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 2020  maggio 22 Venerdì calendario


Maria Grazia Chiuri non sta più zitta

Mai mollare. Maria Grazia Chiuri, direttrice creativa di Dior, dice di esserci nata sotto questa stella. E che neanche ricorda quando da bambina ha cominciato ad essere così, caparbia femminista convinta. «C’erano cose che non mi piacevano, meccanismi che non mi convincevano e che non trovavo giusti. Andavo in manifestazione, eccome se ci andavo. Per la disperazione di mia madre, aveva paura. Erano gli anni del terrorismo. Ma io ci credevo e andavo».
Meccanismi che non la convincevano?
«Dinamiche femminili, pregiudizi, modi di fare e di dire. Mi è più facile pensare all’oggi. Ecco, prendiamo ad esempio quello che è successo e sta succedendo in queste settimane. Tutti a preoccuparsi per le partite Iva. Benissimo. Ma a nessuno è venuto in mente che forse hanno bisogno di un aiuto anche tutte quelle madri che sono state e dovranno stare a casa lavorando in smart working, seguendo i bambini durante le video lezioni e i compiti, pensando ai lavori domestici e alla spesa e al pranzo e alla cena. E in più ora che tutto riparte e dovrebbero uscire, hanno anche il problema di come fare a gestire, ancora una volta, un’altra situazione. Sempre tutto troppo scontato quando si tratta di donne. Per questo ad un certo punto della mia vita, non sono più stata zitta».
In che senso «non sono più stata zitta»?
«Ricordo come fosse ora quel giorno. Mia figlia aveva compiuto sedici anni e io cinquanta: vidi ben chiare dinamiche che si stavano ripetendo, si ricreavano senza volerlo. La stessa attitudine educativa che ha portato le donne a evitare sempre e comunque lo scontro. Mediazione, comprensione, risoluzione. E no, mi sono detta, basta, e ho cominciato a parlare, a far sentire la mia voce. Basta tacere e accomodare. E tutto è stato diverso. Per questo anche nel mio lavoro mi batto per dare voce alle donne. Per dire “ci siamo”».
Questo quindi lo spirito con il quale, durante le settimane di lockdown, ha deciso di parlare al mondo della moda attraverso talk con tante artiste e femministe?
«Confido nella capacità della parola da quel famoso giorno. Mai più cambiato idea, credo di averlo dimostrato anche nel mio lavoro. Mi sembrava un’ulteriore opportunità: dare questo spazio ad altre donne per far sentire la loro voce. Non succederà mai nulla se non parli, ti confronti. Nulla. L’ancestrale timore di esporti non serve. Ho scelto delle artiste, che sono esempi incredibili per la quantità di pensieri e creatività che hanno e che esprimono, fra mille difficoltà, anche e soprattutto ora. La cultura è essenziale. Io stessa imparo continuamente dal confronto con loro. Passo ore a dialogare, una comunità di amiche di una umanità profonda. E ho voluto proprio i podcast (da Tomaso Binda a Tracey Emin a Judy Chicago, Paola Ugolini ndr ) perché tutti sentissero la voce di ognuna, il tono, l’intensità: ho voluto spostare l’attenzione dalle immagini alle parole e mi sono posta come utente».
E tutto questo fatto da un palcoscenico come quello di Dior, la maison simbolo della Francia più esclusiva: all’inizio un po’ di scetticismo, ora la consapevolezza che il messaggio arriva e la cliente sopra alla giacca bar (la disegnò monsieur nel febbraio del 1947) indossa la tracolla camp (la cartella militare delle contestazioni degli anni Sessanta e Settanta). Sono soddisfazioni.

