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 2020  maggio 22 Venerdì calendario


All’asta il “Grande gioco” degli esploratori europei

Si terrà fra qualche giorno sul portale online della Casa d’aste Gonnelli di Firenze una sessione dedicata ai libri e alla grafica antica e moderna il cui tema è “la geografia, le esplorazioni e i viaggi”. L’asta, che si tiene fra il 26 e il 28 maggio, comprende in realtà oltre 1500 lotti, comprendendo materiali cartacei diversi, ma dedica ai resoconti di viaggio circa il dieci per cento del catalogo (www.gonnelli.it). Si va dal XVI secolo al XX, ma sono soprattutto i testi degli ultimi tre secoli che destano interesse perché troviamo nell’elenco una larga scelta di opere riguardanti viaggi in Cina, Tibet, Egitto, Congo, Afghanistan, Russia, Turchia, Uzbekistan, Caucaso e altre perlustrazioni in Asia, Africa ed Europa che delineano le rotte seguite in quei secoli dagli avventurosi esploratori dei Paesi occidentali. Fra le cose più preziose figurano la prima edizione francese della Cina illustrata del gesuita e cultore di mondi esoterici Athanasius Kircher datata 1670, il Voyage dans la Basse et la Haute Egypte datato 1802 del barone Dominique Vivant Denon, scrittore, storico dell’arte, membro del Grande Oriente di Francia, fiduciario di Napoleone durante la campagna d’Egitto da cui, appunto, uscirà l’opera qui venduta all’asta; degno assolutamente di nota il Primo viaggio intorno al globo terracqueo di Filippo Pigafetta, mentre il lotto con la base d’asta più elevata è lo Specchio del mare di Francesco Maria Levanto (1664). La figura di questo misterioso capitano genovese è poco documentata, però si sa che fece realizzare a sue spese la cartografia compresa in questo volume del 1664, composto di 152 fogli e 25 carte nautiche del mar Mediterraneo considerate le più affidabili all’epoca, che il Levanto, per sua stessa ammissione, realizzò a partire dalle carte intagliate dall’olandese Anthoni Jacobsz nel 1654. Alla stessa epoca risale poi la prima edizione dell’Arcipelago di Marco Boschini (stampato a Venezia nel 1658), che esplora le isole greche e sulla prima tavola presenta lo stemma di Alessandro Farnese cui è dedicata.
Quelle che ho fin qui segnalato sono alcune punte di cresta di un iceberg con una cospicua parte sommersa. Da quando la globalizzazione ha mischiato le carte della geopolitica si è tornati a parlare di “Grande gioco” (definizione che risale al 1829). Sfogliando il catalogo dell’asta Gonnelli vengono alla mente le mille diramazioni che le potenze coloniali presero con le loro trame fra Sette e Novecento. In quel periodo, tra il 1756 e il 1763, si svolse anche la Guerra dei Sette anni che oppose Gran Bretagna, Prussia, Portogallo a Francia, Svezia, Russia, Spagna, secondo Churchill la prima vera guerra mondiale perché si allargò alle Americhe, all’Asia e all’Africa Occidentale. Fra i prodi navigatori della flotta inglese c’era lord George Anson, celebre per aver sconfitto un decennio prima gli spagnoli a Capo Espíritu Santo, nelle Filippine, cui sequestrò un immenso bottino in argento che rivendette ai cinesi arricchendosi. In asta viene propo- sto il suo memoriale del 1768, A voyage round the world (Un viaggio intorno al mondo) che compilò con l’aiuto del cappellano della spedizione, Richard Walter. George Anson è figura mitica, che ha ispirato anche romanzieri come Patrick O’Brian e Thomas Pynchon.
