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 2020  marzo 28 Sabato calendario


Chiudere la Lombardia

Non è ancora troppo tardi. Non può esserlo. Bisogna fare in modo che non lo sia. Con la bizzarra eccezione dell’Antartide e dei suoi 4 mila ricercatori, non c’è angolo del pianeta che non stia sperimentando il flagello del coronavirus. Non c’è persona o personaggio, per quanto ricco e potente, che possa assicurarsi l’immunità. E non c’è alle viste né una cura né un vaccino che consentano di arginare l’avanzata di una pandemia che lascerà dietro di sé cicatrici profondissime e imprevedibili mutamenti di scenari globali. L’unica trincea che al momento appare sicura è l’isolamento in casa.
Dopo il primo sbarco in Cina, l’Italia è stata per molte settimane l’epicentro occidentale dell’attacco virale ai nostri polmoni e alla nostra civiltà. Ne stanno pagando un prezzo atroce intere categorie umane, soprattutto anziani, medici, infermieri, abitanti di città focolaio, persone sole rimaste ai margini della rete di assistenza.
Il primato dei contagi è passato agli Stati Uniti, presto la Spagna si avvicinerà agli standard dei nostri quotidiani bollettini di guerra, l’ombra nera si allunga anche in Germania, Francia e Gran Bretagna.
Nel suo diario da una quarantena su Repubblica, Paolo Rumiz scrive: “Mai come oggi ne esce chi sa cantare in coro”. Non sembra la piega che sta prendendo l’Europa, per fermarci nel nostro cortile. Vorrebbe essere, almeno nelle intenzioni, la strada scelta dall’Italia, con misure via via più stringenti, estese senza differenze all’intero territorio nazionale.
Ma le differenze nell’intensità del contagio ci sono eccome e forse sarebbe arrivato il momento di tenerne conto. La Lombardia, per esempio. Nonostante la comprensibile volontà di diffondere un po’ di ottimismo da parte del governatore Fontana («Penso che stia iniziando la discesa»), la regione locomotiva del Paese da sola conta ormai, e non da oggi, più della metà sia dei contagiati sia dei morti totali. La parte d’Italia dove tutto è cominciato (21 febbraio, paziente uno a Codogno) si è trasformata in poco più di un mese nella bocca del vulcano dove si concentra il rosso più acceso dell’intera nazione. Si vede a occhio nudo su qualsiasi mappa: la macchia più intensa del Covid-19 sta in un cerchio stretto tra Milano, Bergamo e Brescia, con un alone macabro che si estende fino a lambire i confini di Veneto e Piemonte.
Un grande vecchio della ricerca scientifica come Silvio Garattini proprio ieri ammoniva: «Bisognava chiudere prima, ora a pagare sono personale sanitario e operai». Per poi aggiungere una verità scomoda ma ineludibile: «Il senso della vita viene prima del senso degli affari. Ma qualcuno ha invertito le priorità». Il risultato di questo ribaltamento di valori, giustificato dal tentativo di scongiurare almeno in parte il collasso economico annunciato, sta temperando assai poco la deriva della crisi produttiva mentre sta aggravando di molto l’inventario delle vittime.
Anche dopo l’accordo con i sindacati che ha portato a un restringimento delle attività consentite, nell’industriosa Lombardia circolano ancora, quotidianamente, centinaia di migliaia di lavoratori, soltanto in parte legati all’indispensabile filiera che garantisce alimentari, sistema sanitario e farmacie.
Sono donne e uomini che escono di casa, raggiungono la fabbrica o il magazzino o l’officina con mezzi pubblici o propri, si offrono a infinite possibilità di contagio, e quindi tornano a sera in abitazioni dove magari li aspettano familiari che stanno rispettando la consegna della lunga quarantena.
Non è il momento dei processi, né dell’attribuzione di responsabilità. Ma è il tempo, questo sì, del coraggio di prendere decisioni forti. Fatte salve le attività strettamente necessarie, andrebbe con responsabilità, e anche con urgenza, valutata l’ipotesi di chiudere in modo drastico l’intera Lombardia per due settimane, chiedendo un ulteriore ma non differibile sacrificio a chi ci abita, a chi ci opera, ai titolari di piccole e medie imprese comprensibilmente spaventati dall’idea di non riuscire a ripartire. Qualsiasi ipotesi di ricostruzione dopo questo abisso passa attraverso decisioni nette che mettano in cima alle priorità la salvezza delle vite, e quindi il contenimento del contagio, attraverso l’edificazione di argini disegnati là dove il morbo più infuria. Al di là di qualsiasi considerazione politica o finanziaria. Al di là di ogni calcolo di convenienza. Salvare la Lombardia per salvare l’Italia. Prima che sia davvero troppo tardi.