppe sulle spiagge dagli attacchi degli Stukas. Il trasporto fu eseguito da navigli leggeri, supportati da un esercito di volontari. E qui accadde il prodigio: una flotta immensa di barche civili, compresi pescherecci, yacht e persino scialuppe, fece per una settimana la spola tra Dunkerque e i porti di casa, rimpatriando, sotto il fuoco nemico, la quasi totalità dei soldati inglesi e oltre centoventimila francesi. Churchill potè esserne fiero, anche se ammonì il Parlamento a non attribuire a questa impresa i caratteri di una vittoria, perché «Le guerre non si vincono con le ritirate». In effetti, quello che tornava a casa era un esercito di sconfitti, che doveva essere ricostituito e rimobilitato. Lui intanto, come disse anni dopo John Kennedy, mobilitò la parola, e la mandò in battaglia. 

GLI STORICI
A guerra finita, gli storici iniziarono a dibattere su questo miracolo, in parte dovuto al fatto che i corazzati tedeschi erano stati fermati personalmente da Hitler quando erano a poche miglia da Dunkerque. Una decisione che molti trovarono allora incomprensibile. In realtà il Fuhrer aveva le sue buone ragioni: l’impresa di Guderian gli sembrava troppo audace, e temeva che fosse esposta a un pericoloso contrattacco; le sue divisioni erano ormai stanche e usurate, e occorreva mantenerle in serbo per la prossima avanzata su Parigi; poi c’era Goering, che insisteva per lasciar l’onore del colpo finale alla sua aviazione. E infine – probabilmente – non bisognava umiliare troppo la Gran Bretagna, nella speranza di una rapida pace. Ognuna di queste ragioni sarebbe stata sufficiente per giustificare l’ordine di fermarsi: tutte insieme, costituirono una scelta quasi obbligata. 

L’INVENZIONE
Naturalmente non possiamo sapere come sarebbero andate le cose se Churchill non si fosse inventato l’Operazione Dynamo, o peggio se fosse fallita, con gravi perdite di civili in mare e l’annientamento dell’esercito sulle spiagge. A Londra la corrente pacifista era ancora forte, e forse avrebbe chiesto la testa dell’indomito Primo Ministro e un accordo con Hitler, che non chiedeva di meglio per potersi finalmente scatenare contro la Russia di Stalin. Al contrario, sappiamo cosa accadde dopo il suo successo. 
La leadership di Churchill ne uscì consolidata, e nessuno più dubitò sulla risolutezza della Gran Bretagna a continuare a battersi fino alla vittoria. Pochi giorni dopo, mentre Pétain annunciava l’armistizio, De Gaulle rispondeva con l’appello alla fiamma della Resistenza, incitando i compatrioti a mantenerla viva. Negli Stai Uniti, Roosevelt cominciò a prospettarsi la necessità di un intervento. E le truppe evacuate costituirono il fondamento delle nuova armata che sarebbe arrivata, con gli americani, fino a Berlino. Quando, due anni dopo, commentando la vittoria di El Alamein, Churchill disse che «se non era l’inizio della fine, era almeno la fine dell’inizio, forse si sbagliava. Quelle parole sarebbero state più adatte al miracolo di Dunkerque.