A viaggiare in Asia all’epoca erano già in tanti, per esempio un avvocato che si era presto dedicato al mestiere del libraio a Parigi, con tanto di licenza, ma incline ai passi più lunghi della gamba, tant’è che fallì due volte, nel 1789 e nel 1813. Anni singolari sul piano storico, durante i quali Pierre César Briand scrisse Les Jeunes voyageurs en Asie che vide la luce nel 1829, dieci anni prima che morisse, dove racconta della steppa kirghiza, del Turkestan russo e della Persia. Su questo versante la Francia ha dato molti contributi, come quello del rampollo di una famiglia di gioiellieri, viaggiatore e scrittore vissuto al tempo del Re Sole, Jean Chardin, di cui viene messo all’asta la prima edizione completa del Voyages… en Perse, et autres lieux de l’Oriente: sull’onda delle vie aperte dalla Compagnia francese delle Indie Orientali Chardin partì ventiduenne da Parigi e conobbe i fasti e le crudeltà della corte turca, la guerra di Creta fra veneziani e turchi, e ovunque si recò descrisse storia e costumi dei popoli che incontrava, come un vero viaggiatore–antropologo. Il suo diario esiste anche in una traduzione italiana recente intitolata Da Parigi alla Persia.
Scrittori che sono agenti segreti e viaggiatori se ne incontrano diversi: come l’esploratore scozzese Alexander Burnes che ebbe un ruolo importante per mantenere stabile la vita politica e sociale in Afghanistan, cosa che non gli riuscì a lungo per le diffidenze che il protettorato inglese dell’India nutriva verso l’emiro Dost Mohammed Khan. Era proprio il momento in cui il Great Game ebbe le sue partite più accese e l’Afghanistan veniva considerato dal governo inglese uno Stato “cuscinetto” rispetto alla Russia. Di Burnes viene proposta la prima edizione di Cabool: being a personal narrative of a journey to, and residence in the city (1842) che contiene molte annotazioni naturalistiche ed etnologiche sull’Afghanistan. All’oppio nei costumi cinesi è dedicato il resoconto di Joseph Edkins, missionario protestante inglese e sinologo che visse 57 anni in Cina, di cui 30 a Pechino: specialista delle religioni cinesi, filologo e traduttore, organizzò il catalogo dei testi cinesi della Bodleian Library. Di lui va in asta il raro documento: Opium: historical nite, or the poppy in China (1889). Al frate agostiniano e sacerdote Agostino Antonio Giorgi, romagnolo di San Mauro Pascoli, grande studioso che Benedetto XIV volle a capo della Biblioteca Angelica si deve invece il notevole Alphabetum Tibetanum missionum aqpostoicarum commodo editium (1762): sulle orme del precursore Ippolito Desideri, Giorgi – che fu anche estensore di una grammatica copta – scrisse quest’opera voluminosa con incisioni e note sui rituali buddhisti, le cosmogonie, la lingua e gli usi tibetani, che in appendice riporta traduzioni in tibetano di varie preghiere cristiane.
Alla ricerca delle sorgenti del Nilo si sono recati molti esploratori dell’epoca moderna, fra cui l’inglese John Hanning Speke di cui viene messa in asta la prima edizione del Journal (1863) che racconta il viaggio fatto nel 1860 assieme a Richard Francis Burton – già traduttore delle Mille e una notte – alla ricerca dei grandi laghi africani, durante il quale scoprì il Tanganica. E sul Tanganica si recò due decenni dopo Henry Morton Stanley risalendo poi il fiume Congo fino alla foce (di cui racconta in The Congo and the founding of the free state del 1885). Stanley fu incaricato dal governo inglese di riportare a casa il medico, missionario ed esploratore scozzese David Livingston che, tornato in Africa anche lui per cerare la sorgente del Nilo, si era ammalato di malaria e se n’erano perdute le tracce; Stanley lo ritrovò nel 1871 vicino al Tanganica (porgendogli la mano, disse: “Dr. Livingstone, I presume”, frase sempre citata quando si parla del missionario scozzese che morì poi in Zambia di malaria). A scoprire le sorgenti del Nilo azzurro sarà invece l’esploratore britannico James Bruce di Kinnaird nel 1770, il quale poi nel 1773 acquistò in Etiopia alcune copie del manoscritto “perduto” del Libro di Enoch (una copia la regalò al Re Sole). Di Bruce è all’asta una edizione del 1790 di Travel to discover the source of the Nile (assieme a una traduzione francese dello stesso testo di poco successiva).