«Sì, la mia sacca femminista. Mi fa piacere perché quel progetto lo amo particolarmente, c’è molto della mia storia personale e professionale, è stata una delle gioie più grandi dal punto di vista creativo. Sognavo da lungo tempo di riuscire a realizzarla. Ricordo quando la indossavo nelle manifestazioni che erano l’incubo dei miei genitori. Per questo mi mandarono in un liceo cattolico. Ma io non mollai. La camp è il mio passato, presente e futuro. Ricordo, creatività e innovazione. Un progetto stimolante che banalmente volevo per me. E sì, mi sento privilegiata perché da Dior ho potuto realizzare questo sogno. È una piattaforma enorme che può arrivare dove non sarei mai arrivata».
Sorellanza: mai nessuno avrebbe pensato sentirla pronunciare «a palazzo».
«Una parola fondamentale. Si deve avere il coraggio di proporre un altro tipo di visione rispetto alla condivisione della responsabilità. Il femminismo è una cosa che nessuno deve dimenticare, è un momento inclusivo dove la volontà è di essere veramente partecipi, e in questo noi donne insieme dobbiamo sviluppare un nostro punto di vista seguendo modelli che abbiamo accettato e che siano i più corretti. Ognuno nel proprio ambito. Anche in questa emergenza».
Il femminismo al tempo del Covid?
«Può essere una umana opportunità di fare sentire la propria voce e di guardare avanti. La cosa che mi stupisce ora, per esempio (ed ecco la voce ndr ), è che oggi tutti quanti hanno una grande smania a ritornare non solo al prima del Covid, ma addirittura a molto prima. Come se “quel” prima fosse stato perfetto. Siamo sicuri fosse così? Io ho dei dubbi, molti dubbi. Questa nostalgia che dà sicurezza la metterei in discussione sinceramente, la vedrei con senso critico. Magari possiamo trovare un inizio davvero nuovo, senza guardarci indietro. Nel lavoro ma non solo. Sperimentare cose anche più innovative e bilanciate. E poi mi sembra rassicurante l’idea di pensare alla nostra vita e trovare giusti spazi fra lavoro e privato. Recuperare socialità e condivisione. Stare a casa da soli è il massimo della creatività? Ma per carità! Con questo adoro starci, lo considero un lusso bellissimo se non fosse che ci è stato concesso per una tragedia».
Settimane di riflessioni e una conclusione comune: tutto troppo.
«Probabilmente, sperimentando passo dopo passo capiremo. Non ci sarà una bacchetta magica. Però molte considerazioni, per esempio anche la bellezza di queste città vuote. Non ho mai visto Roma così. Perché non rifletterci? Per viverla meglio e gestirla meglio».
Agli stilisti, da sempre, è chiesto di creare oggetti che suscitino il desiderio della gente. Come è possibile, ora?
«Perché? Io per esempio un desiderio ce l’ho: un costume da bagno, per fare un tuffo in mare. Tutti desideriamo qualcosa legato a un sogno. Forse dovremmo interrogarci sui nuovi stili di vita. Da questo sicuramente nascerà un modo di vestire diverso, più allegorico. Tenendo sempre presente che le stesse cose non sono vere per tutti, e dobbiamo capire le esigenze».
Hashtag la moda che vorrebbe.
«Innanzitutto tutti stiamo evitando di fare progetti a lungo termine, stiamo valutando giorno per giorno, anche i processi creativi e aziendali. Siamo un team complesso, dislocato in due Paesi, Italia e Francia, e non si può viaggiare. Questo per quanto riguarda l’organizzazione. Seconda cosa, si parla di moda come se fosse identità unica, ma in verità è un’identità assai complessa dove ogni categoria ha diversità a sua volta: prendi l’abbigliamento, per esempio. Cosa prioritaria sono gli shape: come fai ad andare avanti senza, dopo averli immaginati, provarli? Io ho la fortuna di una figlia che ha la taglia di una modella, così, grazie al cielo, ho potuto andare avanti. Ma le scarpe (complicatissime da realizzare per via della modellistica)? E le borse?».
E qui parla la “lavoratrice”. Ma la sognatrice?

«Le sfilate? Ho parecchi dubbi che si possano sostituire. Per me sono esperienze. E ogni azienda ha la sua, nel rispetto del proprio Dna, che è l’identità».
Non trova anche lei, come tanti suoi colleghi, che il meccanismo abbia bisogno di una regolata?
«Riflessione molto corretta, ma non credo solo rispetto al fashion, ma in generale. La moda è uno specchio della nostra vita. Tornare indietro non si può, non siamo più le stesse persone. Ho paura che questo tipo di critica nostalgica ponga la moda in un aspetto di superficialità e non per i valori che ha e per le sue innumerevoli sfaccettature».
Poco prima del lockdown Miuccia Prada e Raf Simons hanno annunciato la loro “unione” stilistica alla ricerca di una creatività perduta, troppo spesso soffocata dal marketing.
«Due geni con storie bellissime, sono curiosa: sarà super stimolante per tutti. Personalmente non ho mai trovato un limite nel marketing. Loro ci riportano informazioni sul mercato, non sulla creatività. E relazione sullo ieri, mai sul domani. Ricordo la lezione di Anna Fendi quando ancora non c’era marketing e io le riferii che l’amministratore delegato voleva un responsabile in quel campo. Lei mi rispose: “Nessun problema, il marketing è solo buon senso applicato”».
A luglio, per la prima volta senza couture.
«Ma il team dell’atelier ha lavorato, da casa. Gli abiti verranno spediti in vari Paesi e stiamo pensando a incontri privati. È giusto anche sostenere quel lavoro così incredibile».
Chissà che dispiacere dover annullare la sfilata cruise a Lecce (era in programma a maggio), la città di origine dei suoi genitori.
«Un sogno. Che non svanisce. Io continuo a lavorare, magari... Non faremo la stessa cosa, non voglio smettere di sognare. Abbiamo impostato collaborazioni molto belle, stiamo provando a portarle avanti. Per gradi. Io non mollo mai».