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 2020  maggio 04 Lunedì calendario


Intervista a Carlotta Fruttero, figlia di Carlo

Fruttero & Lucentini non erano “congiunti”, tanto meno “affini” e neppure “affetti stabili”, stando all’ultima interpretazione del decreto. Sicuramente non potevano fare a meno l’uno dell’altro, nella vita come nella letteratura. E chissà se, costretti dal distanziamento, si sarebbero divertiti a scrivere un pamphlet a quattro mani: La prevalenza del congiunto. «Mio padre Carlo Fruttero collegato a Lucentini via Skype? Inimmaginabile.
Guardavano con sospetto a ogni minima invenzione tecnologica».
Dalla più celebre coppia letteraria, Carlotta Fruttero ha ereditato ironia e tenerezza. «Non avrebbero mai potuto resistere lontani.
Avevano bisogno di stare insieme un paio d’ore al giorno».
Era un’amicizia anche “fisica” che contemplava lunghe passeggiate.
«Avevano l’abitudine di camminare anche in silenzio, a Torino lungo il fiume Po ai Murazzi, o a Fontainebleau dov’era la casupola di pietra di Franco. Papà mi parlava delle passeggiate notturne, era il loro modo di recuperare una dimensione intima. Potevano parlare per ore d’un dettaglio della trama del romanzo oppure stare zitti nell’oscurità. Per decifrarsi l’un l’altro, bastavano uno sguardo o la postura delle spalle».
Come definirebbe il loro sodalizio?
«Un’amicizia assoluta. Inscindibile. Mio padre si sarebbe gettato nel fuoco per Franco, e viceversa. Era anche un’amicizia spirituale: coincidevano gli spiriti, il sentire sul mondo e sulla vita».
Un’amicizia fondata su caratteri diversi.
«Mio padre era l’amico più prossimo alla realtà, grazie ai quotidiani e alla Tv. Franco era l’uomo delle letture alte, con piena padronanza di diciassette lingue.
Papà mi diceva sempre: quello veramente bravo è lui, non io. Se non ci fosse stato Franco, non sarei riuscito e mettere in piedi la struttura del romanzo. Non era vero, ma questo era il suo sentimento verso l’amico».
Fruttero ha dovuto convivere per una vita con le malinconie della moglie e anche con quelle di Lucentini.
«Sì, non poteva sfogarsi con Franco. Sapeva che, essendo incline anche lui alla depressione, viveva la condizione di mia madre con grande angoscia. Per entrambi la scrittura e le trame romanzesche offrivano un riparo».
Forse anche per questo avevano bisogno di stare insieme.
«La loro era un’amicizia progettuale, nella quale non si stancavano di sperimentare e inventare nuovi generi. La fantascienza, i fumetti, i drammi e i radiodrammi, gli adattamenti televisivi. Li chiamavano Bouvard et Pécuchet, come i personaggi di Flaubert: di quella strana coppia non condividevano la fede nel progresso, però l’ansia di fare sì. E ne hanno fatte tante insieme».
Poi, nella vecchiaia, da dinamici Bouvard et Pécuchet divennero come i personaggi di Beckett paralizzati dall’attesa di Godot: lo racconta Fruttero in una bellissima pagina dedicata all’amico.
«Si incontravano su una panchina di Piazza Maria Teresa o in ospedale, per caso, tra un ricovero e un altro: mi ricordo una volta in ascensore, Franco seduto sulla sedia a rotelle — era malato di tumore — e papà in attesa di una serie di controlli. Si guardarono con infinita dolcezza» .
È stata lei a dire a suo padre del suicidio?
«Non fece scenate, immobile. Come se in fondo se l’aspettasse. Negli ultimi mesi Franco non aveva voluto vedere nessun altro che lui. Mi chiese solo: come? Ed è stato il modo che l’ha straziato, il fatto che Franco sia stato costretto a fare tutto da solo, spingersi faticosamente sul pianerottolo, trovare un varco nella tromba delle scale. Lo disse ai funerali, con quel termine inconsueto di “suicida bricoleur”. E mentre parlava non riusciva a staccare la mano dal legno della bara».
Carlotta, suo padre e Lucentini non erano congiunti, forse qualcosa di più?
«Mi è appena arrivata la notizia della morte di Mauro Lucentini, il fratello. Per me è un dolore acuto, come se fosse venuto a mancare l’ultimo legame con quella che per molti è una ditta letteraria e per me una bussola sentimentale, un padre e un secondo padre. Non so come tradurlo nella lingua della burocrazia».