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 2020  marzo 28 Sabato calendario


Biografia di Aldo Nove raccontata da lui stesso

A sei anni, in prima elementare, decisi che avrei fatto lo scrittore. In particolare, lo scrittore di quella cosa miracolosa che ho iniziato a divorare appena ho iniziato a collegare tra loro le lettere e a capirne le articolazioni: parlo della poesia. Era meraviglioso, allora come adesso, il gusto del suono delle parole che scaturiva da qualcosa di più prossimo alla musica che non alla comunicazione di qualsivoglia messaggio. Capii presto che c’erano due categorie di libri. Quelli che attraverso le parole dicevano delle cose e quelli che erano direttamente cose: i miei giocattoli più preziosi, le mie canzoni preferite, camuffate da strani discorsi dove non c’era niente da capire, ma solo il piacere di sentire immediatamente il mistero di ciò che va oltre, prima della parola. A dodici anni avevo già letto gran parte della poesia del Novecento, ed ero in grado di scrivere sonetti e sestine tecnicamente ineccepibili. Quanto ai contenuti, beh, mi interessavano poco. Erano composizioni musicali e trasposizioni di sensazioni non definibili quanto potenti. Erano lo specchio della mia anima infantile e in quello specchio sempre nuovo sentivo di rigenerarmi ogni volta che la pratica del verso in qualche modo m’investiva, obbligandomi a sottostare a una sorta di disciplina rigenerativa. Il battito del cuore dirigeva l’orchestra. Le piccole meraviglie e le grandi paure del quotidiano gli orchestrali ed io che ne costruivo lo spartito. Uno stato dell’anima che non ho mai più perso. Che forse negli anni si è fatto più smaliziato ma anche meno potente. 
Fu così che a quindici anni ebbi l’occasione di far leggere dei miei testi (ne avevo accumulati migliaia) a Franco Buffoni, che le apprezzò molto e ne passò parte a Milo De Angelis, di cui a 13 anni avevo letto Millimetri, il libro che certo cambiò la mia vita: parole come spilli nella carne del passato a traforare il futuro, insormontabili arcani silenzi del dire. Milo fu con me generosissimo, mi aiutò a raccogliere la mia prima raccolta di versi che uscì quando ancora non avevo compiuto la maggiore età. Poi, qualche anno dopo, la seconda scoperta fatale nella mia formazione di «adepto» a un culto della parola che a tutt’oggi è mia croce e delizia infinita. La lettura di Poesie pratiche di Nanni Balestrini fu per me una sorta di Big-Bang. Tutto il linguaggio esplodeva sotto i miei occhi e si insinuava dentro di me sotto l’egida dell’impossibile. Un impossibile rutilante esercito di novità inafferrabili. Non capivo letteralmente nulla, ma quel nulla era di una tale purezza da attrarmi di continuo. Ecco, Millimetri di Milo De Angelis e Poesie pratiche di Nanni Balestrini erano i miei libri sacri, entrata e uscita quotidiana da un mistero svelato e subito rivelato, ma sempre nuovo. Balestrini, come De Angelis, mi incoraggiò molto quando lesse i miei testi e in qualche modo mi spinse a esprimermi anche in prosa. A queste due figure, allora rigidamente contrapposte ideologicamente da paradigmi teorici divergenti ma di cui coglievo solo la comune, sbalorditiva capacità di meravigliarmi, devo buona parte della mia formazione. A cui si aggiunsero molteplici figure di un caleidoscopio sempre più vasto: amavo Carducci e Sanguineti, Paul Celan e Andrea Zanzotto, Giorgio Caproni e Amelia Rosselli, Elio Pagliarani e Ted Hughes. 
Poi, quasi casualmente, il mio primo libro di prosa, Woobinda (fortemente voluto da Nanni Balestrini) e un inaspettato successo che, debbo dire, mi collocò all’interno di un’area letteraria, quella dei «cannibali», dei quali venni considerato uno dei massimi rappresentanti pur non riconoscendomi praticamente in nulla di quelle che sarebbero state le sue peculiarità. Era soltanto l’espressione di una parte del mio lavoro quotidiano di scrittura ma venni arruolato in quell’esercito letterario e mi divertiva apparire sui giornali e rispondere alle domande di interviste per me improbabili su un personaggio che mi era dato da interpretare. Di giorno (era la metà degli anni Novanta), fresco di laurea in filosofia morale, facevo il giovane scrittore alternativo, mi si chiedevano opinioni irrilevanti su questioni per me irrisorie (a cui rispondevo con spirito del tutto ludico, «random») e di notte a leggere Dante, Ariosto e Tasso. Era tutto buffissimo. Era tutto come in una poesia di Palazzeschi. Ma il gioco durò qualche anno. Mi si chiedeva di «schierarmi» ed io disertavo sempre. Mi si chiedevano libri «violenti» e scrivevo lunghissimi poemi d’amore in prosa. Pure, la luna di miele tra la mia ricerca e il fraintendimento che appiccicò addosso una certa notorietà durò a lungo. Eravamo separati in casa, io e la mia fama. 
Oggi, a 53 anni, quella fascinazione assoluta per la poesia rimane forse l’unico punto fermo della mia vita. E da una vita rimane la mia unica forma di disciplina, di laboratorio interiore e di prassi esistenziale. Tanto da avvicinarmi al valore sacrale dell’alfabeto (e dunque la tradizione ebraica, ma anche quella corrispettiva islamica, sufi) e ad avvicinarmi agli infiniti deliri (nel senso attribuito a questo termine da Deleuze e Carmelo Bene) della mistica occidentale e orientale. Infiniti rigagnoli che mi hanno sempre di più condotto in prossimità dell’unico mare da cui tutti, questo è la mia quotidiana meditazione, proveniamo. E verso cui andiamo. Così, Poemetti della sera è il risultato di uno scavo in cui argomenti sempre più ineffabili quanto strumenti (la vita, la morte, il cosmo, il divino) hanno cercato sodalizio con la massima semplicità espressiva, come sotto dettatura di un dio bambino che alla fine del libro si rivela quale unico vero autore di questo libro e di tutto il creato. Io, Aldo Nove o Antonello Centanin o Antonio Centanin, ho scritto Poemetti della sera sotto dettatura del mio cuore che batte, cercandosi unisono al cuore di tutto.