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 2020  marzo 28 Sabato calendario


Lo scandalo delle schiave online in Corea

«Ringrazio i poliziotti per avere fermato questa seconda vita terribile, che mi stava divorando». Ha detto così, quando l’hanno arrestato per estorsione, reati sessuali aggravati e sfruttamento sessuale di minori, «Mr. Doc»: un coreano di nome Cho Joo-bin, animatore di un canale Telegram a pagamento, «the Nth Room», su cui 74 ragazzine – 16 minorenni – caricavano video porno che la polizia ha definito «disumani, annichilenti». Schiave sessuali a tutti gli effetti: alcune, nei video, hanno anche la parola «schiava» marchiata addosso a fuoco o tatuata. Le ragazzine erano adescate con la promessa di «guadagnare soldi online» e venivano subito ricattate. Il canale di «Mr. Doc» era attivo dal 2018. Aveva 300 mila spettatori, che pagavano Doc e i suoi collaboratori, anche loro arrestati, con criptovalute. 
Ma qual era la «prima vita» del signorotto dell’Nth Room, finito in manette una settimana fa dopo mesi di indagini? Lo si è scoperto solo giovedì, a una settimana dall’arresto: la Corea del Sud tutela severamente l’anonimato dei criminali «salvo eccezioni particolarmente odiose». Ma una petizione a cui hanno aderito 2,6 milioni di coreani ha chiesto, e quasi imposto, che le autorità ne rendessero noti il volto e il nome. Gli inquirenti, che si sono detti «disgustati» dalle immagini pornografiche ritrovate nel canale Telegram, ed estremamente crude, hanno anche convocato una conferenza stampa in cui Cho Joo-bin è stato mostrato ai giornalisti, faccia scoperta, manette ai polsi, come il nemico pubblico numero uno con cui tutti lo hanno identificato sin dal giorno del suo arresto. Alle braccia ha bende, e indossa un collare medico: sembra che nei giorni scorsi, appena lasciato solo, abbia tentato di togliersi la vita. 
Cho Joo-bin è uno studente, ha 24 anni, ed è un attivissimo volontario nell’accompagnamento di disabili e nell’assistenza ai poveri. Con lui una rete di una ventina di complici, quasi tutti coetanei che stavano facendo il servizio civile. «Bravi ragazzi», insomma. Come i loro clienti, 300 mila coreani «normali» sui cui telefonini Mr. Doc e soci recapitavano foto di ragazze «deumanizzate», trattate come bestie, e spesso anche di bambine. L’indagine su Mr. Doc e soci è stata aperta nel quadro di un’indagine più ampia sulla pornografia infantile sempre più diffusa, nel Paese, tramite canali criptati (ad esempio Telegram). Nel 2017 il governo ha dovuto varare una legge sulle «spycam», microcamere nascoste: ce n’erano ovunque, messe in spogliatoi di negozi e bagni femminili e collegate a Internet, per filmare e trasmettere le immagini di donne ignare.  
Ma dalle indagini sulla «Nth Room» e sui suoi moderatori – non ancora chiara l’identità di solo uno di loro, conosciuto col nickname GodGod – emerge anche un’altra storia. Quella di tale Kang, un operatore sociale che faceva parte della chat. Avrebbe chiesto a Cho un aiuto: da mesi minacciava la propria insegnante delle medie, dal ricordo delle cui «angherie» era ossessionato, e aveva già dato a Cho 4 milioni di won (circa 3.500 euro) perché architettasse il rapimento della di lei figlia piccola. Aveva già comunicato a Cho l’indirizzo del nido della bambina, e da una chat tra i due è emerso che «pianificava di avvelenarla». 
Cho, ai giornalisti che gli hanno chiesto cosa direbbe alle vittime, ha risposto chiedendo scusa a tre persone per ora estranee ai fatti, che non fanno parte della cerchia dei suoi cari e che nessuno conosce. La chat «Nth Room» insomma, sembra un vaso di Pandora appena scoperchiato. Cosa può uscirne ancora? la Corea trattiene il fiato.